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Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliUna torre e un aereo. Basta questo. Non servono le finestre del World Trade Center, il cielo azzurro di Manhattan, il fuoco, il fumo, i corpi, le macerie. Vent’anni dopo l’11 settembre 2001, Maurizio Cattelan riduce una delle immagini più viste della storia contemporanea alla sua struttura elementare: una forma verticale attraversata da una forma orizzontale. È Blind, la monumentale installazione realizzata nel 2021 per Breath Ghosts Blind a Pirelli HangarBicocca, a Milano. L’opera ha dimensioni quasi architettoniche: 16,95 metri d’altezza per 13 di larghezza e quasi 12 di profondità. Resina, legno, acciaio, alluminio, polistirene e pittura compongono un gigantesco prisma nero, opaco, apparentemente impenetrabile, che nel Cubo dell’ex stabilimento industriale si imponeva prima ancora che lo spettatore potesse comprenderne pienamente la forma. Ed è proprio il tempo necessario per vedere a costituire una parte decisiva dell’opera. Entrando nello spazio, ciò che appariva inizialmente era una grande superficie scura. Soltanto avanzando e modificando il punto di osservazione emergeva la presenza dell’aereo incastrato nella parte superiore della struttura. A quel punto l’associazione diventava inevitabile. Non occorreva alcuna didascalia: l’aereo che penetra nella torre appartiene ormai a un archivio visivo collettivo.
Cattelan utilizza la memoria visiva, lavora su ciò che lo spettatore possiede già prima di entrare nella sala. L’opera contiene pochissime informazioni, eppure ne attiva una quantità enorme. Il 2001 ritorna attraverso una silhouette. La distanza temporale è fondamentale. Cattelan si trovava a New York l’11 settembre 2001, ma Blind arriva due decenni dopo, quando la cronaca è già diventata storia e l’immagine dell’attacco è stata riprodotta, rallentata, analizzata e archiviata migliaia di volte. Nel frattempo è cambiato anche il significato delle Torri: ciò che per chi era adulto nel 2001 appartiene alla memoria personale, per una parte del pubblico è ormai un’immagine storica precedente alla propria esperienza. Cattelan interviene precisamente in questa distanza, trasformando l’evento in una forma monumentale. L’operazione è quasi brutale nella sua economia. La complessità geopolitica dell’11 settembre scompare. Non ci sono terrorismo, guerra, vittime o soccorritori. Non c’è neppure New York. Rimangono due oggetti e il rapporto irreversibile tra loro: la torre e l’aereo. È una riduzione che potrebbe apparire persino eccessiva, se non fosse proprio questa la condizione attraverso cui l’11 settembre si è depositato nella memoria occidentale. Prima di essere compreso politicamente, l’attentato fu visto. E fu visto attraverso una forma tanto semplice quanto inconcepibile: un aeroplano di linea che entra deliberatamente in un grattacielo.
Blind, tuttavia, non è soltanto un’opera sull’11 settembre. È anche un’opera sul monumento e sulla possibilità stessa di costruire memoria. La massa nera possiede qualcosa della stele, del memoriale, dell’architettura funeraria. La sua verticalità richiama inevitabilmente quella del grattacielo e, più in generale, la lunga storia occidentale del monumento come oggetto che si innalza per rendere permanente un ricordo. L’aereo inserito trasversalmente produce contemporaneamente un’altra figura, quella di una croce. Non occorre stabilire un significato iconografico univoco: l’ambiguità è parte integrante del lavoro di Cattelan. Anche il titolo contribuisce a mantenerla. Blind: cieco, accecato, invisibile. Una parola che, davanti a un’opera costruita su una delle immagini più viste degli ultimi decenni, acquista un peso particolare. Potente e siderale, il grande prisma richiama quasi inevitabilmente anche il monolite di 2001: Odissea nello spazio. La coincidenza dell’anno rende l’associazione ancora più perturbante: il 2001 che Stanley Kubrick aveva immaginato nel 1968 come futuro dell’umanità coincide, nella memoria storica, con l’anno che avrebbe inaugurato un futuro completamente diverso. Il monolite della conoscenza sembra trasformarsi così in un monolite del trauma. Ma Blind guarda anche alla scultura minimalista americana, alla geometria elementare, alla superficie industriale e alla capacità dell’oggetto di modificare fisicamente lo spazio che lo contiene. Cattelan prende quella grammatica e la contamina con un’immagine che di neutrale non ha più nulla: la forma geometrica non conduce all’astrazione, viene trafitta dalla storia.
Per decenni Cattelan ha costruito una parte decisiva della propria identità artistica attraverso ironia, provocazione, paradosso e dissacrazione. Il papa colpito dal meteorite, Hitler inginocchiato, il cavallo sospeso, il dito davanti alla Borsa di Milano, la banana fissata al muro: l’opera cattelaniana tende spesso a produrre una collisione tra tragedia e commedia, autorità e ridicolo, sacro e profano. In Blind la battuta si ritira. Rimane il cortocircuito, ma è difficile trovarvi una via di fuga ironica. L’immagine è grave, muta, quasi siderale. Anche la scala modifica il rapporto consueto con il lavoro dell’artista. Lo spettatore non osserva semplicemente l’opera: si trova fisicamente sotto di essa. Deve alzare la testa per comprenderla, riproducendo inconsapevolmente il gesto di chi guarda un grattacielo. All’interno di Breath Ghosts Blind questa monumentalità costituiva l’approdo di un percorso quasi esistenziale: Breath, con la figura umana rannicchiata accanto a un cane; Ghosts, con i piccioni che osservavano il pubblico dall’alto; infine Blind. Vita, presenza, osservazione, morte, memoria. HangarBicocca diventava una sorta di scatola nera del ventennio appena trascorso, aperto dall’11 settembre e attraversato, al momento della mostra, dalla pandemia.
A venticinque anni dall’attentato, la questione più interessante di Blind riguarda però il rapporto tra arte e immagini. L’11 settembre rappresentò una cesura anche perché fu una tragedia consumata davanti alle telecamere. Il primo impatto trasformò il secondo in un evento osservato praticamente in diretta dal mondo e, da quel momento, le immagini vennero replicate incessantemente. L’attentato entrò nella storia contemporaneamente attraverso l’evento e attraverso la sua rappresentazione. Come produrre un’immagine dopo un’immagine che tutti hanno già visto? Cattelan sceglie di sottrarre invece di aggiungere. Da miliardi di fotografie e ore di filmati ricava due forme. Elimina il particolare, il colore, il movimento e persino il tempo. L’aereo di Blind non sta per colpire la torre e non l’ha appena colpita: la colpisce per sempre. L’istante viene immobilizzato e sottratto alla sequenza cinematografica dalla quale proviene. L'opera è monumento, compie precisamente questa operazione: prende qualcosa che appartiene al tempo e tenta di sottrarlo al tempo. Cattelan congela l’11 settembre nel momento esatto in cui l’inimmaginabile diventò reale. E forse il titolo Blind riguarda anche questo: abbiamo visto quell’immagine infinite volte, ma continuare a vederla non significa necessariamente riuscire a comprenderla. Venticinque anni dopo, la torre nera di Cattelan conserva per questo una capacità intatta di inquietare. Non racconta l’11 settembre, non ne ricostruisce le cause e non pretende di risolverne la memoria. Fa qualcosa di più elementare e, forse, più difficile: prende l’immagine che ha segnato l’inizio del XXI secolo e ce la rimette davanti, privata di tutto. Una torre, un aereo, un impatto che non finisce mai.
Pasquale Ruocco
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