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Larry Yazzie, «Blue Canyon Transition», 1994, Santa Fe Collection of Navajo Rugs

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Larry Yazzie, «Blue Canyon Transition», 1994, Santa Fe Collection of Navajo Rugs

Non solo Columbus Day: l’Indigenous Peoples’ Day ripensa le narrative ufficiali dell’arte nativa

Nell’anno in cui gli Usa celebrano il 250mo anniversario, è ancora più urgente il bisogno di rileggere il mito della nascita della nazione americana per includere il punto di vista delle popolazioni che in quelle terre vivevano prima dell’arrivo degli europei

Nato come contraltare al controverso Columbus Day, l’Indigenous Peoples’ Day, negli Stati Uniti, ha assunto un forte valore simbolico, occasione per ripensare le narrative ufficiali e per riflettere su come l’arte nativa viene esposta e raccontata. Nell’anno in cui gli Usa celebrano il 250mo anniversario, è ancora più urgente il bisogno di rileggere il mito della nascita della nazione americana per includere il punto di vista delle popolazioni che in quelle terre vivevano prima dell’arrivo degli europei.

Le collezioni native non sono più lette soltanto attraverso uno sguardo antropologico eurocentrico, ma curate insieme alle nazioni indigene. Come avviene allo Smithsonian National Museum of the American Indian con «Our Shared Future: Quilt Along», progetto partecipativo affidato ad artisti nativi. O alla New York Historical Society, dove «House Made of Dawn: Art by Native Americans 1880 to Now» racconta la modernità indigena dall’Ottocento ad oggi. Nel mese di ottobre sono diverse le mostre in apertura che esplorano il contributo artistico delle popolazioni native. Al Brooklyn Museum «Hopi Kachina Dolls: Blessings for a Balanced World», dal 2 ottobre, rilegge per la prima volta le bambole rituali dette tithu dalla prospettiva delle donne Hopi.

Al Museum of the City of New York, «Halumii Ktapihna: Lenape Legacies and Futures» riunisce oltre 30 artisti tra storia e pratiche contemporanee. Dal 25 ottobre, «Twilight: Trading Posts & Creative Legacies», allo Heard Museum di Phoenix, ricostruisce l’influenza dei trading post sul mercato dell’arte nativa e come il loro declino abbia favorito maggiore autonomia creativa. Altre mostre si concentrano su contributi più contemporanei. Alla Irene and Richard Frary Gallery della Johns Hopkins University di Washington, Jeffrey Gibson presenta «A Real Love Thing», 15 opere tra materiali indigeni, musica, cultura pop e iconografia queer. In Kansas, «Home Is Where We Are: Art of First Americans» riunisce mostre in otto istituzioni, con fulcro al Beach Museum, dove «Home/Land: Wahzhazhe Artists Speak» presenta opere in diversi media di tre artisti Wahzhazhe. Nei grandi musei, intanto, prosegue il processo di decolonizzazione delle collezioni permanenti. Il Museum of Fine Arts di Boston, che il 12 ottobre organizza un’open house, ha appena riallestito «Art of the Americas: 1700-1800», oltre 400 opere dalle Americhe e dai Caraibi, includendo artisti indigeni in una storia comune delle Americhe. Direzione seguita anche dal Met che nella sua nuova American Wing mette in dialogo opere storiche e contemporanee.

Maurita Cardone, 13 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Maurita Cardone

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