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Lampasso di seta ottomano, particolare, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, Sala islamica

© Courtesy Museo Nazionale del Bargello

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Lampasso di seta ottomano, particolare, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, Sala islamica

© Courtesy Museo Nazionale del Bargello

Non è mai troppo tardi per rendere i musei meno caotici e più accoglienti

Le criticità dell’accoglienza nelle istituzioni culturali fiorentine, una riflessione sul ruolo e la formazione degli addetti museali

La prendo da lontano, facendo tesoro di alcune esperienze personali che mi hanno insegnato come anche specifici microcosmi possano essere funzionali per interpretare quadri d’insieme ben più ampi. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, vincendo un concorso nazionale per professore associato, approdavo all’Università degli Studi di Udine, uno dei lasciti positivi del devastante terremoto che aveva travolto quelle terre un po’ più di un decennio prima (6 maggio 1976). Facoltà di Lettere, ma, si badi bene, con un unico indirizzo di studi in «Conservazione dei Beni Culturali», il quale, allora, aveva solo due percorsi, beni artistici e beni archivistici e librari; quello archeologico era di là da venire. All’epoca era una facoltà nuova, che attirava studenti da letteralmente ogni angolo d’Italia; poi la «moda» si è diffusa e oggi indirizzi di studio similari sono attivi dappertutto. Chi aveva ben presente la specificità e unicità dell’esperienza era l’allora preside, professor Giuseppe Maria Pilo, storico dell’arte moderna; uomo bizzarro e al tempo assai potente (nonché circondato da una fama poco benevola che lo associava al famoso anglista romano Mario Praz). Aveva una visione molto avanzata, ma non del tutto chiara ed esplicitata che fu fieramente contrastata (sbagliando) anche da chi scrive. Per fare un esempio delle difficoltà del momento, basterà ricordare che fu una notevole battaglia (vinta) ottenere il riconoscimento del valore legale del titolo di studio dal quasi neonato Ministero dei Beni culturali e ambientali, l’ultimo ad aderire alla richiesta!

Abbastanza giovane, per i parametri nostrani, sempre inclini a favorire le gerontocrazie, e pieno di energia e idee, credevo di poter ragionare e agire, come si dice, dall’interno, per cambiare qualcosina. I miei corsi di Storia dell’arte islamica (ma ne tenevo anche uno di Storia dell’arte delle aree extraeuropee, dedicato alla Cina), mai resi obbligatori, erano ben frequentati, anche, se non soprattutto, in virtù della novità che la titolatura dell’insegnamento prometteva, novità che io mi affannavo a confermare anche sul piano didattico. Mi rendevo perfettamente conto che c’erano, comunque, delle difficoltà intrinseche difficili da superare. Le «normali» Facoltà di Lettere e filosofia sfornavano (ed è ancora oggi così) soprattutto insegnanti di materie letterarie (comprese storia e geografia; quest’ultima materia obbligatoria insieme ad altre come italiano e latino in ogni ordinamento) e storici dell’arte o archeologi. Mi pareva necessaria una separazione netta dei curricula e dei percorsi: noi avremmo dovuto formare gli storici dell’arte e poi gli archeologi, con competenze, anche tecniche e tecnologiche, più ampie e diversificate che non in precedenza, senza pretendere di formare insegnanti. E viceversa. Insomma, a noi soprintendenze, musei e quant’altro; alle altre facoltà l’insegnamento (sì, anche quello della storia dell’arte). Dunque, evitare, per quanto possibile, sovrapposizioni e confusioni di ruoli e competenze. Fu una «battaglia» portata avanti con giovanile entusiasmo e anche un pizzico di sana incoscienza e visionarietà, miseramente fallita anche per l’opposizione tenace e monolitica della stragrande maggioranza dei miei colleghi di allora che di quella formazione «classica» di Lettere (molti pisani e altrettanti patavini) erano espressione e baluardo. Ricordo che guardavo gli studenti e dicevo loro: «Non tutti di certo sarete direttori di museo, ma in quelle strutture potrete e dovrete lavorare, magari inventandovi un mestiere o riqualificando uno di quelli già esistenti».

Lunghissima premessa. E veniamo all’oggi. Ognuno ha i suoi vizi e vezzi e ognuno passa le estati un po’ come gli pare. Io, fiorentino, come ribadito più volte anche su queste colonne, quest’anno per varie ragioni sono spesso rimasto nella canicolare città e, nei momenti più caldi, mi sono rifugiato nella moderata frescura dei musei cittadini (non tutti ovviamente dotati di aria condizionata) che sono molti e che conosco abbastanza bene. Mi sono anche un po’ immedesimato nel visitatore/turista che volesse godere della straordinaria offerta che la città gli mette a disposizione, confrontando mentalmente l’esperienza con quella di grandi e piccoli musei che ho avuto il privilegio di visitare (talvolta pure lavorandoci dentro o collaborandoci), in Europa, soprattutto, e anche nel mondo. Non sto parlando della funzione che ha o dovrebbe avere un museo, sulla quale esistono biblioteche intere, ma dell’approccio concreto, pratico e quotidiano, al quale è sottoposto chi in tali strutture si avventura. Il caos. Personale scorbutico, impreparato, abulico, vago, contraddittorio (in due musei posti sotto la stessa direzione, in uno è consentita una bottiglietta d’acqua di una certa dimensione, in un altro solo una più piccola... ed è solo un esempio, minimo, della sovrana disorganizzazione), spesso estremamente annoiato e di certo poco motivato. Sono lì per caso, perché un lavoro vale l’altro e questo, sebbene talvolta con turni cervellotici, è pur sempre meglio che niente anche se i salari non sono faraonici. Se poi si indaga un tantino (esagerato! Basta informarsi...), si scopre che ci sono i custodi (li chiamo banalmente così, anche se sono certo che esiste una definizione woke che li definisce perfettamente «collaboratori... operatori...») che sono assunti in pianta organica stabile e a tempo indeterminato (credo una minoranza) e una pletora di precarissima gente assunta a termine (e pertanto molto ricattabile) tramite cooperative, che tali sono solo di facciata e magari rispondono a grandi gruppi, nazionali e non, «gestori di servizi» che si aggiudicano i trasparentissimi appalti. Talvolta, però, la gestione vera e propria è subappaltata o delegata a capi servizio che privilegiano appartenenze etniche per cui non è impossibile imbattersi in attempate matrone sudamericane (sempre con rispetto parlando, per carità).

Il primo impatto, come chiedere se c’è un armadietto di deposito o un luogo dove lasciare qualcosa, ovvero quello che normalmente un turista porta con sé, non pretendo che divenga un parcheggio di trolley, ma solo buonsenso; il primo impatto, dicevo, è devastante anche stante l’inciviltà che appare dilagante. Oggi esistono sistemi di allarme più o meno efficienti (ma l'elemento umano è sempre imprescindibile: Messina e il povero Antonello ne sono un esempio), ma la funzione del bravo custode resta centrale. Ecco che, finito un ampio giro, mi ricollego alla prima parte di questo scritto. Non sarebbe logico, e perfino opportuno, pensare a una riqualificazione normativa e anche economica di quel ruolo, di modo che stuoli di giovani qualificati e anche motivati e preparati possano svolgere quelle funzioni? Dopo che si è inaugurata la nuova sala islamica al Bargello, un paio d’anni fa, sono stato invitato dall’allora Direzione e dai rappresentanti dei lavoratori a tenere, per loro e a porte chiuse di modo da essere liberi da incombenze, una lezione specifica per far apprendere loro cosa le teche contenessero e quale fosse nel contesto dato la loro importanza. Ho aderito all’iniziativa con entusiasmo e per un paio d’ore (insufficienti a trasformarli in islamisti, ma bastevoli per infondere loro un po’ di rispetto per quella cultura), mi sono sentito utile alla vita vera dell’istituzione museale. La riforma delle direzioni è stata ormai più o meno digerita (ma mi è sempre parsa solo un’iniziativa di facciata e camaleontica... gli esiti si vedranno fra un po’, non ancora) ed è ormai un fatto. Quando si riterrà opportuno intervenire su resto della struttura «umana» dei musei? Non è mai troppo tardi.

Giovanni Curatola, 01 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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