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Santa Sofia a Istanbul.

Credits Arild Vagen.

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Santa Sofia a Istanbul.

Credits Arild Vagen.

La moschea oltre gli stereotipi

Minima mediterranea • Che cosa definisce davvero una moschea? Un viaggio tra Corano, diritto islamico, storia e architettura mostra come il luogo di culto musulmano sia prima di tutto uno spazio di preghiera e di comunità, ben oltre le forme che gli sono state attribuite nel tempo

Giovanni Curatola

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Che cos’è una moschea? Domanda semplicissima, anche se la risposta non è affatto tale. Probabilmente ciascuno di noi, in base alle proprie personali esperienze e conoscenze, se n’è fatto un’idea. Com’è, o dovrebbe essere universalmente noto, la fede islamica ha una fonte assoluta, diretta e imprescindibile nel Corano, eterno e increato: termine traducibile con «recitazione», «Parola di Dio», rivelata tutta in una volta in una notte benedetta del mese di Ramadan da Dio (Allah) al Profeta Maometto (Muhammad) per tramite dell’arcangelo Gabriele.
Si potrebbe pertanto sostenere che nell’Islam il potere legislativo è dell’Altissimo. La legge musulmana (shari’a) si basa dunque, in prima istanza, proprio sul Corano e su quello che ivi è contenuto. Maometto, il Profeta, compare quale sigillo e chiusura della rivelazione divina nella «Professione di Fede», formula che è indispensabile recitare per aderire alla «Comunità dei Credenti» (Umma): «Testimonio [Attesto] che non vi è dio se non l’unico Dio, e Muhammad è l’inviato di Dio». Il ruolo in vita del Profeta dopo la rivelazione è quello di una persona eccezionale e la sua vita, trasmessaci attraverso gli hadith (detti, fatti e silenzi del Profeta), è considerata letteralmente «esemplare» e dunque modello degno di emulazione, agendo Egli nel giusto. Questa è la seconda fonte del diritto.
Se su una questione da dirimere queste fonti fossero carenti, la sua risoluzione è demandata alla già citata Umma, non a tutti quanti, bensì ai giureconsulti e agli esperti certificati di diritto che devono regolarsi per analogia e seguendo il buon senso.

E la moschea? Nel Corano e negli hadith il termine praticamente non compare quasi mai se non in connessione con le «città sante» di Mecca, Medina e Gerusalemme e i loro templi storici. Insomma, paradossale finché si vuole, ma indicazioni, anche vaghe, relative alla morfologia architettonica dell’edificio non ne abbiamo. E nemmeno a proposito dell’uso della struttura, se non per la preghiera, il venerdì a mezzogiorno in forma comunitaria. Tant’è che si attribuisce a Maometto l’affermazione che il mondo intero era la sua moschea, nel senso che la preghiera (inintermediaria) e la comunione con Dio possono essere ricercate ovunque.
Unico punto fermo nella preghiera è l’abluzione rituale, che però va intesa soprattutto come stacco mentale da tutto ciò che ci circonda per permetterci «l’abbandono completo alla volontà di Dio» (che si traduce con un solo termine: Islam), e la direzione della medesima verso la Mecca. Sebbene per qualche mese, appena la comunità si fu stabilita a Medina (622 d.C.), la direzione (qibla) sia stata Gerusalemme. Nient’altro di canonicamente stabilito. Nemmeno che esistesse un mihrab (generalmente una nicchia; c’è chi sostiene che sia una contrazione dell’abside delle chiese o una citazione del luogo di conservazione della Torah nelle sinagoghe).
Si racconta che durante le spedizioni, belliche o commerciali, il Profeta puntasse sul terreno una o due lance e stabilisse così la direzione della preghiera. Esegeti e storici si sono confrontati sulla questione della struttura della moschea e hanno più o meno concordemente stabilito che la prima struttura assimilabile a essa sia stata a Medina (quindi dopo l’Egira; il Profeta alla Mecca, diciamo così, era all’opposizione e la sua predicazione minoritaria e osteggiata), la casa di Maometto stesso.

Dunque una corte recintata, come la stragrande maggioranza delle case dell’epoca, e le stanze dell’abitazione. La gente si radunava in quello spazio chiamata da qualcuno che annunciava, magari salendo sul tetto o sul muro di cinta (quello che poi, mutatis mutandis, sarà il muezzin), una rivelazione del Libro Sacro. Per proteggere dal sole vi era una tettoia in foglie di palma. Il Profeta saliva su una scaletta a tre gradini con un seggio per essere visto meglio: lo stesso strumento veniva montato in battaglia sul suo cammello per renderlo visibile ai seguaci. Si tratta del cosiddetto minbar (un refuso geniale lo trasformò in un minibar in un mio articolo sulle moschee indiane!), ovverosia un pulpito che adesso compare sempre a destra del mihrab nelle moschee congregazionali (quelle adibite alla preghiera comunitaria del venerdì).
Niente a che vedere con uno «spazio sacro»: non si dà nessuna consacrazione. Non è, concettualmente, una chiesa la «Casa di Dio» e neppure una sinagoga. Semmai «casa del popolo», luogo di aggregazione, assemblea, riunione, discussione, foro, il cui accesso è sempre stato liberamente consentito a tutti senza alcuna limitazione, nemmeno durante la preghiera, se non quella canonica comunitaria del venerdì di cui s’è detto. Conosco l’obiezione... Ma in Marocco le moschee sono chiuse! Vero. Ma loro seguono una scuola giuridica minoritaria fra le quattro principali, la Malikita, che ha sue proprie limitazioni che per ragioni di spazio non posso qui precisare.
Certo, ci si toglie le scarpe, per una forma di rispetto che è valida anche quando si entra in casa altrui. Stabilita la direzione della Mecca, casa mia può funzionare benissimo da moschea, con qualche accortezza: rimuovere quelle cose che nell’arredamento possano creare «distrazione» al fedele che si accinge a presentarsi davanti a Dio. E qualunque altro spazio.

La richiesta dei musulmani in Italia e nel mondo di costruire moschee ha certamente scopo funzionale, ma corrisponde soprattutto al giusto e sacrosanto riconoscimento sociale (e politico) della comunità.
Ciò precisato, una moschea è, al limite, un muro in direzione della Mecca. L’ugualitarismo islamico fa sì che si privilegi l’asse trasversale rispetto a quello longitudinale permettendo a tutti, fatta eccezione per colui che guida la preghiera (imam), di stare fisicamente e idealmente sullo stesso piano.
Poi subentrano le ideologie, i cattivi maestri e alla fine i fanatismi, per cui si proibisce durante la preghiera l’accesso: qualche volta ho sentito chiamarla, in buona fede, «messa», indice di un pressappochismo cognitivo imbarazzante.
Certo che è un problema comune a tutte le fedi religiose: se i monumenti sono storici e artisticamente assai rilevanti, questi diventano meta di turismo e una regolamentazione è comprensibile e necessaria.

Recentemente a Istanbul, in moschee non assediate dai turisti (perché poco note anche se di assoluto rilievo), ho circolato, come succedeva tanti anni fa un po’ dappertutto, in piena libertà. In altre lo spazio è limitato da balaustre che si invita a non superare, e non se ne capisce bene la ragione, dato che nelle ore canoniche di preghiera l’accesso è ristretto agli oranti (cosa che non era, lo ripeto; ma adesso ci sono le masse, perlopiù anche abbastanza becere).
La Turchia ha avuto una grandissima fortuna rappresentata dall’aver avuto fra i suoi figli più illustri Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938), uomo di genio e grande personaggio guidato da una laicità straordinaria. Peccato che non ne siano nati altri nel contesto vicino e medio orientale; credo, senza tema di smentita, che vivremmo in un mondo assai più moderno e stabile.
Egli, con grande visione, stabilì che Santa Sofia, il più insigne monumento di Istanbul e una delle meraviglie del mondo, già basilica (537 d.C.) e poi moschea (1453 d.C.), si spogliasse di tali vesti per divenire testimonianza di sé stessa e dunque un museo aperto a tutti e da tutti fruibile (stessa sorte per la bizantina San Salvatore in Chora).

Oggi un improvvido provvedimento ha riportato questi luoghi allo stato di moschea, limitandone l’accesso ai visitatori che possono accedere solo al piano superiore (curiosamente il matroneo...) e riservando il piano terreno agli oranti. Una perdita di senso. Quando l’ideologia prevale sul senso comune si alimentano i fanatismi e si prendono degli enormi abbagli: si prendono mosche per moschee.

Giovanni Curatola, 21 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Giovanni Curatola

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