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Flavia Foradini
Leggi i suoi articoliNon poteva andare diversamente. È questo l’esito cui è giunta l’indagine indipendente sulla sicurezza interna del Museo di Arti Applicate di Vienna, relativamente al furto del 27 agosto scorso, quando nel primo pomeriggio due uomini provvisti di regolare biglietto di ingresso riuscirono a infrangere con una quarantina di colpi di martello la vetrina che conteneva il collier creato alla fine degli anni Trenta del Novecento in stile Art Déco dal gioielliere francese Van Cleef & Arpels e appartenuto alla regina Nazli d’Egitto: un manufatto da 673 diamanti, per un totale di circa 200 carati.
La direzione del museo affacciato sulla Ringstrasse aveva incaricato una ditta specializzata di sondare sia le misure di sicurezza adottate preventivamente per la mostra «Glanzstücke», realizzata in collaborazione con la maison parigina, sia il comportamento di tutto il personale del Mak durante il furto, sia ancora le azioni promosse dalla direzione stessa dopo il crimine.
Con soddisfazione Lilli Hollein, direttrice confermata la primavera scorsa per altri cinque anni a capo dell’istituzione, ha reso noto quanto appurato. Nelle 34 pagine del rapporto si attesta che tutti gli standard concordati con Van Cleef & Arpels per la sicurezza degli oltre 300 gioielli messi a disposizione per la mostra sono stati rispettati. Gli accordi non prevedevano metal detector all’entrata.
Appena dopo le ore 14 del 27 agosto un allarme aveva raggiunto correttamente sia la Polizia sia l’ufficio sicurezza del museo, e non era risuonato nella mostra, così da non spaventare i 104 visitatori presenti nel meandro di sale che ospitavano le decine di vetrine. Anche il personale, che a inizio 2026 aveva frequentato un apposito corso sulla sicurezza, e disponeva di un manuale con linee guida in caso di emergenza, aveva dato precedenza all’incolumità del pubblico e degli addetti, evitando e impedendo contatti diretti con i malviventi armati. Le 185 telecamere montate dentro e attorno al Mak hanno potuto fornire immagini molto chiare dei due uomini, e registrare il fatto, a tutto vantaggio della messa a punto di utili identikit. Tuttavia, dicono i periti nel loro rapporto, con mezzi rispettosi dell’incolumità del pubblico e degli addetti «il furto non poteva essere impedito».
Nel complesso, attesta il rapporto, sono state adottate misure di sicurezza adeguate e ragionevoli. La realtà è che «ciò che un museo vuole ed è in grado esporre, non può essere protetto contro tutte le possibili aggressioni». Una conclusione che ha sottolineato anche la direttrice Lilli Hollein: «Il furto è stato per noi un evento drammatico ma benché il rammarico sia grande, bisogna ammettere che non avrebbe potuto essere impedito. E l’effrazione non è stata così semplice come qualcuno ha pensato. L’identikit criminologico ci dice che si è trattato di un atto preparato in modo professionale e realizzato in modo incredibilmente brutale e veloce». E mentre nel completo riserbo la polizia porta avanti la caccia agli uomini a livello internazionale, il Mak cerca un nuovo coordinamento con esperti e con gli altri musei federali: «Dobbiamo restare luoghi accessibili, dove ci si sente bene e a proprio agio: non vogliamo svuotare le sale o mettere tutto sotto chiave».
Intanto, a distanza di oltre un mese dal fatto, pare perdere credito l’ipotesi di una richiesta di riscatto, mentre si fa più plausibile quella di un furto su commissione o ancor più quella di uno smembramento del manufatto che, se integro, sarebbe difficilmente vendibile. Ma se questa fosse la soluzione voluta dai criminali, ha dichiarato il giurista Andrea Rascher al quotidiano austriaco «Der Standard», il risultato economico potrebbe essere solo una minima parte del valore del collier, stimato in circa 4 milioni di euro, anche perché il mercato dei diamanti è in flessione da tempo. Il problema, ha detto ancora Rascher, è che, contrariamente a una gioielleria, dove la sicurezza è al primo posto, «un museo ha una missione culturale: deve essere aperto e attrattivo, non deve dare l’impressione di un luogo di massima sicurezza, e proprio questo lo rende vulnerabile». Certo nel caso di manufatti particolarmente preziosi, è possibile esporre dei duplicati: «Ma allora dubito che un museo possa essere definito ancora un museo».
Flavia Foradini
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