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Calcio storico fiorentino

Courtesy Comune della Città di Firenze-settore Cultura

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Dov’è finita la Fiorenza di una volta? Ci siamo assuefatti al peggio senza batter ciglio…

Che cosa c’è di rinascimentale nel «Calcio storico fiorentino»? Niente. Pura rappresentazione di violenza, bestiale e autocompiaciuta

Giovanni Curatola

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Intendiamoci, sono assai contento di essere fiorentino e orgogliosissimo di essere stato battezzato «nel mio bel San Giovanni» qualche decennio fa. Però, la bellissima città che conoscevo non esiste praticamente più, annientata (non inconsapevolmente) da una monocultura turistica d’accatto, che più becera non si può e che si è diffusa ovunque senza il minimo rispetto per alcunché. Esagerato? Non credo. Vivo nel centro storico, a un passo dal Ponte Vecchio e da Palazzo Pitti, e lo sconforto è davvero quotidiano e immane.

Firenze resta bellissima soprattutto nei suoi dintorni collinari, i quali sono ancora miracolosamente a portata di passeggiata e sono appannaggio di una minoranza di benestanti e ricchissimi che si sono guardati bene, in massima parte, dal deturpare quanto hanno ricevuto, quasi sempre, in eredità. Del resto, leggevo qualche tempo fa una statistica nella quale si dimostrava che in circa 600 anni (25 generazioni) la classifica della ricchezza cittadina è rimasta pressoché immutata, con ai vertici gli stessi cognomi e minime variazioni. Come ormai è classico il celebre adagio gattopardesco: «Cambiare tutto…».

Quello che più mi stupisce, comunque, è non solo il livellamento (che, come suggerisce il termine nell’accezione non filologica ma popolare ha una sua direzione negativa) verso il basso, ma l’assuefazione al peggio alla quale siamo sottoposti, apparentemente senza un fremito di sdegno o un batter di ciglio.

Faccio un esempio dell’estate in corso. Giugno è il mese nel quale si svolge tradizionalmente la rievocazione del «Calcio storico fiorentino» o «calcio in costume» in cui si affrontano i quattro rioni del centro storico (Santa Croce, San Giovanni, Santa Maria Novella, Santo Spirito: azzurri, verdi, rossi e bianchi) in partite precedute da più o meno sontuosi cortei storici in abiti rinascimentali. Non mi fa velo il campanilismo se affermo che l’unica, vera, sentita e vissuta secolarmente, manifestazione viva di tal tipo è il Palio di Siena. Le altre (più o meno reinventate in modo vario) sono tutte «sagre» più o meno farlocche che sono riuscite, negli anni, a stimolare nelle varie località gli animi di indomiti pensionati quali organizzatori e quelli di ultras da stadio fra i protagonisti delle imprese ginnico-belliche. Con ovvie e trasparenti sovrapposizioni politiche di parte perché nell’associazionismo spesso si pescano voti.

Ricordo bene le finali del torneo di cinquanta e più anni fa, allora giocate in Piazza della Signoria il giorno dei «fochi», festività del santo patrono della città e mio onomastico (il 24 giugno, Ndr). Certo, lo scontro non era privo di forza, ma anche di una qualche tattica e di una certa attitudine o parvenza di cavalleria. Sarà che i ricordi di un’epoca lontana, come le «madeleine», sono fatalmente selettivi e tendono a far sbiadire le asperità, ma nonostante l’età anziana (bellissimo, e veritiero, il ciclo cinese di dodici anni in dodici che così scandisce le età: bambino, adolescente, giovane, uomo/donna, maturo, saggio, anziano, vecchio), credo che quelle contese mantenessero anche nello spirito (quello di un rugby un poco più robusto) una loro dignità. E oggi?

Una masnada informe con una violenza cieca, esibita, inutile, degna solo dello «spettacolo» americano che per i suoi 80 anni ha voluto organizzare Trump davanti alla Casa Bianca. Che cosa c’è di rinascimentale? Niente. Pura rappresentazione di violenza, bestiale e autocompiaciuta: «maschia» (così, in un’intervista, non un generale, ma il capitano di una delle squadre). È questa l’immagine che vogliamo proporre di Fiorenza? Già c’è toccato «Open to meraviglia» e adesso «Open to killers». Rimedi. Nel mio stile, puramente utopistico: ma sognare si deve e si può. E allora s’io fossi… proibirei ai «calcianti» di essere tatuati, quasi sempre in maniera oscena senza alcun pudore e senza alcuna forma di gradevolezza.

I tatuaggi (non da oggi: ricordo quelli che avrei voluto fotografare una ventina d’anni fa ai gran premi di moto del Mugello, già paurosi, ma si sa i «biker» sono sempre stati sensibili al richiamo della foresta d’oltreoceano) rarissimamente sono belli o artistici (non tutti hanno la grazia e l’inventiva di un Daniel Pennac), forse uno su mille. Nella mia carriera universitaria ho peraltro assegnato una tesi di laurea sui tatuaggi femminili delle tribù beduine di Siria: un lavoro etnografico e sociologico che si è rivelato di prim’ordine. Trovo ridicolo, ma tanto, vedere un disegno maori su un latteo braccio o un peloso polpaccio italico. Sono il cedimento a un’estetica (parolone, lo so) d’accatto, la negazione di ogni bellezza, che, di questo passo, si guarderà bene dal salvarci. Ne siamo letteralmente infestati. Non ovunque, nel mondo, ma questo è un altro discorso. Mi garberebbe molto fare una proposta, provocatoria ma seria: dato che i medici (tutti i dermatologi, quantomeno) sostengono la pericolosità per la salute di tale pratica, soprattutto poi in età non più giovane quando i nodi vengono al pettine, i tatuaggi sarebbero da tassare (dieci centesimi di euro al centimetro quadrato) annualmente. Si risolverebbe il problema del finanziamento della sanità pubblica. Le mie sono solo opinioni, folli, forse, ma meno perniciose dell’abbrutente realtà che ci circonda.

Giovanni Curatola, 17 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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