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Merce Cunningham Dance Company world tour, Colonia, 1964. Sull’elicottero: Carolyn Brown, Merce Cunningham, John Cage, Doris Stockhausen, David Tudor e Karlheinz Stockhausen. In basso: Steve Paxton, Michael von Biel e Robert Rauschenberg

Foto Tate

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Merce Cunningham Dance Company world tour, Colonia, 1964. Sull’elicottero: Carolyn Brown, Merce Cunningham, John Cage, Doris Stockhausen, David Tudor e Karlheinz Stockhausen. In basso: Steve Paxton, Michael von Biel e Robert Rauschenberg

Foto Tate

Nell’era dell’Intelligenza Artificiale il generalista la spunta sullo specialista

Ma nei processi attuali più le macchine accumulano conoscenza, più agli esseri umani servirà la cultura, intesa come capacità di conoscere analogie, contraddizioni, genealogie

Germano D’Acquisto

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Per anni ci hanno spiegato che bisognava specializzarsi. Scegliere un campo, possibilmente molto piccolo, e scavarci dentro fino a diventare la persona che a una cena riesce a parlare per quaranta minuti di un particolare tipo di guarnizione industriale. Il generalista, al contrario, aveva qualcosa di sospetto. Sapeva un po’ di tutto: dunque, secondo la vulgata, non sapeva davvero niente.

Il sospetto, del resto, cominciava presto. Quando ero studente (non esattamente uno di quelli che i posteri ricorderanno per l’irreprensibile rendimento) i miei disperati genitori mi mandavano a ripetizioni. Al momento di scegliere l’insegnante, però, c’era una categoria che mio padre scartava immediatamente: quelli che sull’annuncio promettevano lezioni di italiano, storia, latino, greco e magari pure geografia. «Questo non può essere preparato in tutte queste materie», sentenziava. Il professore ideale doveva sapere una cosa sola, ma benissimo. A distanza di anni, quella diffidenza domestica sembra quasi la perfetta teoria novecentesca della competenza: più cose sai fare, meno credibile diventi.

Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale e ha cominciato a incrinare la gerarchia. Perché se una macchina può riassumere in pochi secondi un paper scientifico, confrontare bilanci, tradurre dal giapponese, scrivere codici e spiegare il Bauhaus, possedere una singola competenza non basta più a garantire una posizione nel mondo. Il problema diventa un altro: sapere che cosa chiedere, capire se la risposta ha senso e soprattutto collegarla a qualcosa che apparentemente non c’entra nulla.

Il futuro potrebbe appartenere ai generalisti. Non a quelli che sanno poco di molte cose, ma a quelli che sanno abbastanza di cose diverse da accorgersi quando due mondi stanno per incontrarsi.

È già successo. Steve Jobs amava ricordare il corso di calligrafia frequentato al Reed College: apparentemente inutile, finché anni dopo quella sensibilità per caratteri e spaziatura non entrò nel Macintosh. Virgil Abloh attraversava architettura, moda, musica, arte e cultura street senza preoccuparsi troppo dei confini disciplinari. Brian Eno è musicista, produttore, artista visivo, teorico e inventore di strategie creative. Figure difficili da inserire in una casella, ma proprio per questo capaci di vedere ciò che dentro una casella spesso non si vede.

Insomma, mentre l’IA diventa sempre più specialista, agli esseri umani potrebbe convenire fare il percorso opposto. Anche perché la specializzazione estrema ha prodotto qualche mostro. Università divise in microdiscipline che spesso non si parlano. Aziende dove il marketing ignora che cosa faccia il design e il design ignora che cosa sappia la tecnologia. Musei nei quali arte, architettura, moda e musica vengono ancora trattate come nazioni con frontiere e dogane, mentre fuori da quelle mura convivono tranquillamente nello stesso feed di Instagram.

Basta guardare il presente. Un direttore creativo deve capire di moda, immagini, musica, social media, architettura e psicologia collettiva. Un curatore non può più conoscere soltanto la storia dell’arte: deve confrontarsi con ecologia, tecnologia, geopolitica e spettacolo. Un giornalista che racconta il costume contemporaneo può entrare la mattina in uno studio d’artista, il pomeriggio in una fabbrica e la sera intervistare un regista. La competenza, in questi casi, non consiste nel fingere di essere storico dell’arte, ingegnere e critico cinematografico contemporaneamente. Consiste nel capire quali domande portare da una stanza all’altra. Il problema nasce proprio da queste parti. Perché il generalismo è diventato anche l’alibi perfetto della nostra epoca. LinkedIn pullula di «multidisciplinary thinker», «creative strategist», «cultural consultant»: definizioni talmente elastiche che potrebbero comprendere Leonardo da Vinci oppure uno che ha aperto Canva tre volte. L’IA amplifica il rischio. Mai come oggi è stato facile sembrare informati. Bastano cinque prompt per sostenere una conversazione sul Brutalismo, dieci minuti dopo sulla fisica quantistica. La conoscenza presa in prestito assomiglia moltissimo alla conoscenza vera, almeno finché nella stanza non entra qualcuno che ne sa davvero. È questa la nuova frattura culturale: non più tra chi sa e chi non sa, ma tra chi collega perché conosce e chi collega perché ha appena fatto una ricerca.

Il generalista interessante deve quindi possedere una qualità molto poco contemporanea: la profondità. Leggere libri interi quando basterebbe il riassunto. Visitare una mostra senza limitarsi alle didascalie. Ascoltare un disco dall’inizio alla fine. Conoscere abbastanza bene una materia da poterla tradire consapevolmente.

Picasso poteva permettersi di deformare un volto perché sapeva disegnarlo. Oggi rischiamo invece di celebrare la deformazione senza esserci mai preoccupati di imparare il volto. Eppure proprio qui potrebbe esserci uno dei paradossi più interessanti dell’era dell’IA. Più le macchine accumulano conoscenza, più agli esseri umani servirà cultura. Non come enciclopedia ambulante (quella battaglia è già persa), ma come capacità di riconoscere analogie, contraddizioni, genealogie. Sapere che una sfilata può avere qualcosa in comune con una performance degli anni Settanta, che un algoritmo può essere letto attraverso Borges, che un listening bar di Milano racconta il bisogno di attenzione meglio di molti convegni sulla società digitale. 

Il generalista del futuro non sarà dunque quello che sa tutto. Sarà quello che riesce ancora a stupirsi quando scopre che due cose lontanissime hanno qualcosa da dirsi. Con una condizione, però: prima bisogna conoscerle. Altrimenti non è interdisciplinarità. È aperitivo.

Germano D’Acquisto, 08 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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