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Una veduta della casa di Carlo Mollino a Torino

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Una veduta della casa di Carlo Mollino a Torino

L’arte contemporanea è stata un’Ikea ante litteram ma, ora che tutto si può modificare, collezioniamo ciò che dura

Per la paura delle cose definitive, abbiamo fatto della possibilità di cambiare idea una filosofia di vita. Il design riflette una società che preferisce non fare una scelta una volta per tutte, ma in realtà vorremo la casa di Mollino o di Le Corbusier

Germano D’Acquisto

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Il vero incubo contemporaneo non è sbagliare. È non poter tornare indietro. Per questo prenotiamo hotel con cancellazione gratuita, compriamo vestiti pensando già a Vestiaire Collective, scegliamo divani componibili, lavori flessibili, automobili in leasing e relazioni che possibilmente non richiedano una definizione prima del terzo trimestre. Perfino davanti a un ristorante preferiamo leggere centocinquanta recensioni piuttosto che correre il rischio, ormai considerato intollerabile, di mangiare male una sera. Abbiamo applicato alla vita il diritto di recesso.

Una volta gli oggetti importanti contenevano una minaccia: sarebbero rimasti. Il tavolo dei nonni attraversava matrimoni, traslochi, figli e probabilmente anche qualche odio familiare. L’armadio era così pesante che, più che un mobile, rappresentava una scelta urbanistica. Oggi compriamo una libreria che può diventare scrivania, una scrivania che può diventare mensola e una mensola che, con l’apposito tutorial, probabilmente può diventare barbecue. Non vogliamo più oggetti. Vogliamo possibilità. 

In fondo l’arte contemporanea aveva intuito questa mutazione molto prima di Ikea. Felix Gonzalez-Torres costruiva opere destinate letteralmente a diminuire: pile di fogli che il pubblico poteva prendere, montagne di caramelle da consumare, installazioni che per sopravvivere dovevano accettare di perdere continuamente una parte di sé ed essere ricostituite. L’opera definitiva diventava un organismo provvisorio. Trent’anni dopo, più o meno, facciamo lo stesso con divani, lavori, città e relazioni. Gonzalez-Torres però parlava di amore, perdita e morte. Noi, molto più prosaicamente, di flessibilità.

È curioso che proprio nel 2026 qualcosa stia cominciando a muoversi nella direzione opposta. Dal 31 luglio le nuove norme europee sul diritto alla riparazione favoriscono aggiustare telefoni, tablet, lavatrici e altri prodotti invece di sostituirli. Se scegliamo la riparazione durante il periodo di responsabilità del venditore, la garanzia viene prolungata di almeno dodici mesi. In pratica Bruxelles ha dovuto trasformare in diritto ciò che per i nostri nonni era semplice buon senso: se una cosa si rompe, prima di buttarla provi ad aggiustarla. È quasi commovente. L’Europa tenta di insegnarci la fedeltà partendo dalla lavatrice. Il paradosso è che contemporaneamente abbiamo costruito un’economia fondata sull’esatto contrario. Il software non si compra: si sottoscrive. La musica non si possiede: si ascolta finché qualcuno conserva i diritti. I film entrano ed escono dalle piattaforme come ospiti con problemi di commitment. L’automobile si noleggia, il vestito si rivende, la casa si affitta per quarantotto ore.

Abbiamo tutto a disposizione e quasi niente ci appartiene. Ed ecco il contrordine più interessante. Nel 2026 la Generazione Z sta riscoprendo DVD, Blu-ray, CD, vinili e perfino videoteche. Non per nostalgia: molti dei ragazzi che comprano DVD non erano nemmeno nati quando Blockbuster era un luogo del sabato pomeriggio. Lo fanno perché hanno scoperto una cosa rivoluzionaria: un DVD sullo scaffale non può sparire perché è scaduto un contratto di licensing. Possedere «La donna che visse due volte» è improvvisamente diventato più sovversivo che guardarlo in streaming. La stessa schizofrenia attraversa il lusso. Secondo l’EY Luxury Client Index 2026, il 62% dei consumatori aspirazionali comprerebbe prodotti luxury certified pre-owned. Compriamo un orologio destinato teoricamente a durare cent’anni pensando però anche a quanto sarà facile separarcene. L’eternità va benissimo, purché abbia un buon mercato secondario. Anche l’amore ha imparato il linguaggio dell’e-commerce. Le app ci hanno abituato all'idea che dietro qualsiasi persona possa essercene un’altra più compatibile, più interessante, più alta, più vicina, più ironica o semplicemente fotografata con una luce migliore. Non è necessario essere cinici. Basta essere ottimisti: perché fermarsi alla persona numero 43 quando la 44 potrebbe finalmente amare Truffaut, cucinare bene e non mandare vocali di sei minuti? Il problema dell’offerta infinita è che trasforma qualsiasi scelta in una rinuncia.

Lo vedo anche nelle case. Ci piacciono i mobili vintage ma li vogliamo mescolati, spostabili, non troppo vincolanti. Nessuno vuole più quella camera da pranzo coordinata che negli anni Settanta entrava in casa come una monarchia ereditaria: tavolo, sei sedie, credenza, controcredenza e la certezza che sarebbero rimasti lì fino alla nostra morte. Nonostante questo continuiamo a fotografare ossessivamente le case di persone che hanno fatto esattamente il contrario. Donald Judd a Marfa. Carlo Mollino a Torino. Le Corbusier nel Cabanon. Case dove ogni oggetto sembra dire: questo è qui perché qualcuno ha deciso che doveva essere qui. La decisione è diventata esotica. Per questo oggi risultano quasi commoventi le «Date Paintings» di On Kawara: tele sulle quali l’artista dipingeva semplicemente la data del giorno in cui erano state realizzate, distruggendole se non riusciva a terminarle entro mezzanotte. Nessuna possibilità di correggerle domani, nessun aggiornamento, nessuna versione 2.0. Quel giorno era quello e basta.

Nell’epoca del «modifica», «annulla», «salva come bozza» e «cancellazione gratuita», sembra quasi arte estrema. Succede anche nel lavoro. LinkedIn ha trasformato ogni impiego nel trailer del prossimo. Restare vent'anni nella stessa azienda, un tempo segno di affidabilità, oggi richiede quasi una spiegazione. Abbiamo sostituito la carriera con la traiettoria, la professione con le competenze, il mestiere con il profilo. E naturalmente abbiamo guadagnato moltissimo: libertà, mobilità, possibilità di ricominciare. Nessuno rimpiange davvero un mondo nel quale una scelta fatta a venticinque anni decideva automaticamente i successivi cinquanta. Ma forse abbiamo perso qualcosa nel tragitto.

Lo confesso: appartengo anch’io alla categoria di quelli che tengono aperte troppe finestre sul computer. Ogni tanto ne trovo una aperta da settimane e non ricordo più perché. Potrei chiuderla. Non lo faccio. In quella pagina inutilizzata sopravvive una possibilità, e le possibilità esercitano su di noi un fascino molto superiore alle decisioni.

Nel frattempo perfino la moda viene costretta a cambiare logica. Da luglio 2026 nell’Unione Europea è vietata alle grandi aziende la distruzione di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Anche ciò che il mercato aveva decretato superato deve trovare una seconda possibilità. È questo il grande cortocircuito del nostro tempo. Abbiamo trascorso trent’anni a rendere tutto sostituibile e ora stiamo riscoprendo il piacere di ciò che rimane. Ripariamo gli oggetti, compriamo vecchi dischi, cerchiamo mobili usati, restauriamo case, recuperiamo fabbriche, fotografiamo insegne che stanno per scomparire.

Dopo avere desiderato disperatamente il nuovo, cominciamo a trovare sexy ciò che ha resistito. Forse perché una cosa che dura possiede qualcosa che noi abbiamo progressivamente perduto: non tiene aperte tutte le possibilità. Ne ha scelta una. E ci è rimasta.

Il Cabanon (dal francese, capanno) di Le Corbusier, 1951, a Roquebrune-Cap-Martin, in Francia

Germano D’Acquisto, 03 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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