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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliIl 14 agosto René Goscinny avrebbe compiuto cent’anni. Un’età ragguardevole persino per chi ha inventato, insieme ad Albert Uderzo, un villaggio che da sessant’anni resiste all’Impero romano grazie a una pozione dal disciplinare sanitario piuttosto incerto.
Altro che Marvel. Il più solido universo narrativo europeo non è popolato da miliardari in armatura e divinità nordiche con problemi familiari, ma da un gallo baffuto, un menhir ambulante e un cane ecologista ante litteram che abbaia ogni volta che viene abbattuto un albero. I supereroi americani salvano il mondo. Asterix, molto più realisticamente, cerca di impedire che il mondo venga amministrato da Roma.
Rileggere oggi Goscinny significa scoprire che la geopolitica contemporanea assomiglia sempre più a un suo albo, soltanto senza il banchetto finale. Ci sono imperi che si allargano, province che resistono, alleanze che cambiano nome e comandanti convinti che basti disegnare una linea sulla mappa perché la realtà si adegui. In Ucraina, la guerra cominciata con l’invasione russa del 2022 continua a essere anche uno scontro tra il progetto imperiale di Mosca e la volontà di un Paese di non trasformarsi in provincia. In Medio Oriente, Iran, Stati Uniti, Israele, monarchie del Golfo e milizie regionali combattono ormai dentro uno stesso labirinto, dove ogni rappresaglia ne prepara un’altra e perfino il Mar Caspio sembra essersi avvicinato allo Stretto di Hormuz.
Goscinny aveva capito una cosa che molti strateghi sembrano ignorare: l’impero non è soltanto una potenza militare, è una forma mentis. È Cesare che osserva la Gallia e non riesce a concepire che qualcuno possa non desiderare di essere romano. È l’incapacità del centro di comprendere la periferia, salvo poi definirla arretrata, fanatica o ingrata. La grandezza di Asterix sta tutta lì: non celebra l’innocenza del piccolo contro la malvagità del grande, ma ridicolizza l’idea che la forza coincida automaticamente con la ragione.
René Goscinny con una copia di «Asterix e gli Elvezi», 1970, Archivio Storico Belga Image
Albert Uderzo fotografato da Gilles Desjardins, 1973
Naturalmente anche il villaggio gallico ha i suoi problemi. Ordinalfabetix e Automatix arrivano alle mani per questioni che oggi finirebbero in un talk show; Assurancetourix viene censurato con metodi poco liberali; Abraracourcix governa issato su uno scudo traballante, magnifica immagine di qualunque leadership contemporanea. Goscinny non idealizzava il popolo: sapeva che una comunità può essere litigiosa, vanitosa, provinciale e tuttavia degna di non essere conquistata. Una distinzione sottile, soprattutto nell’epoca in cui ogni guerra pretende di trasformare la propaganda in un test morale a risposta multipla.
Nelle avventure di Asterix, Roma dispone di eserciti, strade, burocrazia e una straordinaria capacità di pubbliche relazioni. Eppure perde quasi sempre perché non comprende il territorio umano. Oggi i missili attraversano i continenti, i droni prodotti in un Paese combattono in un altro, le tecnologie militari circolano tra l’Ucraina e il Medio Oriente, mentre i conflitti che continuiamo a chiamare «regionali» si contaminano sempre più apertamente. La pozione magica, nel frattempo, ha cambiato packaging: si chiama deterrenza, superiorità tecnologica, attacco preventivo. Ma conserva lo stesso difetto di tutte le pozioni politiche: prima o poi finisce.
Goscinny, ebreo francese cresciuto in Argentina e formatosi tra New York, Bruxelles e Parigi, conosceva bene l’assurdità delle identità troppo compatte. La sua Gallia non è nazionalista, perché il nazionalismo non sa ridere di sé. Asterix difende il proprio villaggio, ma viaggia continuamente, incontra altri popoli e scopre che ogni Paese considera normali le proprie follie. I Britanni bevono acqua calda, i Corsi regolano tutto in famiglia, gli Svizzeri sono ossessionati dalla puntualità. Gli stereotipi diventano così un sistema per smontare la presunzione di superiorità, non per confermarla.
Asterix resiste più di tanti supereroi perché non promette mai di eliminare il male, impresa editoriale prima ancora che metafisica. Si limita a contenere l’Impero, episodio dopo episodio, sapendo che Cesare tornerà e che il villaggio dovrà ricominciare da capo. È una visione meno trionfale, ma più europea: la storia non finisce, la pace non è definitiva e nessuno possiede per sempre la pozione.
A cent’anni dalla nascita di Goscinny, il mondo continua a convivere con chi assicura di invadere il vicino soltanto per proteggerlo. Mancano Panoramix e il banchetto sotto le stelle. Per il resto, sono ancora pazzi questi Romani.
Germano D’Acquisto
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