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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliLa cosa più sovversiva che i Rolling Stones potessero fare nel 2026 non era pubblicare un altro disco. Era commissionare un quadro. Per la copertina di «Foreign Tongues» hanno scelto Nathaniel Mary Quinn, pittore nato nei Robert Taylor Homes di Chicago nel 1977, oggi uno dei nomi più interessanti della pittura americana. Uno che con le facce ha un rapporto complicato: le divide, le sovrappone, le ricompone come se l’identità fosse un incidente domestico. Per gli Stones ha realizzato «Stones Trinity», mettendo Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood dentro lo stesso volto. Un’idea perfetta. Perché dopo sessant’anni una rock band non è più la somma dei suoi componenti. È una creatura mitologica. Un po’ Frankenstein, un po’ corporate identity, un po’ famiglia che continua a presentarsi insieme a Natale nonostante tutto. Ma soprattutto Quinn riporta in primo piano una storia che abbiamo quasi dimenticato: quella della copertina del disco come luogo dell’arte. Non semplice confezione. Luogo.
La cover di Andy Warhol per «The Velvet Underground & Nico»
Il MoMA dei ragazzi che al MoMA non sarebbero mai entrati. Prima di conoscere Andy Warhol, milioni di persone hanno conosciuto una sua banana. Nel 1967 «The Velvet Underground & Nico» arrivava nei negozi con quel frutto giallo e la scritta «Peel slowly and see». Si poteva davvero sbucciare. Warhol aveva capito tutto: un disco non doveva semplicemente avere una copertina, doveva diventare un oggetto.
Con «Sticky Fingers» dei Rolling Stones, nel 1971, fece ancora meglio. Jeans, cavallo dei pantaloni, zip vera. Un’immagine abbastanza esplicita da trasformare ogni adolescente che la comprava in un piccolo collezionista di arte erotica senza che i genitori se ne accorgessero. E non era solo Warhol. Peter Blake e Jann Haworth avevano già stipato sulla copertina di «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band» dei Beatles un’intera storia culturale del Novecento. Richard Hamilton, con sublime perfidia, avrebbe poi fatto l’esatto contrario: il «White Album». Bianco. Titolo in rilievo. Numero di serie. Praticamente il minimalismo entrato in classifica.
Robert Mapplethorpe fotografa Patti Smith per «Horses» e realizza una delle immagini definitive del rock senza bisogno di chitarre, pelle, fumo o motel. Patti è semplicemente lì. Camicia bianca, giacca sulla spalla, sguardo frontale. La fotografia non illustra il disco. È il disco. È questa la differenza. Le grandi copertine non spiegano la musica. La costruiscono. Gerhard Richter non dipinge una candela pensando ai Sonic Youth. Eppure quando «Kerze» finisce sulla copertina di «Daydream Nation», nel 1988, quel dipinto e quelle chitarre sembrano essere stati destinati a incontrarsi. I Sonic Youth insistono: Raymond Pettibon per «Goo», Mike Kelley per «Dirty». A un certo punto comprare un loro disco significa praticamente sottoscrivere un abbonamento alla storia dell’arte americana. Jean-Michel Basquiat disegna «Beat Bop» per Rammellzee e K-Rob. Keith Haring realizza l’artwork di «Without You» di David Bowie. Jenny Saville porta i suoi corpi monumentali e disturbanti su «The Holy Bible» dei Manic Street Preachers. Banksy firma «Think Tank» dei Blur. Damien Hirst mette una mosca sopra una pillola per «I’m with You» dei Red Hot Chili Peppers. Takashi Murakami trasforma «Graduation» di Kanye West in un’esplosione superflat. Jeff Koons mette Lady Gaga su «ARTPOP» e riesce nell’impresa concettualmente vertiginosa di trasformare una popstar già artificiale in un’opera sull’artificialità.
La cover di Robert Mapplethorpe per «Horses» di Patti Smith
Poi c’è Andres Serrano con i Metallica, Robert Rauschenberg con i Talking Heads. E Basquiat che, molti anni dopo la morte, ricompare sulla copertina di «The New Abnormal» degli Strokes con «Bird on Money». Nell’arte contemporanea anche i morti continuano ad avere featuring.
Naturalmente bisognerebbe allargare il discorso ai grandi grafici, altrimenti la storia diventerebbe semplicemente falsa. Jamie Reid costruisce l’anarchia visiva dei Sex Pistols. Peter Saville inventa con «Unknown Pleasures» dei Joy Division una delle immagini più riprodotte della cultura contemporanea: onde radio di una pulsar diventate nel frattempo maglietta, poster, tatuaggio, tazza, zerbino e probabilmente grembiule da cucina. Storm Thorgerson e Hipgnosis trasformano i Pink Floyd in un universo visivo prima ancora che musicale.
Ma la cosa interessante è che allora quelle immagini avevano tempo. Prendevi il disco. Lo aprivi. Guardavi la copertina mentre ascoltavi il lato A. La giravi. Leggevi i nomi. Scoprivi chi aveva fatto la fotografia. Studiavi dettagli completamente inutili. Era una forma involontaria di educazione visiva. Oggi «Horses», «Sticky Fingers» e «Daydream Nation» entrano tutti nello stesso rettangolino luminoso: tre centimetri circa. Abbastanza per riconoscerli, non necessariamente per guardarli.
Il paradiso di «Foreign Tongues» è che proprio mentre la copertina sembra destinata all’irrilevanza, gli Stones chiamano un pittore. Non un illustratore incaricato di rendere il prodotto più accattivante. Nathaniel Mary Quinn porta nel disco la propria ricerca: memoria, trauma, identità, frammentazione. E invece di consegnare tre vecchie rockstar alla nostalgia, le sottopone a una specie di autopsia cubista. Jagger, Richards e Wood vengono fatti a pezzi. Finalmente. E naturalmente sopravvivono.
Insomma, Warhol non rendeva più belli i Velvet Underground. Mapplethorpe non rendeva più rock Patti Smith. Richter non spiegava i Sonic Youth. Murakami non illustrava Kanye West. Aggiungevano un problema all’immagine. Ed è esattamente ciò che fa Quinn con gli Stones. Perché una buona copertina dovrebbe funzionare come una buona canzone: non dirti esattamente cosa devi vedere. Dovrebbe restare lì abbastanza a lungo da diventare inseparabile da ciò che ascolti. Una cosa che Spotify, per ora, non è ancora riuscito a mettere in shuffle.
«Kerze», la cover di Gerhard Richter per «Daydream Nation» dei Sonic Youth
Germano D’Acquisto
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