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Francis Alÿs, «Looking Up Ciudad de México», 2001, in collaborazione con Rafael Ortega

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Francis Alÿs, «Looking Up Ciudad de México», 2001, in collaborazione con Rafael Ortega

Basta fotografare, impariamo a guardare: la provocazione del Festival del paesaggio di Capri, luogo da cartolina per eccellenza

La decima edizione, dal 5 settembre all’8 novembre nella Villa San Michele di Anacapri, evidenzia che il problema dell’isola è che l’abbiamo già vista tutti, anche quelli che non ci sono mai stati. Otto artisti, tra cui Francis Alÿs, Elisa Sighicelli, Luca Vitone, mettono sotto esame immagini, memoria, sorveglianza e paesaggio

Germano D’Acquisto

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C’è stato un tempo in cui guardare Capri era relativamente semplice. Bastavano il mare, una terrazza, magari un paio di occhiali scuri e quella sensazione vagamente cinematografica che l’isola produce da almeno un secolo. Oggi le cose si sono complicate. Guardiamo Capri attraverso Instagram, Google Maps, telecamere, smartphone, droni. E mentre crediamo di osservare, qualcuno, o qualcosa, osserva noi. Benvenuti nel paesaggio contemporaneo. 

È da questa inversione dello sguardo che parte «The Observer», decima edizione del Festival del Paesaggio di Anacapri, curato da Arianna Rosica e Gianluca Riccio, dal 6 settembre all’8 novembre 2026. Il titolo sembra innocuo, quasi contemplativo. In realtà contiene una domanda piuttosto urgente: chi guarda chi?

Lo scrittore inglese Robert Macfarlane ha scritto: «Il paesaggio non ha linguaggio e la luce non ha grammatica, eppure milioni di libri cercano di raccontarli». Potremmo aggiungere milioni di fotografie. Apparteniamo ancora, almeno in parte, a una generazione che in viaggio fotografava con una macchina fotografica e scopriva magari una settimana dopo di avere sbagliato esposizione. Oggi possiamo fare cento fotografie dello stesso tramonto prima che il sole tocchi il mare. Non è detto che questo ci abbia insegnato a guardarlo meglio.

Capri, da questo punto di vista, è un laboratorio perfetto. Più un luogo è universalmente riconoscibile, più sembra difficile guardarlo davvero. Il Festival mette questa schizofrenia visiva dentro uno dei luoghi che più sembrerebbero resisterle: Villa San Michele. A crearla, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu Axel Munthe, medico e scrittore svedese innamorato di Anacapri. Medico anche della famiglia reale svedese e autore del fortunatissimo La storia di San Michele, Munthe costruì la Villa sulle rovine di un’antica cappella trasformandola in casa, collezione, giardino e autobiografia tridimensionale. Un luogo nato, in fondo, proprio da un atto di osservazione: Munthe vede Capri, se ne innamora e costruisce una cornice attraverso cui continuare a guardarla. Dentro quella cornice arrivano Francis Alÿs, Ali Cherri, Irene Fenara, Andrea Francolino, Eva Giolo, Elisa Sighicelli, Luca Vitone e Klara Zetterholm. Otto artisti molto diversi, accomunati dalla sensazione che vedere non sia mai un gesto neutrale.

Uno still dal video «Becoming landscape», 2023, di Eva Giolo. Courtesy l’artista

Non lo è certamente per Irene Fenara, che da anni lavora sulle immagini prodotte dai sistemi di videosorveglianza. È forse il corto circuito più perfetto di «The Observer»: immagini nate senza fotografo, generate da occhi elettronici che non contemplano nulla e registrano tutto. Se Cartier-Bresson aspettava l’istante decisivo, la telecamera di sicurezza non aspetta: lavora ventiquattr’ore su ventiquattro. C’è qualcosa di vagamente inquietante nell’idea che le immagini forse più numerose della nostra epoca siano proprio quelle che nessuno ha intenzione di guardare.

Francis Alÿs ha fatto dell’osservazione un modo per attraversare territori, conflitti e comunità, mentre Ali Cherri interroga reperti, fossili e archeologie per smontare l’idea rassicurante di progresso. Luca Vitone lavora da decenni sul luogo e sulle identità che vi depositiamo: mappe, musiche, architetture, cibo, politica. Perché un paesaggio non è mai soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi. È anche quello che sappiamo, o crediamo di sapere, mentre lo guardiamo.

C’è poi Elisa Sighicelli, che costringe la fotografia a diventare quasi materia; Eva Giolo, interessata a ciò che si nasconde nei gesti apparentemente ordinari; e Klara Zetterholm, che mescola archeologia, finzione e tempi impossibili. Come se anche il passato, ormai, potesse essere sottoposto a editing.

Il Festival nasce dieci anni fa proprio da una riflessione su Luigi Ghirri, probabilmente uno degli artisti italiani che meglio hanno capito quanto sia sospetta la parola «paesaggio». Ghirri fotografava ciò che tutti vedevano senza riuscire più a vederlo: cartoline, insegne, periferie, orizzonti. Nelle sue fotografie colpisce proprio l’apparente mancanza di enfasi: non sembrano dire «guarda qui», ma piuttosto «sei sicuro di avere già guardato?». Una lezione ancora più attuale in un mondo in cui ogni telefono può produrre in un pomeriggio più immagini di quante una famiglia ne producesse un tempo in una vita.

Uno still dal video «Becoming landscape», 2023 di Eva Giolo. Courtesy l’artista

Fuori da Villa San Michele lo sguardo diventa gesto pubblico. Per la quarta edizione di The Flag Project, dopo Ibrahim Mahama, Claire Fontaine e Sislej Xhafa, Andrea Francolino sostituisce le tre bandiere italiana, svedese ed europea davanti alla Villa con altrettante opere, accompagnate da una performance partecipativa. Un piccolo sabotaggio simbolico: persino una bandiera, oggetto che crediamo di conoscere al primo sguardo, può improvvisamente smettere di significare ciò che significava.

Per la prima volta arrivano inoltre screening di video d’artista all’aperto nel giardino di Villa San Michele. Torna anche il Jumeirah Capri Palace Award, alla seconda edizione, nato dalla collaborazione tra il Festival e il Jumeirah Capri Palace, cinque stelle di Anacapri che con l’arte intrattiene un rapporto  meno occasionale di quanto accada di solito negli hotel. Il suo White Museum è infatti una collezione diffusa negli spazi della struttura, con opere che vanno da Mimmo Paladino a Giorgio De Chirico, da Allen Jones al compianto Fabrizio Plessi. A presiedere la giuria è Nicolas Bourriaud, critico e curatore francese, tra le figure che hanno maggiormente influenzato il dibattito sull’arte contemporanea degli ultimi decenni: un’idea dell’arte che sposta l’attenzione dall’oggetto alle relazioni, agli incontri e alle esperienze che l’opera riesce ad attivare. Con lui, tra gli altri, anche Claudio Cerasa, direttore de «Il Foglio».

La cosa interessante è che tutto questo accada a Capri, uno dei luoghi più guardati, fotografati e mitologizzati del pianeta. Un’isola diventata immagine molto prima dell’invenzione dei social. E proprio qui la tentazione potrebbe essere quella opposta: mettere il telefono in tasca. Perché forse alcuni luoghi sopravvivono alla propria fotogenia soltanto quando smettiamo di fotografarli.

La domanda di «The Observer» diventa allora meno teorica di quanto sembri: è ancora possibile guardare qualcosa senza trasformarlo immediatamente in contenuto? Forse sì. Tornando alla luce senza grammatica di Macfarlane e facendo una cosa ormai quasi eversiva: fermarsi davanti a un paesaggio senza tirare fuori il cellulare. E aspettare che, per una volta, sia lui a guardare noi.

Uno still dal video «The Watchman», 2023, di Ali Cherri. © Courtesy l’artista, Fondazione In Between Art Film e Galerie Imane

Germano D’Acquisto, 04 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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