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Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliQuando si dice la parola assenza, la prima cosa a cui quasi tutti pensiamo è la morte. È umano, ed è anche, in un certo senso, una cosa bella: si pensa a chi resta e a chi se n’è andato, alla continuità che passa proprio attraverso quella mancanza. Ma è anche, inevitabilmente, qualcosa di triste. Sophie Calle, che è un’artista, riesce a tenere insieme queste due cose enormi, la morte e tutto ciò che le sta intorno, con un gioco così arguto che alla fine si finisce per riderne. Ecco perché è in copertina (all’ultimo numero di «Vernissage», Ndr). Abbiamo scelto l’assenza come tema del secondo numero. Pensiamo sia un tema politico, oggi, più della presenza.
In questo numero l’assenza prende la forma della defezione e dell’abbandono. È la diserzione di Bas Jan Ader che scompare in una performance definitiva. In altri prende la forma della fertilità, dello stare fuori per stare oltre: fuori dai sistemi più ovvi che ci opprimono, ma anche fuori dalle identità che ci siamo costruiti addosso negli ultimi decenni, comprese quelle nate con le migliori intenzioni progressiste. E l’abbandono delle identità che vengono intorbidate invece che rivendicate e ostense, è oggi sincera consapevolezza sovversiva. Identità artistiche come molteplicità pubbliche inafferrabili, come fluido in cui muoversi, invece che come un’altra casella da compilare. Lea Melandri scrive dei vuoti della storia delle donne. Rory Tsapayi scrive un diario sul lutto per Koyo Kouoh. Judith Clark scrive di Sophie Calle. Billy De Luca scrive dello spazio vuoto nelle gallerie. Brenda Vaiani scrive di Marilyn Monroe cento anni dopo la nascita. Viola Stefanello scrive di articoli spariti da Internet. Loredana Parmesani scrive dell’assenza come decisione. Carlo Gandolfi scrive dei linguaggi che l’architettura ha smesso di inventare. Federico Florian scrive della sua prima lezione di danza a 37 anni. Simone Di Scioscio scrive dell’assenza di suo padre e di come controlla il proprio corpo. Lynn Hershman Leeson ci ha detto: «Non voglio che la Storia scompaia, anche se è inesatta». Simone Cecchetto racconta di come: «L’unico modo di comunicare è togliere tutto».
Abbiamo lavorato mettendo insieme voci molto diverse tra loro, e le abbiamo lasciate in tensione senza mediarle troppo. Tom Wolfe ci aveva visto lungo negli anni Settanta, quando senza perdere per un secondo il gusto per un sarcasmo ben affilato descrisse il decennio dell’Io. Poco prima Guy Debord aveva visto lo spettacolo come lente e mondo. Andy Warhol, più o meno negli stessi anni, ne aveva fatto una previsione quasi allegra, tutti famosi per quindici minuti, e il resto della sua opera non ha fatto che confermarlo. Si sarebbero divertiti oggi. Ma prima di tutti loro c’era Bartleby, che come sappiamo avrebbe preferito di no. Non c’è una tesi che vogliamo dimostrare, ma una libera libertaria e liberatoria celebrazione del non esserci per scelta.
Buona lettura.
«Vernissage #2» sarà disponibile in edicola dal 6 ottobre
Jacopo Bedussi
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