Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliLa celebre frase di Mao potrebbe stare benissimo in bocca a Trump — e in effetti, mutatis mutandis, ci sta. Questo dice qualcosa sullo stato delle cose: che le parole hanno perso le radici ideologiche che le tenevano ancorate a un senso preciso, che circolano libere da qualsiasi storia, disponibili a significare tutto e il contrario di tutto a seconda di chi le pronuncia e in quale direzione soffia il vento.
Potremmo lamentarcene. Invece ce ne appropriamo perché se il collasso ideologico ha reso tutto ugualmente disponibile a tutti, tanto vale farne qualcosa: non per cinismo ma per una forma di allegra mala fede. Usare gli strumenti rotti per costruire qualcosa che funzioni, fare del disordine una rivista, partire dalla confusione e starci dentro invece di fingere di risolverla, fidarsi del fatto che la confusione, quando è abbastanza onesta, produce qualcosa di più interessante della chiarezza ottenuta troppo in fretta, e sperare che dal mucchio salti fuori qualcosa che assomigli, almeno vagamente, a un atto di resistenza e di progressismo. In un momento in cui tutto il panorama mediatico sembra impegnato a semplificare, a schiacciare, a trasformare qualsiasi argomento complesso in una posizione che stia dentro uno schermo piccolo e non richieda più di trenta secondi di attenzione, fare il contrario ha una sua logica. La complessità non è un difetto del pensiero: è il pensiero.
Quello che avete in mano vuol servire a questo: a tenere insieme cose che normalmente vengono tenute separate. Non le abbiamo messe in fila ordinatamente, ma con uno sguardo capace di vederle nella stessa inquadratura senza schiacciarle. Un mercato dell’arte che ragiona con le stesse categorie di una sneaker in edizione limitata racconta qualcosa di preciso su come funziona il desiderio oggi, e ignorarlo per preservare una distinzione rassicurante è una forma di disonestà intellettuale che sarebbe antistorica e ingannevole. Un’intelligenza artificiale che prende il posto dell’Altro lacaniano descrive abbastanza precisamente come molti di noi, probabilmente inclusi alcuni di voi, passano le serate. La moda che ha smesso di scrivere bene la propria finzione — che ha scelto di rassicurare invece di inquietare, di essere leggibile invece di essere opaca, di accompagnare per mano invece di aprire una frattura — racconta qualcosa che va molto oltre i fatturati, anche se sono i fatturati a farlo notare per primi.
Il metodo, se c’è, è quello: trovare dei nomi per le cose magari sbagliando, ma provando a entrarci il più possibile. Scegliere cosa merita spazio e cosa no, senza l’ipocrisia populista di trattare tutto allo stesso modo. Avere opinioni e difenderle. Un giornale senza opinioni è un catalogo. Ogni scelta editoriale include ed esclude, e questa non è una scusa ma una dichiarazione di intenti: esistere per qualcuno, non per tutti, e trovare quel qualcuno vale molto di più che inseguire chiunque. Ma chi vuole sedersi al tavolo e discutere, è e sarà sempre più che benvenut*.
Walter Pfeiffer, che apre questo numero con trent’anni di ritardo rispetto a quando avrebbe dovuto, ci ha detto una cosa al telefono che non abbiamo messo nel pezzo ma che in una riga spiega come questo primo numero ha visto la luce. Stava raccontando di quando ha cominciato a scrivere uno spettacolo teatrale, e di come quella decisione lo avesse in qualche modo obbligato a portarlo avanti «when something is written black on white, then you have to do it». Adesso è nero su bianco anche questo Vernissage.
Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Continuiamo ad alimentare il mito della giovinezza, ma le più grandi rotture nascono spesso dalla maturità. Perché la differenza tra un'attesa che logora e una che costruisce mestiere sta nel capire quando è il momento di smettere di aspettare il proprio turno
Con l’installazione multimediale «Soft Image, Brittle Grounds», l’artista e regista rivela come la complessità del mondo si scontri con le razionalità riduttive dell’era digitale
Non ha smesso di funzionare perché è diventata improvvisamente superflua o non desiderabile, ma perché ha smesso di funzionare come linguaggio capace di trascendere la prova di realtà
In occasione della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, all’interno della Biblioteca Nazionale Marciana sono allestite le installazioni di Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda



