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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliYayoi Kusama (Matsumoto, 1929 - Tokyo, 2026) ha involontariamente prodotto tutto ciò che un museo del XXI secolo può desiderare: esperienze partecipative e impattanti, dilagante risonanza social e costanti sold out a ogni mostra. Scomparsa a 97 anni, l’artista giapponese lascia un’eredità monumentale, un'icona assoluto del nostro tempo, consacrata in modo definitivo da quella che è tra le sue serie più longeve, radicali e apprezzate: le Infinity Mirror Room. Come ben indicato dal titolo, si tratta di un ambiente – ricavato provvisoriamente nello spazio museale attraverso una struttura modulare – interamente ricoperto da specchi, che moltiplicano all’infinito le luci e le forme che l’artista vi ha predisposto. E ovviamente ridondano l’immagine del visitatore, chiamato a perdersi individualmente in un universo colorato e avvolgente, evocativo e divertente, meditativo e intenso.
La natura smaccatamente fotogenica di queste stanze ha contribuito in maniera decisiva alla canonizzazione di Kusama, cavalcando il trend dell’arte spettacolarizzata condotta sulla soglia dell’intrattenimento. Ma, d’altro canto, è da sottolineare come esse siano esito di un percorso autentico vissuto da Kusama, punto d'arrivo di una carriera contraddistinta da un'incredibile coerenza e tenacia, che ha visto fin dall’infanzia l'artista tracciare forme ripetitive e puntini colorati, destinati a evolvere con costanza nel corso di tutta la sua vita in soluzioni sempre più ampie e organiche. Quando Kusama aveva dieci anni, iniziò a sperimentare vivide allucinazioni – lampi di luce, aure o densi campi di punti – che non l’avrebbero più lasciata. Trasformarle in opera è divenuto per lei un atto terapeutico, di pura sopravvivenza. Da questo tormento originario è scaturito il concetto di Self-Obliteration, l'annullamento del sé: ricoprire un corpo, uno spazio o l'intero visibile di polka dots equivale a dissolvere la singolarità individuale nell'infinito del cosmo.
Yayoi Kusama, «Gleaming Lights of the Souls» (2008)
Questa grammatica ossessiva ha attraversato decenni di sperimentazioni. Dai primi anni americani con gli Infinity Nets, enormi campiture monocrome fitte di minuscole pennellate a merletto che sfidavano tanto l'Espressionismo Astratto quanto il nascente Minimalismo, fino al passaggio alla tridimensionalità con le Accumulations, dove la proliferazione di sculture morbide di forma phallica andava a colonizzare oggetti d'uso comune, mobili e barche, preludendo alle grandi installazioni ambientali degli anni successivi. In questo percorso di estensione dello spazio e della materia si colloca l'invenzione della prima stanza a specchi. Nel 1965, alla Castellane Gallery di New York, Kusama presenta Phalli’s Field (Floor Show): intuendo le potenzialità della rifrazione specchiante per amplificare la percezione del rilievo e moltiplicare l'effetto d'affollamento delle sue forme morbide, l'artista crea un corto circuito spaziale privo di confini visibili. Con un prezzo fissato a 5 mila dollari – la metà per le istituzioni – l'opera va invenduta, e la successiva partecipazione non ufficiale alla Biennale di Venezia del 1966, con l'azione di Narcissus Garden favorita da Lucio Fontana, non sortisce l'effetto sperato. Nel 1974 – sconfitta, disperata, malata – fa ritorno in Giappone. Inizia a sottoporsi costantemente alle terapie, continua a fare arte.
La svolta maturata negli anni Ottanta e Novanta trasformerà gradualmente le sue Infinity Mirror Room in veri e propri dispositivi di culto dell'arte contemporanea. Nel 1991 prende forma Mirror Room (Pumpkin), presentata poi al Padiglione del Giappone alla Biennale di Venezia del 1993 sotto la curatela di Akira Tatehata, che eleva l'iconografia della zucca a motivo di conforto emotivo immerso in una griglia sferzante di pois neri e gialli. L'esplorazione dell'infinito si arricchisce presto di variazioni spettrali e materiche: con Gleaming Lights of the Souls (2008), oggi al Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca, Kusama crea un piccolo microcosmo acquatico sospeso dove luci cangianti riflettono nell'oscurità a 360 gradi, mentre con Love Is Calling (2013) ricopre lo spazio specchiante di sculture gonfiabili a forma di tentacolo ricoperte di pois, da cui risuona la voce dell'artista che recita poesie d'amore in lingua giapponese.
Con l'avvento dei dispositivi digitali e la diffusione degli smartphone, la Kusamamania globale trova la sua massima cassa di risonanza. Installazioni come Souls of Millions of Light Years Away (2013), conservata al The Broad di Los Angeles, incantano il pubblico ricreando l'illusione di una galassia fluttuante generata da centinaia di luci LED pendenti a varie altezze. Allo stesso modo, All the Eternal Love I Have for the Pumpkins (2016) riassume la maturità dell'artista trasformando le sue visioni infantili in una distesa infinita di zucche luminose e pulsanti, fino ad arrivare alla monumentale Dancing Lights That Flew Up to the Universe (2019), in cui l'esperienza immersiva si trasfigura in un volo cosmico di sfere di luce sospese tra sospensione meditativa e vertigine sensoriale.
Yayoi Kusama, «Fireflies on the Water» (2002)
Dalla prospettiva italiana, impossibile non ricordare Fireflies on the Water (opera del 2002 ideata per la collezione del Whitney Museum of American Art), che a cavallo del 2023 e 2024 è stata esposta a Palazzo della Ragione di Bergamo. L’opera consiste in un ambiente buio, le cui pareti sono rivestite di specchi; al centro si trova una pozza d’acqua scura su cui sporge una piattaforma panoramica simile a un molo, sormontata da 150 piccole luci pendenti che evocano il bagliore notturno delle lucciole. Gli elementi creano un effetto abbagliante di luce diretta e riflessa, emanata sia dalle superfici specchianti che dall’acqua. Lo spazio appare infinito, senza cima né fondo, inizio né fine. Nonostante fosse possibile passare (per questioni logistiche) circa un minuto nella stanza, la mostra fu un successo clamoroso. Tanto da essere prorogato, e ospitare oltre 93 mila spettatori. Numeri davvero notevoli per il contesto nazionale.
Ma è tutta la Kusamamania, a pensarci bene, ad assumere tratti assurdi. L’espressione intima di un disagio, la manifestazione estetica di un mondo interiore lacerato è divenuta per il pubblico un’occasione ludica, da vivere con la trepidazione di un bimbo al luna park e la necessità di immortalarla prima che sfugga in un attimo. Un apparente cortocircuito, quasi tendenzioso. Ma poi, a pensarci ancora meglio, forse questa sovraesposizione è esattamente ciò che Kusama ha ricercato per una vita: un canale e un linguaggio per connettersi al mondo, una finestra per gli altri sulla sua psiche ingarbugliata, un punto di contatto reale con il prossimo.
Oggi mille emanazioni di lei vivono e si moltiplicano per il mondo, condivise sui social o esposte nei musei, mentre Kusama rimane consegnata alla storia e all'infinito delle sue creazioni, lasciandoci in dote le sue stesse parole: «Io, Kusama, sono la moderna Alice nel paese delle meraviglie. Come Alice che attraversa lo specchio, io, Kusama... ho aperto un mondo di fantasia e libertà. Anche tu puoi unirti alla mia avventurosa danza della vita».
Davide Landoni
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