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La Santa Maria Maddalena di Bernardino Luini

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La Santa Maria Maddalena di Bernardino Luini

Milano nel segno di Leonardo: una grande mostra ricostruisce l'epopea dei leonardeschi

Dal 27 novembre 2026 al 4 aprile 2027 le Gallerie d’Italia di Milano dedicano una grande mostra all’eredità di Leonardo in Lombardia. Curata da Arturo Galansino e Simone Facchinetti, Nel segno di Leonardo. Allievi e seguaci a Milano ricostruisce la formazione e la diffusione della scuola leonardesca attraverso Marco d’Oggiono, Boltraffio, Cesare da Sesto, Andrea Solario, Ambrogio de Predis, Bernardino Luini, Giampietrino e gli altri protagonisti di una stagione che cambiò il volto della pittura lombarda.

Sophie Seydoux

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Non basta dire che Leonardo lavorò a Milano. Più interessante è capire che cosa accadde alla pittura lombarda dopo il suo arrivo e quanto a lungo continuò ad agire il suo linguaggio anche quando lui non c’era più. È da questa domanda che parte Nel segno di Leonardo. Allievi e seguaci a Milano, la mostra in programma alle Gallerie d’Italia-Milano dal 27 novembre 2026 al 4 aprile 2027, a cura di Arturo Galansino e Simone Facchinetti. Il progetto affronta in maniera organica la lunga eredità di Leonardo in Lombardia, seguendo la diffusione e la trasformazione delle sue invenzioni tra gli artisti che lo incontrarono direttamente, quelli che lavorarono nella sua orbita e le generazioni successive che ne rielaborarono la lezione. Al centro ci sono Marco d’Oggiono, Giovanni Antonio Boltraffio, Cesare da Sesto, Andrea Solario, Ambrogio de Predis, Bernardino Luini, fino a Giampietrino e ai leonardeschi della seconda generazione.

Il punto non è ricostruire una scuola in senso accademico. Il leonardismo milanese fu piuttosto un campo mobile, fatto di bottega, collaborazione, imitazione, appropriazione e circolazione delle invenzioni. Leonardo arrivò a Milano nel 1482, entrando nella corte di Ludovico il Moro, e vi rimase fino al 1499. In quegli anni produsse opere, disegni, progetti e modelli che modificarono in profondità il lessico figurativo locale: il rapporto tra figura e paesaggio, lo sfumato, la costruzione psicologica dei volti, la resa atmosferica, la complessità delle pose. Queste novità non rimasero circoscritte alla sua produzione. Vennero assorbite, replicate e trasformate da una costellazione di artisti molto diversi tra loro. Boltraffio sviluppò una pittura di straordinaria concentrazione psicologica; Andrea Solario tradusse la lezione di Leonardo in una versione più elegante e raffinata; Cesare da Sesto contribuì a diffonderne il linguaggio fuori dalla Lombardia; Bernardino Luini ne elaborò una formula più morbida e accessibile, destinata a enorme fortuna.

La mostra intende mettere in evidenza proprio questa pluralità. Parlare di «leonardeschi» rischia infatti di appiattire personalità autonome sotto il peso del maestro. Il percorso prova invece a restituire differenze, deviazioni e interpretazioni. È qui che l’eredità di Leonardo diventa interessante: non come imitazione, ma come sistema generativo. Il 1499 rappresenta uno spartiacque. Con la caduta di Ludovico il Moro e l’allontanamento di Leonardo da Milano, molti dei suoi allievi e collaboratori lasciano temporaneamente il ducato in cerca di nuove committenze. La diaspora contribuisce alla diffusione del leonardismo in altre aree italiane. Alcuni seguono direttamente il maestro, altri costruiscono carriere autonome. Francesco Napoletano, per esempio, appartiene al gruppo più vicino; altri si emancipano rapidamente.

Leonardo torna a Milano nell’estate del 1506, chiamato da Charles d’Amboise, luogotenente di Luigi XII, e vi resta quasi senza interruzioni fino al 1513. È in questa seconda fase che si forma una nuova generazione, accanto ai fedelissimi Salaino e Francesco Melzi. Quest’ultimo, alla morte del maestro, erediterà il nucleo dei suoi disegni e manoscritti, assumendo un ruolo decisivo nella trasmissione materiale del suo lascito. Tra i protagonisti di questa fase emerge Giampietrino, figura centrale della seconda generazione leonardesca, capace di tradurre formule e invenzioni del maestro in immagini destinate a vasta circolazione. Il percorso delle Gallerie d’Italia allarga però lo sguardo anche ai pittori attivi in Lombardia prima dell’arrivo di Leonardo, così da rendere più chiaro ciò che realmente cambia con lui. È un passaggio metodologicamente importante: nessuna rivoluzione figurativa avviene nel vuoto. Leonardo entra in un ambiente già articolato, con tradizioni proprie, e il suo linguaggio si innesta su un tessuto preesistente.

Il valore della mostra sta quindi nella possibilità di leggere il Rinascimento lombardo non come episodio periferico rispetto a Firenze o Venezia, ma come uno dei grandi laboratori dell’arte italiana tra Quattro e Cinquecento. Milano diventa un centro di elaborazione nel quale la presenza di Leonardo produce conseguenze durature sulla pittura, sulla bottega e sulla circolazione dei modelli. Il progetto si inserisce nella linea di approfondimenti storico-artistici sviluppata negli ultimi anni dalle Gallerie d’Italia di Piazza Scala. Dopo la mostra su Giovan Battista Moroni, quella dedicata a Milano come crocevia delle arti e l’indagine sul rapporto tra Roma e Milano nell’età neoclassica, il nuovo appuntamento torna ancora più indietro e affronta una delle fasi fondative dell’identità artistica della città. Il catalogo, pubblicato da Allemandi, accompagna questa impostazione con una struttura monografica: ogni artista è affidato a uno specialista, con l’obiettivo di aggiornare lo stato degli studi e ridefinire attribuzioni, rapporti e genealogie interne alla scuola. È un punto decisivo. Perché il leonardismo è stato a lungo raccontato come una storia di dipendenza: un maestro e una costellazione di seguaci. La mostra prova invece a leggere quella costellazione come un sistema complesso di trasferimento delle forme. Leonardo resta il centro gravitazionale. Ma la vera storia comincia quando il suo linguaggio smette di appartenere soltanto a lui e diventa una lingua condivisa.

Sophie Seydoux, 20 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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