Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

City: il deserto non è mai stato vuoto

Image

City: il deserto non è mai stato vuoto

Michael Heizer, City, l'arroganza della terra vuota, il paradosso della Land Art

Considerata il capolavoro assoluto della Land Art americana, City di Michael Heizer nasce come rifiuto del museo e del mercato. Eppure la sua storia rivela un'altra geografia: quella delle terre indigene, delle politiche di appropriazione del territorio e del potere culturale di decidere cosa debba essere conservato. Un'analisi critica di una delle opere più influenti del Novecento.

Franco Broccardi

Leggi i suoi articoli

Michael Heizer ha impiegato più di cinquant’anni per costruire City, nel deserto del Nevada. Una città senza abitanti, senza strade che portino da qualche parte, senza economia, senza politica, senza vita quotidiana. Sculture di terra, cemento e roccia lunghe più di due chilometri pensate per durare millenni. È l’opera più ambiziosa della Land Art americana ed è, certamente, un’operazione faraonica. La scala non è un dettaglio del progetto ma è il progetto stesso per cui un uomo dedica mezzo secolo e diverse decine di milioni di dollari a incidere la propria idea di città su un pezzo di deserto.

La prima domanda che viene in mente, di fronte a questa arroganza è: ne vale la pena?

Il gesto fondativo è noto e, in apparenza, generoso. Heizer sottrae l’arte al museo e al mercato. Non più l’oggetto trasportabile, esposto, commerciabile, ma un intervento inseparabile dal luogo. Il museo è troppo piccolo, il paesaggio è il vero spazio dell’arte. Solo che per compiere questo gesto di sottrazione l’artista ha bisogno della forma più assoluta di disponibilità del territorio: un luogo remoto, isolato, vuoto. Sceglie il deserto mail deserto non è vuoto.

La terra su cui sorge City si trova all’interno della più ampia geografia ancestrale rivendicata dalla tribù indiana dei Western Shoshone, Newe Sogobia. Il Treaty of Ruby Valley del 1863 non fu un trattato di cessione della terra nel senso tradizionale. Regolava specifici usi, passaggi e diritti degli Stati Uniti e dei coloni mentre la questione del titolo territoriale rimase controversa e sarebbe diventata uno dei contenziosi più lunghi della storia americana. I Western Shoshone sostengono ancora oggi di non avere mai ceduto quelle terre.

Sulla più ampia geografia territoriale dei Western Shoshone, in un altro punto del Nevada, gli Stati Uniti hanno poi costruito il Nevada Test Site dove tra il 1951 e il 1992 furono condotti centinaia di test nucleari, motivo per cui i Western Shoshone si definiscono per questo «the most bombed nation on Earth». Una terra contesa, una terra bombardata, una terra sulla quale un artista costruisce un monumento pensato per attraversare i millenni. Tre strati sullo stesso mondo desertico: chi svuota attraverso un trattato mai riconosciuto come cessione, chi devasta con le bombe, chi ne piega il senso con l’arte. Non sono la stessa cosa ma sono tutte e tre forme radicalmente diverse di potere in cui ciascuna lascia sul territorio una propria idea di chi abbia il diritto di decidere che cosa quel territorio debba diventare.

C’è anche una coincidenza che sembra un segnale. Pochi metri a sud dell’opera le carte segnano un corso d’acqua asciutto: il Sand Creek. È un wash della Garden Valley, un nome idrografico come tanti altri nel Great Basin. Non è il Sand Creek, che sta in Colorado, dove l’esercito americano nel 1864 attaccarò un accampamento di Cheyenne e Arapaho e uccise più di cento persone, in gran parte donne, bambini e anziani. Non è quel Sand Creek raccontato da De Andrè ma solo due luoghi diversi con lo stesso nome. Però il nome è lì scritto sulla mappa accanto a City e per chi conosce la storia di quel massacro la rima suona da sola.

“Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura”. Quello che tiene insieme il trattato, la bomba e i due nomi non è una serie di episodi. È un dispositivo. Possiamo chiamarlo terra nullius: un dispositivo insieme giuridico e immaginativo con cui un territorio viene dichiarato disponibile perché chi lo abita non conta come abitante. Prima si dichiara vuoto il luogo, poi lo si può nominare, cartografare, conquistare, conservare, estetizzare. È un meccanismo che non appartiene solo al passato e non appartiene solo all’America e che ritorna ogni volta che qualcuno stabilisce che una terra è disponibile perché nessuno che conti la abita. È lo stesso dispositivo che è al lavoro ogni volta che una terra viene dichiarata vuota mentre è abitata:,da Newe Sogobia alla Palestina, da City ai coloni. Cambiano i contesti, cambiano le forme del potere, cambiano le storie ma quello che resta sempre è la pretesa di trasformare la presenza di qualcuno in un’assenza e, con essa, la terra in uno spazio disponibile.

City non lo inaugura e non lo cita. Lo eredita. E lo eredita nel momento stesso in cui crede di liberarsi dell’Occidente del museo e del mercato. La sottrazione al mercato, però, guardata da vicino, è un’inversione. City è quasi invisibile, lontana, difficile da raggiungere. L’accesso è limitato a sei visitatori al giorno, tre giorni alla settimana in alcuni mesi dell’anno, su prenotazione: il biglietto costa centocinquanta dollari, i telefoni vengono ritirati all’ingresso, l’opera non può essere consumata come immagine. Sulla carta è l’economia del silenzio fatta terra e cemento. Ma quel silenzio non è silenzio, è scarsità. Sei visitatori non sono umiltà, sono posizionamento. L’opera non rinuncia all’attenzione: la inverte, e produce valore esattamente dall’impossibilità di vedere. Non si può possedere City, ma si può possedere il racconto di averla vista, che è un capitale simbolico più raffinato di qualsiasi merce. E mla natura sepolta sotto il cemento diventa un luogo di élite in cui il senso si perde.

L’opera che voleva uscire dal museo finisce per contribuire alla protezione istituzionale del paesaggio che la circonda. Nel 2015 Barack Obama istituisce il Basin and Range National Monument, circa 704.000 acri di territorio federale. City non ne fa parte in senso proprietario, sorge su una porzione privata di Garden Valley circondata dal federale, ma la sua presenza fu tra le ragioni della campagna di tutela, LACMA, il Los Angeles Country Museum of Art, sostenne apertamente la designazione e la proclamazione presidenziale citò l’opera come uno dei motivi della rilevanza culturale del luogo.

La Land Art nata come fuga dall’istituzione artistica entra così in un’altra istituzione, la tutela del territorio, e non se ne libera più: oggi mantenere City costa circa 1,3 milioni di dollari l’anno, secondo High Country News, sostenuti anche da LACMA e dal Museum of Modern Art. Viene da chiedersi: perché?

Heizer ha costruito una città senza cittadini. Ma una città non è una forma, è una relazione: conflitto, scambio, lavoro, memoria, migrazione, disuguaglianza, abbandono. City conserva la forma della città dopo averne eliminato la vita, ed è la stessa operazione che il museo compie con gli oggetti, tranne che qui si compie sul territorio. Prendere qualcosa dalla vita, separarlo dal contesto, attribuirgli un valore, conservarlo come forma. Il museo diventa deserto, la teca diventa territorio.

Per costruire City sono stati scavati, spostati e compattati terra e roccia, utilizzato cemento, ridisegnati suolo e percorsi. E oggi bisogna fare l'operazione inversa: controllare l'erosione, rimuovere la vegetazione che invade l'opera, ripristinare le superfici, monitorare gli spostamenti delle strutture e studiare come adattare la conservazione alle nuove piogge e agli eventi di allagamento legati al cambiamento climatico. La natura viene prima modificata perché l'opera possa esistere, poi controllata perché l'opera possa sopravvivere. È difficile immaginare una contraddizione più perfetta per un'opera nata dalla volontà di uscire dal museo e tornare alla terra. La Land Art non restituisce necessariamente la terra alla natura: qualche volta chiede alla natura di fare spazio all'arte.

L’insostenibile arroganza occidentale non consiste soltanto nel distruggere un luogo o nel volerlo possedere. Nella sua versione più aggiornata, quella che City mette in scena senza forse volerlo, consiste nel ritenere di avere il diritto di dargli un significato. Di decidere quale memoria e quale forma debbano sopravvivere su una terra che aveva già i suoi abitanti, i suoi nomi e i suoi morti.

Prima di chiedere che cosa possiamo fare di un luogo conviene chiedersi chi c’era prima, e quando diciamo questo luogo è cultura, conviene chiedersi chi è quel «noi» che lo sta dicendo. Il senso dell’arte sarebbe proprio questo. Fare cultura è, quindi, altro.

Il deserto non è vuoto.

L’arroganza non è soltanto estetica. È catastale.

“Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek”

Franco Broccardi, 13 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Franco Broccardi

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Sulla Terrazza Mirador al Galata Museo del Mare il 2 luglio si terrà la seconda tappa di «Quitting», ideato da Franco Broccardi, Marco Enrico Giacomelli e Arianna Testino

Il ridimensionamento di Pace Gallery e le difficoltà di numerosi operatori internazionali segnalano l'esaurimento di un modello fondato su espansione continua, sedi multiple e crescita dei costi. Tra passaggi generazionali della ricchezza, nuovi collezionismi e ritorno delle relazioni dirette, il sistema dell'arte sembra entrare in una fase di ricalibrazione in cui la dimensione conta meno dell'identità.

C'è una domanda che raramente viene posta: perché esiste il mercato dell'arte e non esiste il mercato del teatro?

Un raffronto sistematico su tre piani: la dimensione numerica del pubblico, l’impatto economico sulle città ospitanti e il volume d’affari generato durante e dopo i giorni di fiera. Nonostante l’assenza di dati.

Michael Heizer, City, l'arroganza della terra vuota, il paradosso della Land Art | Franco Broccardi

Michael Heizer, City, l'arroganza della terra vuota, il paradosso della Land Art | Franco Broccardi