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Il Polittico di S. Gregorio di Antonello da Messina rubato settimana scorsa a Messina

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Il Polittico di S. Gregorio di Antonello da Messina rubato settimana scorsa a Messina

Antonello, l’uomo nero e i Pokémon

Cosa abbiamo perso davvero con il furto di Messina a parte la credibilità?

Franco Broccardi

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A luglio, ad Arles, c’era un uomo nero seduto a un compleanno dell’America bianca degli anni Cinquanta. Non avrebbe dovuto esserci: in quelle case, a quell’epoca, un uomo nero non entrava. Ce l’ha messo Omar Victor Diop, fotografo senegalese, montandosi con un innesto invisibile dentro le diapositive amatoriali collezionate da Lee Shulman. In “Being There” lui, uomo nero in mezzo a soli bianchi, se ne sta lì con naturalezza, sorride, scherza. E un’istantanea banale diventa di colpo visibile. L’intruso ti obbliga a vedere l’esclusione che l’innocenza dell’immagine nascondeva. L’inserto inatteso non aggiunge un prezzo alla fotografia. Le restituisce uno sguardo.

La sera di Ferragosto tre o quattro ladri (che ci immaginiamo sempre vestiti come Diabolik, neri dalla testa ai piedi) sono entrati al MuMe, il Museo Regionale Interdisciplinare di Messina e in pochi minuti hanno portato via tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà di Antonello da Messina.

Diop aveva aggiunto una presenza per rendere visibile un’esclusione; i ladri ne hanno sottratte tre per rendere visibile un abbandono. Il giorno prima quelle tavole le guardavano ventisei paganti al giorno. Il giorno dopo le ha viste un Paese intero.

La differenza fra Antonello dentro il museo e Antonello fuori dal museo, dal punto di vista della presenza culturale, è sorprendentemente piccola. Il quadro c’era, ma quasi nessuno lo vedeva, ne fruiva, ne traeva cultura. Era presente come patrimonio e assente come esperienza.

Antonello, oggi, è diventato un Pokémon. Non perché sia diventato popolare come Pikachu. Perché il valore di un patrimonio non sta nel possesso dell’originale ma nella rete di persone che lo riconosce, lo cerca, lo racconta, lo scambia. È valore di rete e la cultura, lo sappiamo, è la lingua delle reti.

La cultura è fatta di linguaggi, rituali, storie, immagini e oggetti attraverso cui una comunità costruisce significati e appartenenza. I Pokémon sono un’espressione culturale perché vengono praticati: si gioca, si colleziona, si scambia, si racconta, si trasforma, si ricorda. Una carta chiusa in una cassaforte può avere un enorme valore economico ma culturalmente diventa interessante solo quando entra in una comunità. Una carta rarissima che nessuno colleziona, per quanto perfetta nel cartoncino, non ha valore. Una Pikachu Illustrator è stata battuta a febbraio da Goldin per 16,5 milioni di dollari, la carta da collezione più cara di sempre, solo per la rete che sa cos’è e la riconosce. Il MuMe possedeva un originale ma non ha costruito la rete necessaria.

Il mercato costruisce una quotazione; la cultura costruisce una presenza. I Pokémon hanno costruito un sistema straordinariamente efficace per trasformare un oggetto in un’esperienza condivisa. Antonello aveva cinque secoli di storia dell’arte alle spalle e un museo che lo custodiva. Eppure, anche quando fisicamente presente era culturalmente quasi assente.

Antonello era già un Pokémon prima dei Pokémon. L’arte sacra era la cultura pop del suo tempo: immagini che tutti riconoscevano, storie che tutti conoscevano, schemi e figure che circolavano da una chiesa all’altra, da un altare all’altro, da un’immagine all’altra. La Madonna, Cristo, i santi erano una specie di universo condiviso. Antonello non dipingeva per un pubblico di specialisti: dipingeva dentro una rete culturale che sapeva perfettamente chi erano quei personaggi e perché guardarli contava.

Chi conosce i manga non può non pensare a One Piece dove il tesoro più prezioso del mondo è quello che nessuno ha mai visto, e vale tanto proprio perché intere ciurme lo cercano, lo nominano, lo inseguono. Il valore è la caccia, non l’oggetto. Il Polittico di San Gregorio, fino al 15 agosto, era un tesoro senza ciurma. A reclutargliela ci ha pensato una banda col casco, la notte di Ferragosto. Il paradosso è che Antonello non aveva bisogno di diventare più prezioso. Aveva bisogno di diventare più cercato.

A giugno 2025 la casa d’aste Yongle di Pechino, che di solito vende arte moderna e gioielli, ha battuto un Labubu a grandezza naturale, un mostriciattolo di vinile senza storia e senza autore, per oltre centocinquantamila dollari. Non certo per il vinile. Per la rete che sa cos’è, lo insegue nelle blind box, se lo scambia, se lo appende alla borsa. Un’opera inalienabile non ha, di per sé, un valore di mercato. Le «decine di milioni» di cui hanno scritto sui giornali sono una scrittura assicurativa non una quotazione. È l’unico bene che si è rivalutato peggiorando la propria reperibilità. Il giorno prima non riempiva una sala, il giorno dopo valeva una fortuna che nessuno potrà mai incassare.

Il suo valore economico, però, non è il punto. Antonello non vale poco perché non può essere venduto. Al contrario, il suo valore patrimoniale può essere enorme. Ma il valore economico e quello culturale non sono la stessa cosa. Una stima assicurativa può dirci quanto è importante proteggere un bene; non ci dice quanta cultura quel bene sta producendo.

Il museo più grande del Sud, ventisei paganti al giorno, nessun bilancio sociale, nessuna valutazione d’impatto: è il museo-zoo applicato alla lettera. L’opera esposta a nessuno, culturalmente assente. Un possesso senza caccia. Il furto non ha creato il valore culturale di Antonello. Ha creato una discontinuità sufficiente a farci accorgere che quel valore, quando il quadro era semplicemente lì, non stava circolando. Antonello è stato culturalmente più presente da assente che da presente.

Tre tavole su cinque dell’unica opera di Antonello rimasta nella sua città sono una mutilazione vera, su un corpo già mutilato, smembrato nei secoli, dilavato dalle piogge seguite al terremoto del 1908. Non c’è niente di fortunato in tutto questo.

Il punto non è che il furto sia stato un bene. È che il museo realizzava quasi zero della differenza culturale fra avere quelle opere e non averle e c’è voluta una rapina perché ce ne accorgessimo. Se le tavole torneranno, e speriamo tornino, la domanda resterà appesa nella sala dove le riappenderanno: chi le guarderà, il 16 di un agosto qualunque, quando non saranno più una notizia?

Un patrimonio senza rete è un originale che nessuno riconosce. Può valere milioni nei registri contabili e quasi niente nella vita culturale di una città.

Perché il patrimonio può essere conservato in una teca. La cultura no. La cultura deve circolare.

Il problema non è dunque che oggi guardiamo Pikachu invece di Antonello. È che Pikachu ha ancora una comunità che lo guarda, mentre Antonello, nel museo che dovrebbe custodirlo e renderlo vivo, rischiava di non averne quasi più.

E forse è questa la cosa che il Pokémon, con tutta la sua apparente leggerezza, ci insegna meglio di molti musei: non basta possedere qualcosa di raro. Bisogna fare in modo che qualcuno lo cerchi.

Franco Broccardi, 24 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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