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Franco Broccardi
Leggi i suoi articoliEccentrica, 2 luglio ore 19.30 - Terrazza Mirador, Galata Museo del Mare, Genova
Genova sta crescendo. Lo fa fuori dai centri tradizionali del sistema culturale italiano, lontana da Roma e Milano, con una geografia che è già di per sé una forma di eccentricità. È il posto giusto per la seconda tappa di «Quitting», un rave culturale ideato da Franco Broccardi, Marco Enrico Giacomelli e Arianna Testino. Un formato che mescola pensiero e presenza, dibattito e intensità, senza la liturgia del convegno e senza moderatori che tirano le somme e che arriva il prossimo 2 luglio sulla Terrazza Mirador del Galata Museo del Mare, all’interno del programma di Electropark 2026, con una serata costruita attorno a una parola che il sistema culturale usa spesso come insulto e quasi mai come categoria analitica: eccentrica.
Parteciperanno, tra gli altri e oltre ai tre ideatori e ad Alessandro Mazzone e Anna Daneri di Electropark, Lino Gunciale, attore e ambasciatore UNHCR, la designer Giorgia Brusemini, Irene Parisi e Margherita Chinnici tra le fondatrici dell’impresa sociale FuoriCentro di Palermo, l’artista e performer Mona Lisa Tina.
Franco Broccardi ha scritto un manifesto per questa serata che diventa il punto di partenza di una conversazione tra figure provenienti da ambiti diversi, senza gerarchia tra discipline, senza conclusioni obbligate, aperta a quello che viene. Un rave.
Eccentrica: il quartiere del pensare contro l’economia del bando
Eccentrico: etimologicamente, ciò che si pone fuori dal centro. In fisica e astronomia il termine descrive una posizione e una traiettoria, non un giudizio. Nel linguaggio comune oscilla da sempre fra significato peggiorativo, stravagante e marginale, e significato elogiativo, originale e non allineato.
Cosa succede a un sistema artistico, e al lavoro culturale che lo sostiene, se l’eccentricità smette di essere considerata margine e viene riconosciuta come luogo dove il valore si forma.
Esiste un’attività che oggi nel sistema culturale italiano ed europeo non viene finanziata, non viene rendicontata, non viene riconosciuta come lavoro e che era il presupposto storico di quasi tutto ciò che chiamiamo arte: la sospensione, il tempo non produttivo, il ritiro temporaneo dal flusso. Quello che Thomas Bernhard chiamava il quartiere del pensare. Un luogo profondamente eccentrico nel senso letterale del termine, lontano dal centro in cui la macchina artistica produce sé stessa. Ne Il respiro (1978) Bernhard scrive che l’artista deve farsi ricoverare di tanto in tanto in un ospedale, una prigione o un convento, un quartiere del pensare, appunto, altrimenti rimane impigliato alla superficie delle cose. La frase suona oggi quasi astratta tanto è incompatibile con il modo in cui funziona il sistema della cultura nel 2026.
I bandi, le call, i finanziamenti europei, la rendicontazione, l’output report, gli indicatori di ricaduta sono tutti strumenti che presuppongono l’opposto. La performance continua è la condizione standard di sopravvivenza prima ancora che modalità di lavoro. L’artista che oggi chiede tempo per non produrre nulla, anche solo per qualche mese, non rientra in nessuna casella. La sua domanda è inammissibile, letteralmente.
Alcune voci distanti per epoca, lingua e tono hanno già diagnosticato il problema, e lo hanno fatto da posizioni a loro modo eccentriche rispetto al sistema che descrivevano.
Bernhard, appunto. Un austriaco arrabbiato che fa della letteratura austriaca il proprio bersaglio polemico permanente e registra il sintomo individuale: l’artista che non si ferma resta in superficie. Il quartiere del pensare è la condizione perché qualcosa accada. Senza la sospensione, la pausa, il ritiro, l’artista diventa uno che produce in continuazione e non dice nulla. La posizione eccentrica, fuori-centro, fuori-flusso, è un dovere, non un’opzione.
Frida Kahlo, in una lettera a Nickolas Muray del febbraio 1939 scritta da Parigi nei giorni della mostra organizzata da André Breton, descrive da vicino quella superficie. I marchettari, scrive, vivono come parassiti sulle spalle di ricche bagasce invaghite del loro genio di artisti, passano le ore nei caffè a chiacchierare di cultura, arte e rivoluzione, accatastano teorie che non realizzeranno mai, e a casa non hanno nulla da mangiare perché nessuno di loro lavora. La sua è una posizione doppiamente eccentrica. È una donna messicana nel cuore del centro surrealista parigino, e dentro quel centro decide di non essere assorbita e tornerà a Coyoacán.
La storia del Novecento registra altri esempi come Robert Walser che fa quello che Bernhard descrive quasi alla lettera. Si fa ricoverare ad Herisau e smette di scrivere per ventitré anni, fino alla morte nella neve. Glenn Gould lascia il concerto pubblico nel 1964 e per il resto della vita registra in studio di notte sottraendosi alla performance come obbligo permanente. Cy Twombly lascia New York per Gaeta, lavora lentamente lontano dal centro dell’arte americana trasformando la distanza geografica in condizione dell’opera.
In musica i casi più riconoscibili dell’epoca contemporanea sono i Massive Attack e Fiona Apple, che hanno fatto della sottrazione alla continuità produttiva una propria modalità di lavoro.
I Massive Attack, da Bristol e fuori dal centro londinese dell’industria, hanno pubblicato pochissimo nell’arco di quasi trent’anni, spostando progressivamente parte del proprio lavoro fuori dalla discografia: attivismo climatico, riflessione politica, riduzione deliberata della macchina del tour permanente, controllo rarefatto della presenza pubblica.
Fiona Apple, ritirata da anni a Venice Beach, ha pubblicato cinque album in ventiquattro anni, rifiutando la logica della release continua e della presenza costante che struttura l’industria musicale contemporanea.
Yoko Ono propose qualcosa di teorico in più. Le Instruction Pieces, raccolte in Grapefruit (1964), sono testi che descrivono azioni possibili, fisiche o mentali, che possono essere eseguite oppure no e restano valide anche senza essere realizzate.
Riconoscere il valore dell’eccentricità significa, in concreto, accettare l’idea che alcune forme di valore nascano dal togliere, dal limitare, dal lasciare spazio, dallo stare fuori dal centro.
Bernhard ha scritto che l’artista che non passa per il quartiere del pensare resta impigliato alla superficie delle cose. Settant’anni dopo possiamo aggiornare la frase: il sistema culturale che non finanzia il quartiere del pensare e non riconosce l’eccentricità come valore resta impigliato alla superficie della propria produzione.
Eccentrica, allora. Non come deviazione dalla norma ma come condizione perché qualcosa di vero accada.
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