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«Max, Mischa e l’Offensiva del Tet». Nel romanzo del momento, la finzione inizia dalla copertina

A realizzarla è la protagonista del romanzo stesso. O forse no. O forse anche

Davide Landoni

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Il divertimento che provoca vedere il romanzo uscire dalle pagine e allacciare la realtà è sempre uno dei grandi piaceri della lettura. Assistere al movimento con cui la finzione forza la realtà ne esalta il fascino, estende il perimetro entro cui la simulazione influenza il mondo. Ancora più intrigante quando la storia, assumendo una delle tante forme che possiede, si concretizza in soluzioni artistiche differenti. Orhan Pamuk per Il museo dell'innocenza si era spinto a costruire realmente un museo a Istanbul, tutt'ora visitabile. Ma anche la soluzione scelta dal norvegese Johan Harstad risponde al desiderio metaartistico che tanto ci appassiona. Un giochino concettuale posto in copertina che contribuisce al discorso (perlopiù) entusiasta sul monumentale caso editoriale del momento, in Italia e non solo: Max, Mischa e l’Offensiva del Tet.

A un primo sguardo, il volume (edito da Sellerio) si presenta con una sostanza che richiama quella di Una vita come tante di Hanya Yanagihara: molto blu, molte pagine (1256 il romanzo di Harstad, 1094 quello dell'autrice cresciuta alle Hawaii) e una piccola foto in bianco e nero in copertina. Ma se nel caso di Yanagihara possiamo affermare senza esitazioni che l'opera scelta - Orgasmic Man (1969) - è stata realizzata da Peter Hujar, nell'esempio di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet la questione è meno immediata. 

All'apparenza, l'immagine è una foto dell'attrice Shelley Duvall. Wendy di The Shinning, per intenderci, ma in questo caso ritratta sul set di Brewster McCloud (noto in Italia come Anche gli uccelli uccidono) del 1970, diretto da Robert Altman. Eppure, leggendo tra le informazioni del volume, troveremmo una didascalia per l'opera che ne amplifica, e non di poco, le potenzialità: Mischa Grey & Wade Guyton, Shelley No. 2. Stampa digitale, stampante a getto d'inchiostro Epson, DuraBrite e nastro adesivo su tela, 220 x 142 cm, 2012, collezione privata. Pienamente aderente ai canoni museali, la nota racchiude così la prima grande finzione del romanzo: l'opera non appartiene alla storia dell'arte reale, bensì all'universo inventato da Harstad. 

Spieghiamoci meglio. La fotografia di Duvall esiste, e non è una foto, ma una stampa digitale su tela di Wade Guyton, artista concettuale esistente, nato nel 1972 negli Stati Uniti. Ma la sua versione in copertina è specchiata rispetto all'originale, e alterata da tracce di nastro adesivo rosso nella parte superiore. Ovvero, l'intervento che vi apporta una delle autrici, Mischa Grey, all'interno della storia. L'artista di origine canadese - coprotagonista del racconto e compagna del narratore Max Hansen - è quindi l'autrice della copertina del romanzo stesso che le dà vita.

Scendendo nel tessuto della storia, scopriremo anche che la scelta ha un valore narrativo. Difatti, Mischa è la coautrice di Shelley No. 2., dal momento che Wade Guyton è direttamente inserito nel romanzo, un personaggio a tutti gli effetti, che con lei partecipa alla realizzazione del lavoro. Nella realtà autore, nella finzione coautore. Inoltre il volto di Mischa - con i suoi grandi occhi, il volto sottile e i capelli corvini - richiama nella mente di Max Hansen proprio le fattezze della Duvall a fine anni Sessanta. Una delle poche ancore affettive contro il senso di sradicamento di cui il protagonista soffre, e di cui il romanzo è intriso. 

Ma il gioco metaartistico, considerando lo scrittore elemento di confine tra realtà e finzione, non è ancora finito. Per rendere tangibile la produzione artistica della sua protagonista e strutturarne la poetica, fondata sulla memoria e sul tentativo di tradurre il ricordo in codici visivi, Harstad stesso ha cambiato mezzo espressivo. Sospendendo la scrittura del romanzo per tre-quattro mesi, ha personalmente realizzato i dipinti, le stampe e i collage poi attribuiti a Mischa nel libro. Harstad lo scrittore, Harstad l'artista, di questa e altre opere, che un'edizione celebrativa del romanzo ha pubblicato. Un inserto a colori di duecento pagine che raccoglie la produzione «personale» di Mischa Grey, affiancata da finti saggi di critica d'arte appositamente redatti. 

Che poi, a questo, punto, li si può davvero definire finti? Un autore di certo ce l'hanno, seppure il gioco letterario provi a mischiare le carte. Sicuramente il caso di Shelley No. 2 è controverso e le domande abbondano. L'ha realizzata Mischa Grey, Wade Guyton o Johan Harstad? Tutti e tre, o la combinazione di due di loro? La risposta cambia a seconda che l'opera viva nella realtà o nella finzione? La realtà di un'opera significa davvero realtà? Sono reali opere realizzate per un'opera di fantasia? Se Harstad non ne avesse rivendicato l'autorialità, come le considereremmo? Opere di Mischa o di un artista misterioso? Reali e immaginarie? 

Il gioco è rigirarsi tra la mente questi interrogativi come una caramella tra la lingua.

Davide Landoni, 29 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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