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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliChe cosa accade quando lo studio di un pittore smette di essere semplicemente il luogo nel quale si realizzano le opere e diventa esso stesso il soggetto della pittura? È da questa domanda che prende forma «The Studio», la mostra personale di Jonathan Gardner (Lexington, Kentucky, 1982) presentata nella sede londinese di MASSIMODECARLO. Un progetto nel quale l'artista americano torna a interrogare i generi tradizionali della pittura, dal nudo alla natura morta, dal paesaggio all'autoritratto, costruendo ambienti immaginari nei quali gli oggetti, le figure e le immagini sembrano appartenere contemporaneamente a epoche e dimensioni differenti.
Nei dipinti di Gardner lo studio dell'artista non è uno spazio reale da documentare, ma un'architettura mentale da ricostruire. Le stanze si aprono su altre stanze, i quadri contengono altri quadri, le finestre introducono paesaggi impossibili e gli oggetti perdono progressivamente la loro funzione originaria. Un cavalletto può assumere la forma di un albero, una parete trasformarsi in un orizzonte, un dipinto appoggiarsi a un altro dipinto fino a rendere incerto il confine tra lo spazio rappresentato e quello della rappresentazione.
È una pittura che procede attraverso sovrapposizioni e slittamenti, mantenendo tuttavia una sorprendente chiarezza compositiva. Le superfici sono definite da campiture cromatiche compatte, le figure si dispongono entro geometrie rigorose e la profondità viene continuamente compressa fino a trasformare gli ambienti in costruzioni quasi decorative. Henri Matisse costituisce uno dei riferimenti più evidenti per l'uso del colore e per l'organizzazione dello spazio, mentre René Magritte emerge nella relazione ambigua tra gli oggetti, le immagini e ciò che esse pretendono di rappresentare.
Ma Gardner non si limita a citare i maestri del Novecento. Li utilizza come elementi di un vocabolario personale, attraverso il quale rielabora alcune questioni fondamentali della pittura moderna: il rapporto tra superficie e profondità, tra figura e ambiente, tra memoria individuale e immaginario collettivo. L'atelier diventa così un luogo nel quale la storia dell'arte può essere continuamente ricomposta. Ogni quadro contiene tracce di altri dipinti, senza che queste si traducano necessariamente in citazioni letterali. Il riferimento storico è piuttosto una struttura, un modo di organizzare la visione, una grammatica che Gardner utilizza per costruire immagini riconoscibili e allo stesso tempo impossibili.
In opere come Paintings in the Studio ed Easel in the Studio, entrambe del 2026, questa riflessione assume una dimensione esplicitamente metapittorica. La pittura osserva se stessa, moltiplica i propri spazi e trasforma gli strumenti del lavoro artistico in soggetti autonomi. Il cavalletto, la tela, il quadro appoggiato alla parete diventano protagonisti di una rappresentazione nella quale non è più possibile distinguere nettamente l'oggetto dalla sua immagine. Lo studio, del resto, è uno dei luoghi più ricorrenti nella storia dell'arte occidentale. Da spazio di lavoro a rappresentazione dell'identità dell'artista, ha attraversato secoli di pittura assumendo significati diversi: luogo della creazione, autoritratto indiretto, laboratorio intellettuale, teatro della relazione tra il pittore e i suoi modelli. Gardner riprende questa tradizione, ma la sottrae alla dimensione documentaria. I suoi atelier non descrivono un ambiente realmente esistente: sono costruzioni nelle quali confluiscono ricordi, oggetti familiari, citazioni e invenzioni.
È quanto accade in Painter in the Studio (2026), dove l'artista introduce elementi autobiografici all'interno di una composizione che rimane dichiaratamente immaginaria. Il tappeto orientale appartenuto ai genitori, le chitarre vintage che colleziona e il cavalletto collocato davanti a una finestra compongono un ambiente nel quale il dato personale viene trasformato in un insieme di segni pittorici. Il riferimento a «La condizione umana» di Magritte è particolarmente significativo. Nell'opera del surrealista belga, un dipinto collocato davanti a una finestra riproduce esattamente il paesaggio che dovrebbe trovarsi alle sue spalle, rendendo impossibile distinguere la realtà dalla sua rappresentazione. Gardner riprende questa ambiguità, ma la trasferisce all'interno di una dimensione più domestica e autobiografica. Lo studio diventa un luogo nel quale il pittore può rappresentare se stesso senza ricorrere a un ritratto fedele.
Anche gli autoritratti, infatti, sono dichiaratamente fittizi. La somiglianza fisica conta meno della possibilità di costruire un'identità attraverso gli oggetti, le immagini e gli ambienti che l'artista sceglie di conservare nella propria memoria. In questo senso, lo studio di Gardner può essere letto come una forma di autoritratto indiretto, nel quale ogni elemento contribuisce a definire una biografia immaginaria.
Accanto alla riflessione sulla pittura, nella mostra emerge però una dimensione più intima, legata alla famiglia, alla fertilità e alla trasmissione tra generazioni. I nudi femminili, uno dei soggetti ricorrenti nella produzione dell'artista, assumono qui significati che superano la semplice appartenenza a un genere storico. In Painter in the Studio, il vaso tenuto dalla figura femminile diventa un possibile simbolo di fertilità, un contenitore che allude tanto alla capacità generativa quanto a una dimensione interiore in continua trasformazione. La natura morta e il corpo si incontrano così in un'immagine che mantiene l'equilibrio tra allegoria e ambiguità. Questa tensione attraversa anche Painter (2026), dove una figura si allontana lungo un porticato che richiama le architetture metafisiche di Giorgio de Chirico, portando due bambini tra le braccia. La donna procede verso una porta oscura, elemento che può suggerire contemporaneamente una minaccia e l'inizio di una nuova fase della vita. Poco distante compare un kouros classico frammentato, figura della giovinezza maschile che introduce ulteriori riferimenti alla vulnerabilità, alla continuità e al passaggio del tempo.
La presenza della scultura antica, così come quella delle architetture metafisiche, conferma la libertà con cui Gardner attraversa la storia dell'arte. Le sue immagini possono accogliere elementi della Grecia arcaica, del Surrealismo e della pittura moderna senza perdere una propria coerenza visiva. Il risultato non è una ricostruzione storica, ma un sistema di corrispondenze nel quale epoche differenti convivono sulla stessa superficie. Anche i paesaggi rispondono a questa logica. Non sono luoghi visitati o riprodotti dal vero, ma territori costruiti attraverso l'immaginazione. I deserti, in particolare, assumono per Gardner il significato di spazi di solitudine e introspezione, luoghi nei quali l'assenza di riferimenti diventa una condizione necessaria per immaginare qualcosa di nuovo. I fiumi che attraversano questi scenari introducono invece un elemento di movimento, quasi una misura simbolica del tempo.
L'artista costruisce così una geografia personale nella quale interni ed esterni si compenetrano continuamente. Il paesaggio può comparire dove dovrebbe esserci una parete, mentre lo spazio domestico può assumere le caratteristiche di una scena teatrale. La prospettiva non organizza più un mondo coerente secondo le leggi della visione, ma diventa uno strumento attraverso il quale il pittore può modificare le relazioni tra le cose. Nato nel Kentucky nel 1982, Jonathan Gardner si è formato alla School of Visual Arts di New York, dove ha conseguito il Bachelor of Fine Arts nel 2007, e successivamente alla School of the Art Institute of Chicago, dove ha ottenuto il Master of Fine Arts nel 2010, studiando con Jim Nutt. Vive e lavora a New York. La sua ricerca si è sviluppata attraverso una pittura figurativa caratterizzata dalla semplificazione delle forme, dall'appiattimento dello spazio e da un continuo confronto con la tradizione modernista.
Nel corso della carriera ha esposto in gallerie internazionali come Casey Kaplan a New York, Almine Rech a Londra e Parigi e Jason Haam a Seul. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche, tra cui il Los Angeles County Museum of Art e il Daegu Art Museum in Corea del Sud. Nel 2017 ha ricevuto il Prix Jean-François Prat. Con «The Studio», Gardner concentra la propria ricerca su un soggetto che permette di riunire molte delle questioni affrontate negli ultimi anni: la costruzione dell'immagine, il rapporto con la storia dell'arte, la memoria personale e la possibilità di trasformare i generi tradizionali in nuove configurazioni visive. La mostra restituisce anche una riflessione più ampia sulla natura stessa della pittura contemporanea. In un momento nel quale le immagini circolano e si moltiplicano attraverso strumenti digitali, Gardner continua a lavorare sulle possibilità specifiche del dipinto, sulla sua capacità di organizzare uno spazio autonomo e di costruire relazioni che non dipendono dalla verosimiglianza.
Sophie Seydoux
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