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Marco Riccomini

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Marco Riccomini

Marco Riccòmini, l’arte di conoscere e il piacere di raccontare

Dagli studi su Donato Creti, Giuseppe Maria Crespi e i Gandolfi alle ricerche sui Carracci, fino ai racconti del mercato antiquario e al recente «Il nome della cosa», Marco Riccòmini ha costruito una bibliografia che unisce rigore attributivo, conoscenza diretta delle opere e gusto letterario. Allievo di Mina Gregori, figlio dello storico dell’arte Eugenio Riccòmini ed ex responsabile degli Old Masters di Christie’s in Italia, attraversa da quasi quarant’anni il mondo dell’arte antica con una prosa colta, ironica e personale, nella quale l’erudizione conserva il piacere della scoperta.

Sofia Piperno

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Ci sono storici dell’arte che costruiscono la propria carriera attorno a un artista, a una scuola o a un periodo storico. Marco Riccòmini ha seguito una traiettoria più irregolare, nella quale la ricerca filologica, l’attività di conoscitore, la frequentazione del mercato antiquario e il piacere della scrittura hanno finito per alimentarsi reciprocamente. Si può incontrarlo tra i disegni di Donato Creti, nelle carte di Giuseppe Maria Crespi, davanti a una pala di Ubaldo Gandolfi divisa in due oppure tra i mobili e gli oggetti di un salotto ottocentesco, alla ricerca di una parola dimenticata. Il suo territorio privilegiato resta la pittura italiana tra Seicento e Settecento, soprattutto emiliana, ma la bibliografia racconta una curiosità assai più estesa, che attraversa la storia del collezionismo, le vicende delle case d’asta, la cultura materiale e il linguaggio degli oggetti. A tenere insieme interessi apparentemente distanti è un metodo fondato sull’osservazione diretta e sulla consapevolezza che dietro ogni opera si nascondano una storia, un passaggio di proprietà, una scelta di gusto e, spesso, un equivoco da chiarire. Una disposizione intellettuale alla quale Riccòmini ha affiancato negli anni una qualità meno frequente nella letteratura storico-artistica specialistica: la capacità di raccontare con leggerezza argomenti che conosce in profondità.

La sua formazione appartiene alla grande tradizione italiana della connoisseurship. Laureato in Lettere moderne a Firenze, con una tesi su Giulio Cesare Amidano discussa con Mina Gregori, Riccòmini si è formato nella cultura storico-artistica che riconosce nel confronto diretto con l’opera, nell’analisi stilistica e nella conoscenza delle fonti gli strumenti fondamentali dell’indagine. È anche figlio di Eugenio Riccòmini (1936-2023), una delle personalità più significative della storia dell’arte bolognese del secondo Novecento, studioso, uomo delle istituzioni e divulgatore capace di avvicinare generazioni di cittadini alla conoscenza del patrimonio. Un’eredità intellettuale che Marco ha sviluppato attraverso un percorso personale, intrecciando la tradizione degli studi con l’esperienza internazionale del mercato. Già alla fine degli anni Ottanta lavora a Londra presso la Walpole Gallery, dove si occupa di cataloghi e ricerca sui dipinti antichi; tra il 1992 e il 1996 dirige il dipartimento dei dipinti antichi di Finarte, mentre dal 2005 al 2015 è responsabile degli Old Masters di Christie’s in Italia. Sono esperienze decisive per uno studioso che ha costruito una parte importante della propria competenza frequentando collezioni private, gallerie, depositi, aste e musei, entrando in contatto con opere spesso poco conosciute o mai pubblicate. La sua attività prosegue come consulente e curatore, anche per raccolte istituzionali, accanto alla ricerca e all’insegnamento, comprese le lezioni tenute per molti anni alla Fondazione Roberto Longhi di Firenze.

Il disegno occupa una posizione centrale nei suoi studi, perché è proprio attraverso la grafica che Riccòmini ha contribuito a ricostruire alcuni capitoli della pittura emiliana. Nel 2011 pubblica con Marsilio «Donato Creti. I disegni della raccolta Certani alla Fondazione Giorgio Cini», seguito nel 2012 dal catalogo ragionato «Donato Creti. Le opere su carta», edito da Allemandi. Quest’ultimo, corredato da quasi seicento immagini, nasce dall’esame diretto di materiali conservati in oltre cento collezioni pubbliche e private europee e americane. Creti (1671-1749), figura centrale della pittura bolognese del primo Settecento, emerge attraverso un repertorio grafico nel quale il controllo del segno, l’eleganza delle figure e la continua elaborazione delle composizioni permettono di comprendere il funzionamento del suo linguaggio pittorico. Il disegno diventa così la chiave per restituire complessità a un artista la cui fortuna critica è rimasta a lungo legata soprattutto alle qualità formali della sua pittura. Nel 2014 Riccòmini affronta Giuseppe Maria Crespi (1665-1747), detto lo Spagnolo, con «I disegni e le stampe. Catalogo ragionato», ancora per Allemandi. Il volume riunisce una produzione grafica relativamente rara, in particolare i fogli a sanguigna spesso oggetto di attribuzioni incerte, mettendola in rapporto con i dipinti e le incisioni. È un lavoro che interviene direttamente sulla conoscenza del pittore, restituendo un'immagine più articolata della sua libertà espressiva e del rapporto tra invenzione, preparazione e realizzazione dell'opera.

Questa attenzione per la civiltà figurativa bolognese prosegue con «I Gandolfi. Disegni della raccolta Certani alla Fondazione Giorgio Cini» (Marsilio, 2018), dedicato a oltre cento fogli riferibili a Ubaldo, Gaetano e Mauro Gandolfi, alla loro bottega e all'ambiente accademico nel quale si formarono. Il lavoro si inserisce nella valorizzazione della raccolta del violoncellista Antonio Certani, acquistata da Vittorio Cini e successivamente donata alla Fondazione veneziana, uno dei nuclei più importanti per lo studio della grafica emiliana. Riccòmini ricostruisce autografie, relazioni tra maestri e allievi, pratiche di insegnamento e circolazione dei modelli, affrontando una materia nella quale la distinzione delle mani richiede un esercizio continuo di confronto. Al suo metodo appartiene anche il piacere dell'indagine capace di produrre una scoperta concreta. È il caso di «Il Gandolfi dimezzato», la mostra e il relativo volume del 2018, nati dalla ricostruzione di una pala di Ubaldo Gandolfi smembrata alla fine del Settecento. Riconosciuta una parte del dipinto nella collezione UniCredit di Palazzo Magnani a Bologna, Riccòmini ha collegato il frammento a un'altra porzione dell'opera, incontrata molti anni prima sul mercato londinese e successivamente entrata in una raccolta francese. La ricomposizione ha restituito unità a un dipinto la cui storia materiale racconta anche le trasformazioni del gusto e le vicende commerciali del patrimonio artistico.

Nel 2023, con «I Carracci agli Uffizi» (Silvana Editoriale, in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi), Riccòmini risale alle origini di quella tradizione pittorica, affrontando il patrimonio grafico e pittorico di Ludovico, Agostino e Annibale Carracci conservato nelle raccolte fiorentine. Il volume costituisce la prima ricognizione sistematica di un insieme che comprende oltre cinquecento disegni, schizzi e studi, insieme a numerosi dipinti, alcuni dei quali caratterizzati da una complessa storia attributiva. Il lavoro propone nuove letture e identificazioni, riaprendo questioni sulla produzione dei tre maestri e dei loro collaboratori. Dalle ricerche su Creti e Crespi fino ai Carracci, si riconosce dunque una continuità: la necessità di tornare alle opere, verificarne le attribuzioni, comprenderne le relazioni e restituire una struttura storica a patrimoni spesso sedimentati nei secoli attraverso classificazioni incerte. La specializzazione sul disegno ha inoltre un'importanza particolare per il mercato antiquario, dove il riconoscimento di una mano, di un modello preparatorio o di una provenienza può modificare radicalmente la comprensione e il valore di un'opera. In questo senso, l'esperienza commerciale di Riccòmini e la sua attività scientifica appartengono alla medesima pratica del conoscere.

Accanto a questa produzione specialistica si è sviluppata una scrittura diversa, più libera nella forma e aperta alla digressione. Ne è un esempio «Tempi moderni. Scritti per la Gazzetta Antiquaria 2014-2019», raccolta pubblicata nel 2019 che riunisce brevi testi nati dalla frequentazione delle capitali del mercato, delle mostre, delle collezioni e dei luoghi meno battuti della storia dell'arte. Si tratta di una prosa che procede per associazioni, ricordi, osservazioni e improvvise deviazioni, mantenendo un rapporto costante con l'esperienza personale. Nella recensione pubblicata su «Il Giornale dell'Arte» nel 2020, Stefano Causa ne individuava la parentela letteraria con Alberto Arbasino e, attraverso la cultura longhiana, con gli scritti di Italo Cremona per «Paragone». È un accostamento utile per comprendere il carattere di questa scrittura: colta senza irrigidirsi, nutrita di letture, attraversata da una vena ironica che trova spesso nell'imprevisto e nell'aneddoto il proprio punto di partenza. Riccòmini conosce il gergo degli specialisti, ma preferisce utilizzarlo come materiale narrativo, talvolta smontandone le convenzioni. Il lettore viene chiamato a condividere il piacere di una scoperta, di un ricordo o di un dettaglio che apre improvvisamente una prospettiva inattesa. Anche la sua rubrica «Il viaggiator cortese» sulle pagine del «Giornale dell'Arte», insieme alle collaborazioni radiofoniche per «Le Meraviglie» di Rai Radio 3, appartiene a questa disposizione: raccontare la storia dell'arte attraverso il movimento, la curiosità e l'osservazione dei luoghi.

Con «Un breve incanto. Dizionario semiserio del mercato dell'arte» (La nave di Teseo +, 2021), questa vocazione narrativa trova una forma particolarmente riconoscibile. Il libro raccoglie settanta parole ed espressioni del linguaggio antiquario e commerciale, ricostruendone significati, origini e impieghi. Tra tecnicismi, anglicismi, acronimi e formule che appartengono alla vita quotidiana delle case d'asta, Riccòmini introduce il lettore in un mondo nel quale la conoscenza delle opere convive con le strategie di vendita, le consuetudini professionali e le inevitabili vanità dei protagonisti. La parola incanto contiene già la doppia natura del volume: il procedimento dell'asta e il fascino esercitato dall'opera d'arte. Ma la leggerezza del dizionario è sostenuta da una consapevolezza precisa. Il mercato possiede un linguaggio autonomo, talvolta opaco per chi lo osserva dall'esterno, e comprenderlo significa acquisire strumenti per interpretarne il funzionamento. Riccòmini spiega, per esempio, che l'espressione inglese Primitive Art non riguarda necessariamente l'arte preistorica, mentre medium e scale assumono significati molto diversi da quelli che un lettore inesperto potrebbe immaginare. Il tono semiserio consente di affrontare questioni tecniche senza trasformarle in una manualistica arida, lasciando emergere anche le contraddizioni di un sistema nel quale il valore economico dipende da competenze, reputazioni, informazioni e relazioni personali.

Il mercato diventa a sua volta materia di storia culturale in «Vita d'antiquari» (2022), pubblicazione realizzata con Simone Facchinetti e Leonardo Piccinini per l'Associazione Antiquari d'Italia, che raccoglie le testimonianze dei professionisti del settore, restituendo varietà di specializzazioni, tradizioni familiari e modelli di attività. Un interesse che trova uno sviluppo ulteriore in «Un secolo d'incanto. I cento anni di Pandolfini e il collezionismo italiano» (Silvana Editoriale, 2024), pubblicato per il centenario della casa d'aste fiorentina e accompagnato dalle fotografie di Massimo Listri. Il libro attraversa un secolo di storia del collezionismo a partire dal 1924, quando Firenze occupava una posizione centrale nella geografia internazionale dell'antiquariato. Compaiono le dimore e le raccolte dei grandi conoscitori, gli ambienti frequentati da Bernard Berenson e Roberto Longhi, le collezioni private, le vendite e le dispersioni, sullo sfondo delle trasformazioni economiche e sociali dell'Italia del Novecento. La storia di una casa d'aste diventa così un punto d'osservazione sulla circolazione delle opere, sul rapporto tra patrimonio e ricchezza e sulle trasformazioni del gusto. Riccòmini restituisce una dimensione umana a vicende che potrebbero essere ricostruite attraverso semplici registri di aggiudicazione, riconoscendo nei collezionisti, negli antiquari e negli esperti i protagonisti di un sistema culturale nel quale gli oggetti cambiano proprietario e significato.

L'ultimo capitolo di questo percorso è «Il nome della cosa» (La nave di Teseo +, 2026), un libro di 176 pagine dedicato a circa settanta parole ormai rare nel lessico dell'arredamento e delle arti decorative. L'idea nasce da una curiosità infantile per gli oggetti domestici di cui si conosceva l'esistenza, ma non sempre il nome o la funzione. Da quel ricordo prende forma un repertorio che attraversa la cultura dell'abitare tra Settecento e Ottocento, soprattutto nelle sue declinazioni aristocratiche e borghesi. Compaiono termini francesi e inglesi, nomi di mobili, recipienti, suppellettili e accessori legati ai rituali quotidiani della tavola e del salotto. L'égoïste, per esempio, è una tazza o caffettiera destinata a una sola persona; il bonheur du jour un piccolo mobile da signora nel quale conservare oggetti personali, carte e accessori. Sono parole che raccontano abitudini e gerarchie sociali, ma anche modi diversi di concepire l'intimità, il decoro, il tempo domestico. Nel nuovo libro Riccòmini affronta un problema che va oltre la sopravvivenza di un vocabolario antiquario: la progressiva perdita delle distinzioni attraverso le quali riconosciamo le cose. Quando i nomi scompaiono, diventa più difficile comprendere le funzioni degli oggetti, i contesti della loro produzione e le ragioni della loro forma. La precisione linguistica assume quindi un valore storico, perché ogni termine conserva informazioni sui comportamenti e sulle consuetudini delle società che lo hanno utilizzato.

«Il nome della cosa» sembra chiudere un cerchio aperto molti anni prima, quando Riccòmini iniziava a studiare i disegni antichi e a distinguere, attraverso l'osservazione, una mano dall'altra. Nel catalogo ragionato, come nel dizionario degli oggetti, la conoscenza procede infatti attraverso il riconoscimento delle differenze. Il lavoro dello storico dell'arte consiste anche nell'individuare ciò che rende un'opera, una forma o un oggetto diverso da tutti gli altri, restituendogli una collocazione e un nome. È una continuità che attraversa la sua bibliografia, dai volumi specialistici ai racconti del mercato, e che spiega l'interesse di Riccòmini per gli aspetti apparentemente marginali della cultura figurativa. La sua prosa riflette questa inclinazione: ama la parola precisa, la citazione inattesa, il dettaglio capace di modificare il significato di una storia. L'ironia interviene spesso a ridimensionare la solennità del mondo dell'arte, mentre la competenza permette di muoversi con naturalezza tra epoche, attribuzioni e vicende collezionistiche.

Bisogna dirlo chiaramente, i libri di Marco Riccòmini conservano una qualità riconoscibile: chiedono al lettore di esercitare la propria curiosità. È una disposizione che appartiene anche alla tradizione di Eugenio Riccòmini, il quale considerava la conoscenza dell'arte una pratica da condividere attraverso l'educazione dello sguardo. Nel 2017 Marco gli aveva dedicato «Scritti per Eugenio. 27 testi per Eugenio Riccòmini», raccogliendo contributi di studiosi di diverse generazioni, tra i quali Anna Ottani Cavina, Alvar González-Palacios e Pierre Rosenberg. Un omaggio che permette di riconoscere una continuità intellettuale, pur nella diversità dei percorsi. Per Marco, quella tradizione si è arricchita dell'esperienza internazionale del commercio artistico, della frequentazione degli antiquari e di una particolare inclinazione letteraria. Il suo lavoro mostra quanto la storia dell'arte possa guadagnare dall'incontro tra il rigore degli studi, la conoscenza materiale delle opere e una scrittura capace di conservare la complessità senza sacrificare il piacere della lettura.

 

Sofia Piperno, 01 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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