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Sofia Piperno
Leggi i suoi articoliUna collana conservata forse dall'infanzia, gli strumenti per truccarsi, un piccolo contenitore per profumi e trentotto monete di bronzo che nessuno è mai tornato a recuperare. A Pompei, quasi duemila anni dopo l'eruzione del Vesuvio, gli archeologi hanno ricostruito il contenuto di un armadio che custodiva gli oggetti personali di chi abitava una casa lungo via dell'Abbondanza. Un insieme di reperti attraverso il quale è possibile avvicinarsi alla dimensione più privata della società romana: le abitudini quotidiane, la cura del corpo, il lavoro e i ricordi che accompagnavano l'esistenza di una persona.
La scoperta è avvenuta nella Regio IX, insula 11, civico 7, all'interno dell'abitazione tradizionalmente identificata come Casa di Cornelius Maximus. Gli scavi del Parco Archeologico di Pompei, condotti nell'ambito del progetto di restauro e miglioramento dell'accessibilità della vicina Insula dei Casti Amanti, hanno permesso di documentare i resti di un mobile in legno, la cui struttura originaria è ricostruibile attraverso le tracce conservate nel terreno e la disposizione dei materiali. Il mobile non è sopravvissuto integralmente alla distruzione della città. È invece rimasta leggibile l'associazione tra gli oggetti che conteneva, un dato particolarmente importante per gli archeologi, perché permette di indagare le relazioni tra utensili, effetti personali e pratiche domestiche.
Al centro del ritrovamento emerge il possibile profilo di una donna vissuta nella Pompei del I secolo d.C. Tra i reperti figurano una pinzetta, uno strumento utilizzato per stemperare pigmenti cosmetici, un balsamario in vetro e un bruciaprofumi. Oggetti appartenenti a quella sfera della cura del corpo che i Romani definivano mundus muliebris, l'insieme degli accessori e degli strumenti associati alla preparazione e all'ornamento femminile.
La loro presenza suggerisce che almeno una delle persone che utilizzavano l'armadio fosse una donna. Non permette tuttavia di stabilirne l'identità, il ruolo all'interno della famiglia o la proprietà esclusiva del mobile. La casa poteva essere abitata da più persone, e gli oggetti destinati alla cura personale potevano essere custoditi insieme a materiali utilizzati per altre attività.
Il reperto più interessante è però una collana composta da almeno ventiquattro piccoli pendenti, realizzati in faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Gli elementi raffigurano divinità come Bes e Mercurio, ma anche mani, piedi, pigne e grappoli d'uva. Ogni oggetto presenta un foro per la sospensione e appartiene a una tipologia ben conosciuta nel mondo romano: i crepundia. Questi piccoli ornamenti erano tradizionalmente associati all'infanzia. Il loro nome deriva dal verbo latino crepare, risuonare, perché gli elementi, muovendosi gli uni contro gli altri, potevano produrre un lieve tintinnio. Venivano utilizzati come sonagli e come amuleti protettivi, affidati ai bambini in un'epoca nella quale la mortalità infantile era elevata e le pratiche religiose e apotropaiche facevano parte della quotidianità.
La presenza di Bes, divinità protettrice di origine egizia, accanto a Mercurio e ad altri simboli testimonia inoltre la circolazione di immagini e credenze all'interno della società romana. La protezione dell'infanzia poteva affidarsi a un repertorio composito, nel quale tradizioni culturali differenti convivevano all'interno dello stesso oggetto. Ma perché una collana destinata a un bambino si trovava ancora nell'armadio di una casa? È una delle domande più interessanti sollevate dalla scoperta. Gli archeologi ricordano che i crepundia potevano essere conservati anche in età adulta, riposti in sacchetti o cassette come testimonianze della propria infanzia. In questo caso, gli amuleti erano custoditi in un sacchetto di stoffa, secondo una pratica compatibile con la conservazione di oggetti ai quali veniva attribuito un valore personale.
È possibile dunque che la collana appartenesse a qualcuno che l'aveva indossata molti anni prima e aveva scelto di non separarsene. Non sappiamo se fosse la donna suggerita dagli strumenti cosmetici, né se gli oggetti fossero stati tramandati all'interno della famiglia. Il loro significato affettivo rimane un'ipotesi, ma apre una prospettiva sulla dimensione individuale della memoria nel mondo romano. In una società caratterizzata da una notevole mobilità geografica, un oggetto dell'infanzia poteva rappresentare un legame materiale con la propria origine. Mercanti, lavoratori, liberti e schiavi attraversavano le province dell'Impero, spesso allontanandosi definitivamente dai luoghi della nascita. La conservazione di piccoli ornamenti personali poteva accompagnare questi spostamenti, mantenendo una relazione con persone e ambienti ormai lontani. Accanto alla collana, l'armadio conteneva oggetti destinati ad attività differenti: una lucerna in bronzo, vasi e pentole di bronzo, vetro e ceramica, oltre a un piccolo boccale decorato con un motivo a scaglie di pigna. Vi erano inoltre pesi di piombo conservati in una cassettina lignea, della quale rimangono soltanto tracce. La loro presenza potrebbe essere collegata a un'attività commerciale, forse esercitata dagli abitanti della casa, ma non sono ancora disponibili elementi sufficienti per definirne la natura.
L'insieme restituisce l'immagine di un'abitazione nella quale gli spazi domestici potevano accogliere funzioni molteplici: la conservazione degli utensili, la preparazione personale, l'amministrazione di piccole somme di denaro e forse alcune operazioni legate al commercio. A completare il quadro sono trentotto monete di bronzo, rinvenute all'interno di una cistella, un piccolo recipiente realizzato con fibre vegetali intrecciate. Anche il contenitore è stato studiato attraverso le tracce superstiti, permettendo di recuperare informazioni sulle tecniche di lavorazione di materiali organici raramente conservati. La presenza del denaro è particolarmente significativa. Le monete rimasero nell'armadio dopo l'eruzione del 79 d.C., insieme agli oggetti personali e agli utensili della casa. Chi le custodiva non riuscì, o non ebbe più occasione, di recuperarle. Non è possibile ricostruire la sorte degli abitanti. Potrebbero essere fuggiti senza riuscire a tornare, oppure essere morti durante la catastrofe. La scoperta documenta l'interruzione dell'uso degli ambienti e la permanenza degli oggetti nel loro contesto, senza permettere di identificare gli ultimi gesti di chi viveva nell'abitazione.
La casa si trovava su una delle principali arterie urbane di Pompei. La sua facciata era stata già indagata nel 1912 e l'attribuzione a Cornelius Maximus deriva da iscrizioni allora documentate, oggi non più visibili. Gli ambienti restituiti dalle nuove ricerche presentano pitture parietali di Quarto Stile, attribuite alla bottega di via di Castricio, e testimoniano una residenza caratterizzata da un certo investimento nella decorazione interna. Al momento dell'eruzione, parte dell'edificio era interessata da lavori di costruzione o ristrutturazione. Gli archeologi hanno individuato anche i resti di due giovani topi selvatici all'interno di un'anfora collocata su un soppalco: un dettaglio che contribuisce a ricostruire le condizioni effettive della vita urbana, comprese le difficoltà legate alla conservazione delle derrate alimentari.
Sofia Piperno
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