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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliIl mercato rallenta, seleziona, cambia velocità. Per Marco Poggiali non siamo davanti a una crisi strutturale. Dopo l’euforia degli anni pandemici, l’arte starebbe piuttosto attraversando una fase di fisiologico assestamento, nella quale diventano ancora più importanti il lavoro di lungo periodo, la qualità delle scelte e quella capacità di accompagnare un artista che per decenni ha costituito il nucleo stesso del mestiere del gallerista. È da qui che parte la nostra conversazione con il direttore di Galleria Poggiali di Milano.dv
Il punto, però, non riguarda soltanto le vendite. In un sistema diventato più veloce, nel quale artisti e opere possono raggiungere una visibilità internazionale quasi istantanea, Poggiali continua a rivendicare quattro funzioni: «scoperta, valorizzazione, promozione e protezione». La galleria, in questa prospettiva, non dovrebbe limitarsi a intercettare ciò che il mercato ha già riconosciuto, ma contribuire a produrre contesti, relazioni e persino collisioni. Milano e Firenze diventano così due laboratori differenti: nella prima la ricerca sulle nuove generazioni, nella seconda il confronto con i grandi maestri. Due città che, secondo Poggiali, mostrano anche il limite strutturale del sistema nazionale: l’Italia rimane composta da ecosistemi locali molto produttivi, ma ancora difficili da trasformare in una forza realmente competitiva ai massimi livelli internazionali.
La dimostrazione più esplicita di questa idea di galleria arriverà a Firenze il 26 settembre con Enzo Cucchi VS CANEMORTO, incontro tutt’altro che prevedibile tra uno dei protagonisti della Transavanguardia e il collettivo anonimo cresciuto dentro una cultura visiva e generazionale completamente differente. Un progetto nato alla storica stamperia Bulla di Roma intorno alla monotipia indiretta e progressivamente trasformatosi in un «botta e risposta» fatto di disegno, pittura, provocazioni e reciproche incursioni. Poggiali lo descrive come qualcosa di più di un confronto espositivo: due personali che si sfidano nello stesso spazio. E proprio da qui emerge forse la sua idea più interessante sul mestiere: mentre una parte crescente del sistema si sposta verso fiere, piattaforme, advisor e comunicazione digitale, la galleria può ancora rivendicare una funzione originaria. Tornare a essere «arena», luogo nel quale l’arte non viene semplicemente esposta o venduta, ma può ancora accadere.
Partiamo dallo stato di salute del mercato. Arriviamo da anni complessi, tra rallentamento delle aste, maggiore selettività dei collezionisti e costi crescenti per le gallerie. Dalla tua posizione, che mercato dell’arte stiamo attraversando nel 2026: una crisi, un assestamento oppure una trasformazione strutturale?
Oscillazioni e trasformazioni sono caratteristiche appartenenti a ogni mercato. L’arte, infatti, è passata dall’euforia pandemica a una flessione fisiologica. Un lavoro serio e professionale può garantire un presente e un futuro sereni: è un mercato che muta, si assesta, ma non si discosta dalle dinamiche più conosciute.
Che cosa è cambiato maggiormente nel comportamento dei collezionisti? Si compra meno, si compra meglio, si cercano artisti più consolidati oppure continua a esserci disponibilità ad assumersi il rischio della scoperta?
Il collezionista serio, consapevole, appassionato si lascia guidare inconsciamente dal suo istinto. Una collezione va alternata e costruita su scelte più coraggiose e altre più razionali.
In questo senso, qual è oggi il mestiere del gallerista? Vendere opere sembra quasi la parte finale di un lavoro che comprende produzione, mostre, rapporti con musei e curatori, fiere, comunicazione, pubblicazioni e costruzione internazionale dell’artista. Quanto è cambiato il vostro lavoro rispetto a vent’anni fa?
Scoperta, valorizzazione, promozione e protezione degli artisti con cui si sviluppano progetti in galleria e con musei e istituzioni sono elementi imprescindibili per caratterizzare la figura di un gallerista serio e professionale. Spero che l’esperienza accumulata in questi vent’anni porti a migliorare sempre di più questo atteggiamento. Credo che questo mestiere, di base, debba essere sempre supportato dalle caratteristiche sopracitate.
Galleria Poggiali ha lavorato negli anni con generazioni e linguaggi molto diversi, da artisti storicizzati a ricerche internazionali emergenti. La programmazione recente conferma questa ampiezza, da Andreas Zampella e Philippe Decrauzat a Milano fino ai progetti sviluppati a Firenze. Come si costruisce oggi l’identità di una galleria senza trasformare la riconoscibilità in una formula?
L’obiettivo è costruire un’identità chiara, basata su progetti realizzati in connessione con le nostre sedi. Esempi palesi sono Il cielo sopra Milano di Andreas Zampella, allestita presso la nostra galleria di Milano, in Foro Buonaparte, e Teatro Anatomico, la grande mostra di Philippe Decrauzat, allestita a Firenze, nelle sedi di via della Scala e via Benedetta, con circa 25 opere.
Quanto conta ancora la scoperta? In un sistema nel quale Instagram, fiere, advisor e piattaforme internazionali rendono immediatamente visibile un giovane artista, esiste ancora la possibilità per un gallerista di individuare una ricerca prima degli altri e accompagnarla per anni, oppure i tempi del mercato sono diventati troppo veloci?
I tempi della vita e, di conseguenza, del mercato sono diventati troppo veloci. La scoperta va condivisa con figure professionali di altissimo profilo personale e artistico. Rimane un elemento imprescindibile per la visione e l’identità della nostra galleria.
Parliamo dell’Italia. Milano ha assunto una centralità crescente, mentre Firenze possiede una storia e un pubblico completamente differenti. Voi conoscete entrambe le realtà: esiste oggi un mercato italiano dell’arte contemporanea oppure esistono ecosistemi locali molto diversi tra loro? E che posizione può conquistare l’Italia rispetto a Parigi, Londra, New York o alle nuove geografie asiatiche?
Milano è senza dubbio il fulcro del business in Italia, credo però che siano fondamentali i progetti e non i luoghi. La storia del moderno e contemporaneo a Milano ci ha portato a estremizzare la ricerca sulle nuove generazioni; negli spazi di Firenze ci siamo concentrati invece sui grandi maestri. È un mercato italiano, quindi, che ancora si differenzia in ecosistemi locali diversi e non riesce a fare sistema, risultando difficilmente compatibile a grandi livelli internazionali, ma produttivo al suo interno.
Settembre è tradizionalmente il momento nel quale il sistema riparte. Come ci arriva Galleria Poggiali quest’anno? Quali saranno le aperture, le mostre, gli appuntamenti e le fiere che considerate strategici per questa prima parte della stagione?
Saremo presenti alla BIAF, la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, rassegna per noi fondamentale in cui riponiamo grande fiducia e aspettative, con un progetto focalizzato su opere straordinarie e storicizzate di Enzo Cucchi, Eliseo Mattiacci e Claudio Parmiggiani. Il 26 settembre, nei nostri spazi fiorentini, inaugureremo Enzo Cucchi VS CANEMORTO, un progetto incredibile che andrà avanti fino a febbraio 2027.
A Firenze il 26 settembre inaugurerete Enzo Cucchi VS CANEMORTO. È un accostamento sorprendente: uno dei protagonisti della Transavanguardia di fronte a un collettivo anonimo nato quasi trent’anni dopo. Da dove nasce questo incontro e che cosa avete visto nel lavoro di Cucchi e CANEMORTO che rende possibile metterli realmente in tensione, anziché semplicemente affiancarli?
L’incontro nasce all’interno della storica stamperia Bulla a Roma, che Enzo Cucchi frequenta da sempre. I CANEMORTO erano stati invitati lì per un progetto. La scintilla è stata, sul piano tecnico, la fascinazione per la «monotipia indiretta», che permette di creare un’opera unica trasferendo l’inchiostro calcografico da una lastra di plexiglass a un supporto (carta, legno o tela) tramite la pressione manuale del disegno. Sul piano umano e intellettuale, invece, va considerata la complessità del collettivo, così irriverente e composito, capace di creare una poetica aperta perfino alla negazione delle identità attraverso il mascheramento degli interpreti, che in pubblico si presentano mascherati e parlano un linguaggio del tutto incomprensibile e inventato.
Quel progetto sembra contenere anche una dichiarazione sul ruolo della galleria: mettere insieme una figura già entrata nella storia dell’arte e una pratica molto più giovane, nata anche dalla cultura urbana. È questo uno dei compiti che una galleria dovrebbe assumersi oggi: produrre cortocircuiti che il mercato, lasciato a sé stesso, difficilmente produrrebbe?
Lo strumento che ha permesso di rompere il ghiaccio e avviare il progetto è stata la monotipia indiretta. Il confronto si è esteso al disegno e alla pittura, ma ancora di più si è verificata una convergenza sullo stimolo reciproco a produrre arte fuori dagli schemi canonici: una vera e propria sfida, un botta e risposta generato da irriverenza, spavalderia, trasversalità e punzecchiature reciproche.
Questo colpo su colpo ha generato opere autonome e di grande qualità, rigenerando la freschezza del grande maestro e valorizzando la novità del collettivo che, di fatto, sul piano bidimensionale, dopo video e performance, ha prodotto opere su carta, legno e tela di indubbia qualità pittorica. Questo livello eccellente, unito a un portato concettuale affidabile e trasversale, già in grado di raccogliere ampi consensi nel mondo dell’ipercontemporaneo, ci ha convinti a ospitare con convinzione questo confronto, il cui esito sono di fatto due personali.
La galleria si riprende la scena come arena, come luogo del fare arte, come terreno di scambio reale. Coerentemente non ci sarà un catalogo, troppo scontato, ma uno striscione di sei metri prodotto in tiratura limitata che pochi collezionisti potranno avere, arrotolato in una faretra, da indossare come fossero frecce.
Guardiamo invece ai prossimi mesi. Qual è oggi il vostro criterio quando decidete di investire realmente su un artista? C’è qualcosa che vi fa dire immediatamente: «Su questo artista vogliamo lavorare per i prossimi dieci anni»?
Qualità, serietà, professionalità, empatia. Giuseppe Di Liberto e Barbara De Vivi sono due giovani artisti in cui la galleria ha già investito da alcuni anni e che continuerà a sostenere in futuro.
Bianca Castelbarco Albani
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