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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliUna mappa dovrebbe servire a sapere dove siamo. Quella costruita da Gabriele Landi per Doveva essere qui?, la personale che la Srisa Gallery di Firenze presenta dal 24 settembre al 28 ottobre con la cura di Federico Giannini, compie esattamente l’operazione opposta: sottrae coordinate, cancella riferimenti, inventa un territorio e lascia lo spettatore davanti alla possibilità di essersi perso ancora prima di aver cominciato a cercare. È un grande foglio di 250 per 560 centimetri, dipinto e progressivamente svuotato attraverso migliaia di piccoli tagli, una cartografia senza toponimi, confini o punti cardinali nella quale ciò che rimane della carta costruisce isole, penisole, coste e promontori di un luogo che non esiste. Il titolo della mostra contiene già la domanda alla quale le opere si rifiutano di rispondere: “Doveva essere qui?”. Qui dove? E soprattutto: che cosa avrebbe dovuto esserci?
La domanda non nasce, per Landi, da una decisione programmatica. «Il titolo non lo scegli, lo incontri o non lo incontri», dice l’artista. È una frase che potrebbe essere estesa all’intero procedimento con il quale le opere prendono forma: non sembrano infatti progettate per arrivare a una configurazione definitiva, quanto condotte lentamente verso una condizione nella quale apparizione e sparizione avvengono contemporaneamente. La mappa al centro dell’esposizione è il risultato di un lavoro cominciato alla fine di settembre 2025, dopo quasi un anno trascorso dall’artista su formati di dimensioni ridotte. Il bisogno iniziale è quasi fisico: tornare alla grande scala. Landi acquista un rotolo di carta da acquerello lungo dieci metri e alto 1,40, lo divide in quattro sezioni e comincia a dipingerlo fronte e retro. Sul verso traccia con colori fluorescenti alcune forme che progressivamente assumono l’aspetto di una geografia. È in quel momento che il lavoro sembra trovare il proprio dispositivo: non disegnare una mappa, ma costruirla attraverso ciò che della carta verrà eliminato.
Dopo la pittura comincia infatti un’altra fase, immensamente più lenta. Sul retro di ciascun foglio Landi traccia una griglia fittissima composta da quadrati di appena 0,7 millimetri di lato, separati da una trama di due millimetri, quindi procede con una piccola lama, a mano libera, prima lungo le verticali e poi sulle orizzontali. Il foglio è troppo grande per essere dominato in una sola volta e deve essere srotolato pochi centimetri alla volta. Ogni quadratino viene affrontato singolarmente. Dove non esiste colore, la griglia viene svuotata; dove compaiono le forme dipinte rimangono frammenti di carta, residui sufficienti a costruire la sagoma di un territorio. È una procedura semplice nella sua logica e quasi sproporzionata nella sua esecuzione: il disegno nasce da una sottrazione ripetuta migliaia di volte. La sua carta non viene utilizzata come supporto neutro sul quale depositare un’immagine. Diventa simultaneamente superficie, materia, struttura e assenza. La pittura rimane, ma il suo supporto viene progressivamente consumato; il disegno compare perché intorno a esso qualcosa è stato eliminato. L’artista parla di una materia dotata di una consistenza quasi «erotica», esuberante ed effervescente, che convive però con il proprio contrario: disfacimento, decadenza, svuotamento. Le due condizioni non si succedono. Accadono nello stesso oggetto. Più il lavoro viene intagliato, più diventa fragile; più materia perde, più l’immagine acquista definizione.
Da questo punto di vista Doveva essere qui? si colloca in una zona volutamente instabile tra pittura, disegno, scultura e tessitura. Federico Giannini insiste giustamente su questa qualità quando definisce il nuovo lavoro una «cartografia d’un altrove dai contorni vaghi», capace di disorientare anziché offrire bussole. L’operazione di Landi mantiene infatti qualcosa della pittura nel colore, del disegno nella costruzione della forma, della scultura nel rapporto tra pieno e vuoto, e perfino del tessile nella trama regolare che continua a sostenere ciò che resta del foglio. La griglia potrebbe suggerire serialità, ma il taglio manuale introduce continuamente minime irregolarità. La ripetizione non è industriale. È piuttosto, come osserva Giannini, rituale: un gesto reiterato abbastanza a lungo da trasformare il tempo di esecuzione in una delle componenti invisibili dell’opera. Ed è proprio questa lentezza a distinguere il lavoro da molta produzione contemporanea che utilizza mappe, diagrammi e sistemi cartografici. Landi non sembra interessato alla cartografia come dispositivo politico, statistico o documentario. Non sta mappando migrazioni, confini, flussi economici o territori reali. Il suo è un esercizio più elementare e forse proprio per questo più ambiguo: prende in prestito dalla mappa la promessa dell’orientamento e la rende impraticabile. Riconosciamo immediatamente il codice. Vediamo una costa, immaginiamo una penisola, cerchiamo inconsciamente una corrispondenza con qualcosa che conosciamo. Ma non arriva. Il territorio rimane plausibile e irriducibilmente falso.
La mappa è sempre stata uno dei più potenti strumenti attraverso i quali l’uomo riduce il mondo a una forma comprensibile. Trasforma lo spazio in segno, assegna nomi, stabilisce distanze, determina confini. Una carta geografica è inevitabilmente una semplificazione, ma è una semplificazione rassicurante: ci dice che il territorio, per quanto enorme, può essere tradotto. Le mappe di Landi conservano la grammatica della cartografia mentre ne eliminano la certezza. Sono leggibili senza poter essere lette. Sembrano descrivere qualcosa ma non esiste un originale al quale confrontarle. Il luogo rappresentato è attraversabile soltanto mentalmente, ed è proprio questa impossibilità a trasformare la carta da strumento di conoscenza in superficie di proiezione. Il titolo della mostra rende esplicita questa condizione. Doveva essere qui? possiede la forma di una domanda quotidiana, quasi banale: la pronunciamo quando cerchiamo un indirizzo, quando non troviamo qualcuno, quando un appuntamento sembra essere stato fissato nel luogo sbagliato. Dentro la mostra, però, quell’incertezza logistica diventa una questione spaziale più profonda. Il pronome “qui” presuppone un punto preciso, mentre le opere di Landi sembrano dissolvere continuamente la possibilità di determinarlo. L’assenza evocata dal titolo coincide allora con quella fisicamente prodotta nella carta: ciò che dovrebbe esserci è precisamente ciò che è stato ritagliato.
È un meccanismo semplice ma concettualmente fertile. La presenza viene affidata ai residui, mentre il vuoto diventa la parte quantitativamente dominante dell’opera. Eppure non percepiamo quel vuoto come semplice mancanza. È ciò che rende leggibile la forma. Senza le porzioni eliminate non vedremmo nessuna geografia. Il lavoro si costruisce dunque attraverso un paradosso: per ottenere l’immagine bisogna distruggere il supporto che dovrebbe contenerla. Più la carta scompare, più emerge il luogo. Qui anche la monumentalità assume una qualità particolare. La grande opera non è monumentale nel senso tradizionale della massa o del peso. È monumentale soprattutto per quantità di tempo, ripetizione e fragilità accumulata. Cinque metri e sessanta di superficie che, anziché imporsi attraverso la compattezza, vengono minuziosamente indeboliti. Di fronte a una dimensione simile ci aspetteremmo una materia capace di occupare lo spazio; Landi offre invece una materia che sembra sul punto di dissolversi. La grande scala e l’estrema precarietà si tengono reciprocamente in tensione. C’è inoltre qualcosa di inevitabilmente fisico nella distanza tra l’apparenza finale dell’opera e il processo che l’ha prodotta. Da lontano si vede una geografia. Avvicinandosi, quella geografia si sfalda in un’infinità di segmenti, aperture e residui di carta. Lo sguardo è costretto a oscillare continuamente tra insieme e dettaglio: la mappa esiste soltanto finché siamo abbastanza lontani da non vederne completamente la struttura, ma proprio quella struttura diventa il vero soggetto non appena ci avviciniamo. È uno dei motivi per cui Giannini parla di lavori capaci di invitare lo spettatore a tornare su ciò che crede di aver già visto. La prima visione fornisce una figura, la seconda la mette in crisi.
La stessa dialettica attraversa l’opposizione tra figurazione e astrazione. Una mappa è, per definizione, una forma figurativa: rappresenta uno spazio. Ma quando lo spazio rappresentato non esiste, che cosa sta realmente figurando? Le coste diventano segni, le isole campiture, i promontori ritmi formali. È sufficiente sospendere per un istante la lettura cartografica perché l’opera torni a essere un campo astratto, un intreccio di colore, materia e vuoto. Poi l’occhio riconosce nuovamente una geografia e la figurazione ritorna. Landi lavora proprio su questa oscillazione, lasciando che nessuna delle due interpretazioni prevalga definitivamente. Da qui deriva anche una certa qualità mentale del lavoro che convive con la sua evidente manualità. Le opere sono costruite attraverso una disciplina minuziosa e fisicamente impegnativa, ma non esibiscono il virtuosismo come finalità. Il lavoro manuale non serve a dimostrare abilità: serve a raggiungere una soglia nella quale la materia possa cominciare a comportarsi diversamente. La carta smette di essere foglio e diventa quasi membrana. L’immagine smette di essere dipinta e comincia a dipendere dall’aria che la attraversa. Il vuoto entra letteralmente nell’opera.
È probabilmente questa la qualità più convincente di Doveva essere qui?: la capacità di tradurre una condizione concettuale in un procedimento materiale preciso, senza bisogno di sovraccaricarlo teoricamente. Landi parte dalla carta, dal colore, da una lama e dalla reiterazione quasi ostinata di un gesto. Il resto arriva come conseguenza. Il luogo inesistente non viene rappresentato perché l’artista possieda una particolare geografia fantastica da raccontare; emerge dal processo attraverso il quale la superficie viene progressivamente privata di se stessa. Alla fine Federico Giannini suggerisce che ogni visitatore possa trovare in queste mappe la propria geografia. È forse il modo più utile per leggere il lavoro, purché non si trasformi la formula in una facile metafora autobiografica. Le mappe di Landi non sembrano chiedere allo spettatore di individuare necessariamente se stesso, quanto di accettare che una carta possa esistere senza un territorio corrispondente e che orientarsi non significhi sempre trovare una posizione. A volte può significare precisamente riconoscere di non averla. Doveva essere qui? resta dunque una domanda senza destinatario certo. Può riguardare un luogo, un’opera, una persona, forse perfino lo spettatore. La risposta non arriva, perché il dubbio è già la forma del lavoro. E davanti a quella grande superficie intagliata, abbastanza simile a una mappa da indurci a cercare qualcosa e abbastanza impossibile da impedirci di trovarlo, l’unica certezza è che siamo davanti a un territorio. Semplicemente, non sappiamo più dire dove.
Bianca Castelbarco Albani
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