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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliCremona aggiunge un nuovo indirizzo alla geografia italiana dell’arte contemporanea. E lo fa in un luogo che, almeno apparentemente, appartiene a tutt’altro sistema culturale. Il 19 settembre, all’interno di un’ala del Museo del Violino, apre Sala Effe, nuovo spazio dedicato alla produzione contemporanea, con una programmazione indipendente costruita intorno a mostre curate, nuove produzioni, prestiti e progetti sulle collezioni private.
Il nome contiene già il rapporto con il luogo: le «effe» sono le aperture intagliate nella cassa armonica del violino, quelle attraverso cui il movimento dell’aria contribuisce alla propagazione del suono. Sala Effe assume questa immagine quasi come dichiarazione programmatica: essere una cassa di risonanza, questa volta per opere, artisti, collezioni e idee. Una presenza che prova anche a spostare l’asse del contemporaneo fuori dalle consuete concentrazioni di Milano, Torino, Roma e Venezia, scegliendo una città dalla fortissima identità culturale ma finora laterale rispetto ai principali circuiti dell’arte contemporanea italiana. Il progetto nasce da circa due anni di confronto fra figure provenienti da parti differenti del sistema: i galleristi Leonardo Caldonazzo Arvedi, Claudia Ciaccio e Paolo Zani; i collezionisti Enea Righi e Lorenzo Paini; la project manager Ilaria Dal Lago e Antonio Scoccimarro, professionista della cultura e della comunicazione. La curatela sarà affidata di volta in volta a gruppi di lavoro composti da membri del comitato e professionisti esterni.
Più interessante della semplice apertura di un nuovo spazio è però il modello che Sala Effe intende sperimentare. La programmazione procederà lungo due binari. Il primo sarà quello delle mostre curate, attraverso prestiti e produzioni realizzate appositamente. Il secondo riguarderà le collezioni private, chiamate a uscire dalla dimensione domestica e a confrontarsi con una selezione curatoriale e con il pubblico. Un terreno particolarmente fertile in Italia, dove alla consistenza del collezionismo privato corrisponde ancora una visibilità pubblica relativamente limitata di molte raccolte. Il rapporto con il Museo del Violino si gioca anche su questa analogia. Lo spazio avrà una propria autonomia programmatica, ma si inserisce all’interno di un'istituzione che già conserva e rende accessibili oggetti provenienti da una lunga storia di produzione, raccolta e collezionismo. Sala Effe trasferisce questo principio sul contemporaneo, cercando però una struttura più mobile rispetto a quella museale: una sorta di laboratorio nel quale una mostra possa continuare a modificarsi anche dopo l’opening.
Una mostra che dura sei mesi, ma non rimane mai uguale
È precisamente ciò che accadrà con il progetto inaugurale. Il titolo è programmaticamente lungo: «La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare». Curata da Paolo Zani e aperta fino al 14 marzo, la mostra mette insieme Mariia Andreeva, Alighiero Boetti, Caleb Considine, Racheal Crowther, Giorgio de Chirico, Rineke Dijkstra, Jason Dodge, Peter Fischli e David Weiss, John Gerrard, Tarik Kiswanson, On Kawara, Paul Kos, Diego Perrone, Paola Pivi, Pietro Roccasalva, Hans Schabus e Damon Zucconi. Generazioni, linguaggi e provenienze molto differenti sono convocati intorno a una questione altrettanto elementare quanto inesauribile: che cosa sono lo spazio e il tempo quando vengono attraversati dall’esperienza? Il progetto parte dall’idea di una realtà mai completamente assoluta, continuamente modificata dall'interpretazione e dalla posizione di chi la osserva. Le opere vengono così chiamate a funzionare attraverso relazioni reciproche più che come presenze isolate.
È soprattutto la struttura temporale dell’esposizione a rendere concreto questo assunto. La mostra durerà quasi sei mesi, ma ogni due mesi alcune opere saranno sostituite. Ciò che un visitatore incontrerà a settembre non coinciderà dunque esattamente con ciò che un altro troverà a gennaio. Il tempo cessa di essere la semplice durata amministrativa compresa tra una data di apertura e una di chiusura e diventa uno dei materiali stessi del progetto. La scelta trova un precedente ideale proprio in alcuni degli artisti convocati. Basti pensare a On Kawara, che ha trasformato data, esistenza e trascorrere del tempo nella materia della propria ricerca, o alle operazioni di Alighiero Boetti, nelle quali ordine, durata, delega e trasformazione attraversano continuamente la costruzione dell’opera. Con de Chirico il tempo può invece farsi sospensione e anacronismo; con Fischli & Weiss la percezione dell’ordinario può essere sottoposta a slittamenti minimi e continui. La mostra non cerca però di ricondurre diciassette posizioni a una dimostrazione unitaria: è la loro compresenza, e successivamente la loro sostituzione, a mettere alla prova il dispositivo. In questo senso Sala Effe debutta evitando una delle abitudini più consolidate dell’esposizione: l’idea che una mostra sia conclusa nel momento in cui inaugura. Qui l’opening costituisce piuttosto la prima configurazione possibile. Riallestimenti, sostituzioni, attivazioni multidisciplinari ed eventi dovrebbero accompagnare nel tempo i progetti, modificando il rapporto fra opere, spazio e visitatori. È anche il dato più interessante per misurare, nei prossimi anni, l’identità del nuovo spazio. Aprire un luogo dedicato all’arte contemporanea è una dichiarazione d’intenti; costruirgli attorno una funzione riconoscibile è un processo assai più lungo. Sala Effe parte proprio da questa idea di instabilità, scegliendo di non presentarsi come un piccolo museo e nemmeno come una galleria commerciale, ma come un dispositivo capace di cambiare insieme ai progetti che ospita. E forse non è secondario che questo esperimento cominci a Cremona. Mentre il sistema italiano continua a concentrarsi intorno a poche capitali e ai loro calendari, Sala Effe scommette sulla possibilità che opere internazionali, collezioni private e ricerca curatoriale possano trovare pubblico anche lungo traiettorie differenti. Non serve necessariamente essere al centro della geografia dell’arte per provare a modificarla.
Sala Effe by Andrea Valcarenghi
Sala Effe by Andrea Valcarenghi
Bianca Castelbarco Albani
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