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Andrea Sirio Ortolani Presidente ANGAMC, Courtesy Osart Gallery

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MIART NEW DIRECTIONS | Osart Gallery

In vista della trentesima edizione di Miart, una serie di conversazioni con le gallerie protagoniste della fiera per delineare una mappa di orientamenti, strategie e visioni

Jenny Dogliani

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Fondata a Milano nel 2008 da Andrea Sirio Ortolani, Osart Gallery ha costruito negli anni un programma di ricerca attento alle esperienze più significative dell’arte concettuale internazionale, con particolare attenzione alle ricerche degli anni Sessanta e Settanta e al rapporto tra linguaggio, segno e pensiero visivo. In occasione della trentesima edizione di miart la galleria presenta un progetto che mette in dialogo opere di Vincenzo Agnetti, Mirella Bentivoglio, Lawrence Carroll, Jonathan Seliger, David Tremlett e Stephen Dean, esplorando il segno — alfabetico, visivo o concettuale — come strumento per interrogare la comunicazione e la percezione artistica.

David Tremlett, Watching the Way the Rabbits Run (in Milwaukee, in Kalgoorlie, in Aberdeen), 1975_Courtesy Panza Collection_photo credits Alessandro Zambianchi

Il tema della trentesima edizione di miart è New Directions, un concetto che richiama il jazz e l’idea di variazione sul tema attraverso l’improvvisazione. Nel vostro percorso di galleristi, vi siete mai trovati in una situazione in cui avete dovuto contare sulla vostra capacità di improvvisazione?
Direi che chiunque faccia il nostro lavoro deve contare anche sull'improvvisazione per una svariata serie di motivi. Mi è capitato di dover improvvisare in tantissimi allestimenti, sia in fiera che nelle mostre in galleria. Ho dovuto improvvisare in molte situazioni con i clienti, per riuscire a trovare l'accordo giusto. Un lavoro come il nostro si basa spesso sull'adattarsi alle situazioni che capitano di volta in volta e soprattutto a saper reagire prontamente ad ogni situazione.

 Le fiere d’arte giocano un ruolo significativo per le gallerie. Qual è l’obiettivo di esporre a una fiera internazionale come Miart?
Gli obiettivi sono essenzialmente due: il primo, poter dare una visibilità più ampia agli artisti e alla linea della galleria; il secondo, ovviamente, di riuscire a monetizzare il progetto per fare in modo che la stessa visibilità continui il suo percorso e si trasformi in combustibile per l'attività della galleria.

Con quali artisti, tipologie di opere e concept curatoriale partecipate a miart?
Il progetto studiato per Miart 2026 esplora la tensione tra linguaggio, immagine e forma come territorio di confine tra pensiero e percezione. A unire le pratiche di Vincenzo Agnetti, Mirella Bentivoglio, Lawrence Carroll, Jonathan Seliger, David Tremlett e Stephen Dean è l’uso del segno — alfabetico, visivo o concettuale — come strumento per interrogare il significato stesso della comunicazione e della percezione artistica. Con la volontà, come abbiamo fatto l'anno scorso, di inserire un’opera completamente avulsa da questo contesto, ma sempre in armonia con le altre opere, per creare sconcerto e curiosità nello stesso tempo.

Milano è ricca di musei e gallerie, ma è anche la città della moda e del design. Quanto questo ecosistema ibrido si riflette sul pubblico e sul collezionismo che frequenta Miart?
Si riflette moltissimo perché al fianco del collezionismo più classico, che molto spesso incontriamo nei contesti fieristici, si sviluppa una rete di curiosi e appassionati attenti a forme d'arte più ibride e non meno interessanti. Questa eterogeneità è sicuramente un valore aggiunto sia per la fiera che per la città di Milano. D'altronde l'arte è sempre stata, e sempre lo sarà, parte attiva di molteplici scenari sociali.



 

Lawrence Carroll, Untitled (Puzzle Painting), 1997-98_Courtesy Panza Collection_Photo credits Alessandro Zambianchi

Jenny Dogliani, 16 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

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