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Una delle opere di Enrica Salvadori in mostra alla Galleria Elena Salamon

Courtesy dell’artista

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Una delle opere di Enrica Salvadori in mostra alla Galleria Elena Salamon

Courtesy dell’artista

L’ombra diventa d’oro

Alla Galleria Elena Salamon di Torino la personale di Enrica Salvadori mette in dialogo architetture in miniatura, frammenti e forme essenziali con le loro ombre in ottone e foglia d’oro

Monica Trigona

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Una scala che non porta da nessuna parte. Un arco, una finestra, un muro rimasto solo. E poi un’ombra, precisa, lucida, dorata, che si stacca dalla forma e sembra prendere vita propria. È da questo rapporto, tanto semplice quanto spiazzante, che nasce «Ombre d’oro», la mostra personale di Enrica Salvadori che la Galleria Elena Salamon presenta a Torino dal 24 settembre al 31 ottobre, progetto costruito intorno a pochi materiali e a un contrasto netto: il bianco della terracotta, del gesso e del marmo da una parte, l’oro dell’ottone lucidato e della foglia d’oro dall’altra.

Salvadori lavora da tempo sull’idea dell’ombra non considerandola un effetto secondario della luce. Nelle sue opere è piuttosto una presenza autonoma, la possibilità che un oggetto ha di continuare a esistere in una forma diversa dalla propria, una sorta di secondo corpo. La sua formazione all’Accademia Albertina e il legame con Torino convivono da anni con la sua vita a Buenos Aires. Anche il suo lavoro sembra muoversi tra luoghi e condizioni differenti. L’architettura reale e quella mentale, il costruito e il frammento, ciò che protegge e ciò che può crollare. I suoi piccoli edifici hanno qualcosa di familiare e insieme di irreale. Sono palazzi ridotti all’essenziale, quasi rovine senza una storia precisa: scale, archi, finestre, muri che sembrano appartenere a un edificio appena abbandonato oppure a una città immaginaria.

 

Una delle opere di Enrica Salvadori in mostra alla Galleria Elena Salamon. Courtesy dell’artista

Una delle opere di Enrica Salvadori in mostra alla Galleria Elena Salamon. Courtesy dell’artista

Accanto a queste architetture, sorta di scultorei «capricci» brutalisti, compaiono forme ancora più elementari, come l’uovo e la sfera, oggetti riconoscibili, ma privati di ogni funzione, che acquistano una presenza quasi enigmatica proprio nella loro semplicità (richiamo ad elementi surrealisti che spiazzano la comprensionme più lineare).

Poi c’è l’ottone. L'artista ne utilizza la superficie lucidata per dare consistenza all’ombra delle sue sculture. Il gioco è immediato: la forma bianca resta ferma, mentre il suo doppio dorato si allunga sul pavimento o sulla superficie espositiva. Ma l’ombra, questa volta, non è scura né opaca, riflette la luce, l’ambiente e persino chi le sta davanti (dettaglio importante, perché trasforma l’osservatore in parte dell’opera). Avvicinandosi, la superficie dell’ottone restituisce infatti frammenti dello spazio circostante e rende instabile il confine tra scultura, ombra e ambiente.

La stessa idea ricompare nei lavori su carta, ma in una forma più leggera. Qui l’ombra è affidata alla foglia d’oro: una scala, un arco, una finestra o un uovo diventano silhouette luminose sospese sul bianco. Se nelle sculture l’ombra acquista peso, sulla carta sembra invece perdere materia e trasformarsi in traccia. La nascita di questi lavori risale al 2024, durante la residenza promossa dal festival Germinale, nel Monferrato. Salvadori aveva appena terminato una scultura dedicata al rudere della torre di Tonco, realizzata in uno studio allestito all’interno di una chiesetta sconsacrata. La luce riflessa dall’ottone finì su un foglio di carta; sul tavolo c’erano alcuni residui di foglia d’oro. Da quell’immagine casuale nacque la prima sagoma dorata.

Il passaggio dalla scultura alla carta non è però estraneo alla storia dell’artista. Salvadori racconta di aver sempre amato ritrarre le proprie opere dopo averle modellate, come se il disegno fosse un momento successivo, più riflessivo, del lavoro sulla materia. Nel percorso allestito in galleria questo passaggio diventa il cuore stesso della ricerca: la scultura genera la propria immagine e quell’immagine, una volta trasferita sulla carta, acquista una vita indipendente. Il titolo della mostra sta tutto in questo rovesciamento. L’ombra, tradizionalmente associata al buio, diventa dorata; l’oro, tradizionalmente legato alla luce, diventa invece il materiale attraverso cui l’ombra si rende visibile. Ne nasce un linguaggio volutamente ridotto, quasi silenzioso. Salvadori non ha bisogno di molti elementi per costruire una scena: le bastano una forma, la sua proiezione e lo spazio che le separa. Proprio in quella distanza pare che le opere comincino a raccontare qualcosa.

 

Una delle opere di Enrica Salvadori in mostra alla Galleria Elena Salamon. Courtesy dell’artista

Monica Trigona, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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L’ombra diventa d’oro | Monica Trigona

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