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Maurizio Cattelan, Senza titolo, 2003

Foto: Michael Bodycomb © Maurizio Cattelan

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Maurizio Cattelan, Senza titolo, 2003

Foto: Michael Bodycomb © Maurizio Cattelan

Le mostre dell’autunno da non perdere

Dai maestri dell’Arte Povera (Kounellis a Lugano, Fabro a Milano e Marisa Merz a Torino) a Cattelan a Berlino, dal conteso arazzo di Bayeux e Van Eyck a Londra a Pontormo a Roma, ecco gli appuntamenti da segnare in agenda per i prossimi mesi

Grazia Mazzarri

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Maurizio Cattelan. NIGHT 
Berlino, Neue Nationalgalerie 
10 settembre 2026-7 marzo 2027

«NIGHT», che costituisce il Preis der Nationalgalerie 2026 (Premio della Nationalgalerie 2026, istituito nel 2000 e affermatosi come uno dei riconoscimenti più significativi della Germania per l’arte contemporanea) per il quale Maurizio Cattelan è stato selezionato da una giuria internazionale, è anche la prima grande personale in Germania dell’artista italiano, che torna a Berlino vent’anni dopo la cocuratela della quarta Biennale cittadina. La mostra all’interno dell’iconico edificio di Mies van der Rohe comprende opere storiche come «Him» (2001), «Novecento» (1997), «La Rivoluzione Siamo Noi» (2000) e «Untitled» (2003), ispirata a Il tamburo di latta di Günter Grass, insieme a nuove commissioni, che ripercorrono tematiche ricorrenti nella pratica artistica di Cattelan: la tensione tra innocenza e violenza, la costruzione dell’identità e la persistente inquietudine della memoria storica. Al centro della mostra è allestita una nuova opera concepita per la Neue Nationalgalerie che dà il via a un intervento di ampia portata nel contesto spaziale del museo. Attraverso un’attenta trasformazione, la mostra ridefinisce infatti il modo in cui l’edificio viene utilizzato e vissuto. «L’opera di Maurizio Cattelan ha sempre avuto per me una lettura molto tedesca. “Him” riguardava anche l’inchino di Willy Brandt; “Untitled” derivava da Il tamburo di latta di Grass e, naturalmente, l’abito di feltro di Joseph Beuys è stato uno dei miei primi approcci al mondo dell’arte, essendo cresciuto a poche miglia dal centro dell’attività di Beuys», ha commentato Klaus Biesenbach, direttore della Neue Nationalgalerie, e curatore della mostra con Lisa Botti, curatrice della Neue Nationalgalerie, in stretta collaborazione con l’artista.

L’arazzo di Bayeux
Londra, British Museum
10 settembre 2026-11 luglio 2027

«L’Arazzo di Bayeux è uno dei beni culturali più importanti e unici al mondo, che illustra i profondi legami tra la Gran Bretagna e la Francia e ha affascinato persone di ogni provenienza geografica e di ogni generazione. È difficile sopravvalutare l’importanza di questa straordinaria opportunità di esporlo al British Museum. È la prima volta che l’Arazzo di Bayeux torna nel Regno Unito da quando è stato realizzato, quasi 1.000 anni fa»: le parole del direttore del British Museum Nicholas Cullinan ben illustrano, aldilà delle polemiche e della frenesia che sta generando una corsa per accaparrarsi un biglietto, l’eccezionalità della mostra. A seguito di un accordo storico con la Francia, l’esposizione riporta in Gran Bretagna l’arazzo lungo 70 metri, alto 50 centimetri e dal peso complessivo di circa 350 chilogrammi, raffigurante gli eventi che portarono all’ultima invasione riuscita dell’Inghilterra. Probabilmente commissionato da un mecenate normanno e realizzato da ricamatrici inglesi, utilizzando disegni e manoscritti provenienti da Canterbury, l’arazzo narra, attraverso una sequenza continua di scene, la conquista normanna dell’Inghilterra culminata nella battaglia di Hastings del 1066, quando Guglielmo il Conquistatore sconfisse il re anglosassone Aroldo II, cambiando per sempre il destino della monarchia inglese. La fragilità dell’arazzo, risalente all’XI secolo, che aveva già aveva indotto a interrogarsi sull’opportunità di un viaggio tanto delicato, ha determinato la progettazione di un allestimento che risponde a rigorosi criteri conservativi. Diversamente rispetto a Bayeux, dov’è esposto lungo una parete, al British Museum il capolavoro si presenta disteso orizzontalmente all’interno di una lunga teca appositamente progettata. 

Jannis Kounellis: Io sono un pittore 
Lugano, Collezione Giancarlo e Danna Olgiati 
20 settembre 2026-17 gennaio 2027

Curata da Vincenzo de Bellis in collaborazione con l’Archivio Kounellis di Roma, la mostra propone una rilettura dell’opera dell’artista greco-italiano, scomparso nel 2017, assumendo la pittura come chiave interpretativa dell’intera sua ricerca. «Io sono un pittore» è una frase che Kounellis ha ripetuto più volte e che qui diventa il punto di partenza per superare la semplice visione dell’artista come uno dei protagonisti dell’Arte Povera o maestro dell’installazione. La sua pittura, infatti, non coincide necessariamente con tela, colore e pennello: può essere fatta di ferro, carbone, fuoco, juta, lana, fumo, odori e spazio. È una pittura che, come suggerisce il termine greco zogràphos, «scrive la vita». Il percorso riunisce oltre 35 opere realizzate tra la fine degli anni Cinquanta e il 2014, alcune delle quali raramente esposte o presentate per la prima volta. La narrazione non segue un ordine cronologico, ma si sviluppa attraverso quattro nuclei: «La pittura come linguaggio»«La pittura come materia e peso»«La pittura come memoria e silenzio»«La pittura come scena e icona». Ne emerge una ricerca attraversata da temi e ossessioni ricorrenti, capace di mettere in dialogo epoche e linguaggi differenti. Tra le opere più significative figura «Senza titolo (Omaggio a Van Gogh)» del 1991, una sequenza di lastre di ferro che riprende le proporzioni di dipinti di Van Gogh, trasformandone la memoria in una presenza fatta di metallo e luce. Altrettanto centrale è il ciclo delle «Rose», dove il fiore diventa segno, quasi un ideogramma. La mostra presenta anche una rarissima «Rosa nera» del 1966.

Willem de Koonin, Senza titolo, 1937 ca., New York, Whitney Museum of American Art. © 2026 The Willem de Kooning Foundation/ Artists Rights Society (ARS), New York. Riproduzione digitale © Whitney Museum of American Art / Licensed by Scala / Art Resource, NY

Broken. Il potere del frammento
Firenze, Palazzo Strozzi
25 settembre 2026-24 gennaio 2027

Nella storia della scultura, dal mondo antico all’arte contemporanea, il frammento ha esercitato un forte potere evocativo e un grande fascino. Lo illustra, attraverso oltre 80 opere provenienti da musei internazionali, la mostra organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la National Gallery of Art di Washington (tappa successiva dal prossimo febbraio). Il percorso espositivo, curato da C.D. Dickerson III, direttore del Center for Advanced Study in the Visual Art, e da Andrew Sears, assistant curator of northern European paintings, entrambi della National Gallery of Art, in collaborazione con Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, spazia in epoche e geografie diverse: dall’antico Egitto alla Grecia classica, dalla Cambogia al Messico, raccontando le molteplici cause della frammentazione. Guerre, iconoclastie, rivoluzioni, vandalismi, calamità naturali e deliberate scelte artistiche hanno trasformato statue e sculture, lasciando «ferite» che oggi diventano parte integrante del loro significato. Accanto ai capolavori di Giovanni Pisano, Michelangelo, Antonio Canova e Auguste Rodin, la mostra presenta opere di artisti contemporanei come Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Francesco Vezzoli e Danh Vo, autori per i quali il frammento diventa un punto di partenza per esplorare nuove forme e possibilità espressive. Proprio in questa tensione tra perdita e rinascita risiede la forza della mostra: il frammento non è soltanto ciò che rimane dopo la distruzione, ma una forma capace di attraversare il tempo, conservando la memoria del passato e, allo stesso tempo, generando nuovi significati. Nel Cortile rinascimentale di Palazzo Strozzi trova inoltre spazio una nuova installazione realizzata appositamente dall’artista olandese Mark Manders.

I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa
Milano, Palazzo Reale
29 settembre 2026-31 gennaio 2027

Attraverso una settantina tra dipinti, disegni e stampe, la mostra racconta l’attività di una delle famiglie e delle botteghe più influenti della storia dell’arte europea che, tra Cinquecento e Seicento, contribuì alla nascita di quei generi (paesaggio, natura morta, scena di genere, battaglia) destinati a caratterizzare la pittura moderna. Su progetto di Bernard Aikema e curata da Carlotta Striolo, l’esposizione prende le mosse da Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite della famiglia ed erede della tradizione visionaria di Hieronymus Bosch, che trasformò progressivamente il fantastico in una rappresentazione concreta della realtà: contadini, feste popolari, paesaggi innevati e scene quotidiane divennero protagonisti di una pittura solo apparentemente popolare, in realtà ricca di riferimenti colti e significati complessi. Con i figli Pieter Brueghel il Giovane e Jan Brueghel il Vecchio il fenomeno assunse una nuova dimensione. Il primo contribuì alla diffusione dei modelli paterni attraverso numerose varianti e una bottega produttiva, consolidando quello che oggi potremmo definire un vero «brand Brueghel». Il secondo ampliò invece gli orizzonti della pittura fiamminga, diventando una figura cosmopolita e centrale negli scambi artistici europei: soggiornò a lungo nella Penisola e nel 1595 arrivò a Milano su invito del cardinale Federico Borromeo, uno dei più importanti collezionisti di pittura fiamminga. La città divenne così un punto di riferimento per la diffusione delle nuove tipologie pittoriche. Anche Roma ebbe un ruolo fondamentale nella sua formazione, mentre i rapporti con artisti come Rubens favorirono lo sviluppo dei raffinati «cabinet paintings», dipinti di piccolo formato destinati ai collezionisti. Il percorso si spinge quindi fino a Praga, alla corte di Rodolfo II, e nei principali centri dei Paesi Bassi, da Anversa ad Amsterdam e Haarlem, riunendo opere di Paul Bril, Roelandt Savery, Pieter Stevens e Lucas van Valckenborch, a testimonianza dell’influenza esercitata dalle invenzioni della dinastia su generazioni di pittori.

L’immagine di Francesco. Dal Medioevo al Novecento
Arezzo, Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea e Chiesa di Sant’Ignazio
4 ottobre 2026 - 10 gennaio 2027 

Organizzata in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, la mostra è dedicata alla rappresentazione nell’arte del Patrono d’Italia. Promossa dal Comune di Arezzo e dalla Fondazione CR Firenze, con Fondazione Guido D’Arezzo, la mostra è curata da Cristina Acidini, con un comitato scientifico presieduto da Carlo Sisi, e riunisce circa 60 opere e documenti che ricostruiscono l’evoluzione dell’iconografia francescana attraverso dipinti, sculture, miniature e vetrate. Il percorso cronologico mette al centro la particolare relazione tra San Francesco e il territorio aretino: Arezzo è protagonista di un episodio narrato nella «Leggenda maggiore» di Bonaventura, mentre Cortona e La Verna conservano luoghi fondamentali della vicenda francescana, dal convento delle Celle al santuario dove Francesco ricevette le stigmate. In mostra figurano opere di alcuni dei più importanti protagonisti della storia dell’arte, anche grazie a importanti prestiti da musei e collezioni italiane e internazionali, tra cui National Gallery di Londra («San Francesco con gli Angeli» di Sandro Botticelli), Musei Vaticani («San Francesco riceve le stimmate» di Beato Angelico), Uffizi e Galleria Borghese. Non mancano opere da Margarito d’Arezzo, tra i più antichi interpreti del santo, ad Andrea Della Robbia, Giorgio Vasari, Annibale Carracci, Guercino, Jacopo Ligozzi, Pietro da Cortona, Luca Giordano, Libero Andreotti e Gerardo Dottori, per racconta anche come sia cambiata nei secoli l’immagine del Santo: dalla rappresentazione medievale di Francesco, ancora tonsurato e con la barba, si passa alla progressiva definizione della sua iconografia, con il saio, il cordone e soprattutto le stigmate ricevute alla Verna (nella tavola di Beato Angelico). Tra Cinquecento e Seicento prevalgono le immagini del santo in meditazione, preghiera ed estasi, mentre il Barocco lo inserisce in scenografie spettacolari e visionarie per tornare, con l’arte moderna e contemporanea, a una interpretazione legata a una spiritualità più essenziale e personale.

Il cielo in terra. San Francesco e Bologna tra Cinque e Seicento
Bologna, Pinacoteca Nazionale
2 ottobre 2026-10 gennaio 2027

Anch’essa organizzata in occasione dell’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi, questa mostra è volta a indagare la trasformazione iconografica della figura del Santo tra Cinquecento e Seicento nella pittura bolognese, in un’epoca segnata dalla Controriforma, attraverso le opere dei principali maestri della scuola cittadina, da Francesco Francia ai Carracci, da Guido Reni e Francesco Albani a Guercino. Curata dal direttore dell’istituzione bolognese Luigi Gallo e da Elena Rossoni, questa esposizione segna anche l’inizio del progetto pluriennale dedicato alla valorizzazione delle collezioni della Pinacoteca Nazionale attraverso mostre, riallestimenti e nuovi percorsi di visita. Oltre 30 dipinti provenienti dai depositi della Pinacoteca tornano visibili al pubblico, accanto a prestiti di varie istituzioni, tra cui Pinacoteca di Brera, Galleria Borghese e Musei Capitolini di Roma, e Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Tra i nuclei più significativi figurano i 12 dipinti del Mastelletta, riuniti per la prima volta, e la grande tela delle «Stimmate di San Francesco» proveniente da Palazzo Ducale di Urbino. Disegni, 17 stampe e antiche pubblicazioni francescane completano il percorso.

Krasner e Pollock: Past Continuous
New York, Metropolitan Museum of Art
4 ottobre 2026-31 gennaio 2027

Due protagonisti dell’arte americana del ’900, una relazione sentimentale e artistica decisiva e due percorsi destinati a incontrarsi e a divergere continuamente. Sono i temi di una mostra che affronta in modo organico l’intero arco delle carriere dei due artisti, Lee Krasner e Jackson Pollock, riunendo oltre 120 opere tra dipinti, lavori su carta e materiali d’archivio, provenienti dalla collezione del museo e da più di 80 prestatori americani e internazionali, spaziando dagli anni Trenta al dopoguerra, fino alle ultime fasi delle rispettive carriere. L’esposizione è inoltre la prima grande rassegna newyorkese dedicata a entrambi in oltre vent’anni e punta a restituire a Krasner il ruolo centrale che la sua figura ha avuto nella storia dell’arte del XX secolo. Krasner e Pollock si incontrarono a New York nel 1942, durante una mostra organizzata dall’artista John Graham, si sposarono nel 1945 e si trasferirono a Springs, Long Island, dove rimasero legati fino alla morte di Pollock, nel 1956. Il loro rapporto fu anche un confronto artistico continuo: entrambi cercarono nuove possibilità per l’astrazione, ma svilupparono linguaggi profondamente personali. Pollock raggiunse la fama internazionale soprattutto grazie alla tecnica del dripping, che tra il 1946 e il 1951 trasformò radicalmente il modo di intendere la pittura. Krasner, invece, costruì una ricerca più mutevole, passando dal collage alla pittura gestuale fino a composizioni dai colori accesi, sempre confrontandosi con la tradizione dell’avanguardia europea e con maestri come Picasso, Matisse e Mondrian. La mostra ha il merito di non ridurre Krasner e Pollock alla storia di una coppia, ma li presenta come due artisti autonomi, due figure sullo stesso piano, mostrando come le loro esperienze condivise abbiano prodotto esiti differenti.

Luciano Fabro. Abitare lo spazio
Pirelli HangarBicocca
8 ottobre 2026-21 febbraio 2027

A Luciano Fabro (Torino, 1936-Milano, 2007), figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra e tra i protagonisti dell’Arte Povera, è dedicata la prima grande retrospettiva museale organizzata in Italia dopo la sua scomparsa. La mostra, a cura di Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), riunisce circa 50 sculture e installazioni e ripercorre oltre cinquant’anni di ricerca (nel 1959 si trasferì a Milano, fondò la Casa degli Artisti e insegnò all’Accademia di Brera dal 1983 al 2002, influenzando generazioni di artisti), mettendo al centro uno dei temi fondamentali della sua opera: il rapporto tra spazio, corpo e percezione. Fin dagli esordi Fabro ha sviluppato un’indagine personale sul concetto di «abitare» lo spazio, inteso come campo dinamico di esperienza. La sua ricerca, in dialogo con le sperimentazioni spaziali di Lucio Fontana e con la riflessione concettuale di Piero Manzoni, ha ridefinito il linguaggio della scultura e il rapporto tra l’opera e l’ambiente che la circonda. Marmo, vetro, bronzo, seta e piombo sono alcuni dei materiali attraverso cui l’artista ha sviluppato la sua ricerca. Particolare importanza hanno svolto le superfici riflettenti, specchi e vetro, capaci di frammentare e moltiplicare lo spazio, creando un continuo gioco tra presenza e assenza, visibile e invisibile. Il percorso espositivo si concentra sulla ricerca spaziale e percettiva avviata da Fabro negli anni Sessanta, dalle prime sperimentazioni con superfici specchianti fino agli «habitat», termine, con cui l’artista, dagli anni Ottanta, indica ambienti autonomi o integrati negli spazi esistenti, pensati per essere attraversati e vissuti. Realizzati anche con materiali leggeri ed effimeri, come carta e luce, gli «habitat» (in mostra alcuni habitat sono ricostruiti sulla base delle indicazioni progettuali lasciate dall’artista) trasformano lo spazio espositivo in un luogo di relazione e l’opera in un’esperienza che coinvolge fisicamente lo spettatore, mettendo in relazione spazio, corpo e percezione. 

Willem de Kooning at Work 
Amsterdam, Rijksmuseum
9 ottobre 2026 - 17 gennaio 2027

A cento anni dalla partenza da Rotterdam, all’età di 22 anni e da clandestino, senza documenti e senza conoscere l’inglese, diretto verso gli Stati Uniti con il sogno di costruirsi una nuova vita, Willem de Kooning (Rotterdam, 1904-East Hampton, 1997) torna simbolicamente nel suo Paese d’origine con una mostra già presentata in forma più ampia all’Art Institute of Chicago, che l’ha coorganizzata. È la prima retrospettiva completa dei suoi disegni mai presentata nei Paesi Bassi e riunisce oltre 120 opere, ripercorrendo più di 65 anni di attività dell’artista, tra disegni, dipinti e sculture. Al centro della mostra c’è appunto il disegno, che per De Kooning non rappresentava semplicemente una fase preparatoria alla pittura, ma un vero strumento di ricerca. Schizzi, correzioni, ripetizioni e variazioni erano parte di un processo creativo in continua evoluzione: «Devo cambiare per rimanere lo stesso», dichiarò nel 1981, sintetizzando una concezione dell’arte fondata sul costante rinnovamento. I disegni permettono di seguire l’evoluzione di De Kooning dagli anni della formazione fino ai rapidi schizzi a carboncino della maturità. Il percorso è affiancato da alcune delle sue opere più celebri, tra cui «Excavation» (1950) e «Pink Angels» (ca 1945). Nella Galleria d’Onore del Rijksmuseum, accanto alla «Ronda di notte» di Rembrandt, sono inoltre esposti «Woman I» (1950-1952) e «Woman and Bicycle» (1952-53), due dipinti fondamentali che sottolineano il ruolo di de Kooning nella storia della pittura.

Gustave Fayet. Collezionista – Artista e designer
Parigi, Fondation Louis Vuitton
9 ottobre 2026 – 8 marzo 2027

Sulla scia delle mostre dedicate a grandi collezionisti quali Sergei Shchukin (nel 2016-17), Mikhail e Ivan Morozov (nel 2021-22) e Samuel Courtauld (nel 2019), l’istituzione francese prosegue la sua esplorazione delle figure pionieristiche che hanno plasmato la storia dell’arte moderna. Appassionato collezionista (raccolse più di 740 opere importanti di arte moderna, escluse le stampe), artista e prolifico designer, nonché imprenditore instancabile ed eccezionale e visionario nel campo delle arti decorative, Gustave Fayet (1865-1925) fu uno dei più influenti sostenitori e pionieri dell’avanguardia del suo tempo: fu tra i primi a collezionare opere di Van Gogh, a sostenitore di Odilon Redon, a esporre Picasso e a fondare un «museo» dedicato a Gauguin nella sua dimora di Parigi, che ospitava una collezione di quasi 200 opere e attirava artisti e collezionisti di spicco dell’epoca. La mostra si articola in due parti, esaminando Fayet sia come collezionista sia come artista e designer, e riunendo un totale di 767 opere e documenti: oltre 255 opere provenienti dalla straordinaria collezione di Gustave Fayet, oggi disperse in tutto il mondo, e 375 sue creazioni, la maggior parte delle quali mai esposte prima e restaurate appositamente per l’occasione. Tra i capolavori esposti figurano 10 dipinti di Vincent van Gogh (compreso «Autoritratto con l’orecchio bendato»), 78 opere di Paul Gauguin, 88 di Odilon Redon, oltre a dipinti e pastelli di Edgar Degas, Paul Cézanne, Henri de Toulouse-Lautrec, Pierre-Auguste Renoir, Berthe Morisot, Paul Signac, Pierre Bonnard, Edouard Vuillard e Henri Matisse. Frutto di diversi anni di ricerca, la mostra vanta la collaborazione di 64 istituzioni internazionali e 71 collezioni private.

Pontormo
Roma, Scuderie del Quirinale
9 ottobre 2026-7 febbraio 2027

A cura di Cristina Acidini, tra i massimi esperti del Cinquecento fiorentino, con Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein, Carlo Falciani (con Antonio Natali, nel 2014 Falciani ha curato «Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della “maniera”» allestita a Palazzo Strozzi di Firenze), è sorprendentemente la prima grande mostra monografica dedicata a Jacopo Carucci, passato alla storia come Jacopo da Pontormo, uno degli artisti più originali del Cinquecento fiorentino. Nato a Pontorme, vicino a Empoli, nel 1494 e morto a Firenze nel 1557, Pontormo incarna il passaggio dal pieno Rinascimento alla Maniera, trasformando i modelli classici attraverso un linguaggio personalissimo, audace e profondamente innovativo. Proprio la forza visionaria della sua pittura ha continuato a esercitare un fascino straordinario anche nel Novecento e nell’arte contemporanea, da Pier Paolo Pasolini a Bill Viola. Il percorso riunisce per la prima volta, in un unico grande progetto, i principali capolavori del pittore toscano, i dipinti e una straordinaria selezione di opere su carta, grazie anche a eccezionali prestiti internazionali da Gallerie degli Uffizi, Louvre di Parigi, National Gallery e British Museum di Londra, Metropolitan Museum of Art di New York, National Gallery of Art di Washington, Art Institute di Chicago, Getty Museum di Los Angeles, oltre a importanti istituzioni italiane. Tra i protagonisti assoluti della rassegna ci sarà la celebre «Visitazione», capolavoro proveniente dalla chiesa di San Michele Arcangelo di Carmignano, presso Prato. L’opera inaugurerà idealmente un viaggio nella pittura di Pontormo, costruito secondo un andamento prevalentemente cronologico ma arricchito da approfondimenti tematici.

Roy Lichtenstein: Like New
New York, Whitney Museum
dall’11 ottobre 2026

Tra i protagonisti della Pop Art, l’artista americano (New York, 1923-97) ha cambiato il nostro modo di guardare le immagini, trasformando fumetti, pubblicità, stampa commerciale e cultura dei consumi in un linguaggio visivo destinato a diventare tra i più riconoscibili del ’900. Le sue opere, apparentemente fredde, precise e quasi industriali, nascondevano però un lavoro minuzioso e interamente costruito a mano. Proprio questa contraddizione rivela il cuore della sua ricerca: capire come le immagini vengono prodotte, replicate, ingrandite, diffuse e trasformate. È questo il punto di partenza della grande mostra newyorkese, che rilegge l’opera di Lichtenstein attraverso uno sguardo contemporaneo: circa 130 lavori, realizzati dagli anni Quaranta agli anni Novanta, ricostruiscono una ricerca incentrata sulla percezione, sulla duplicazione e sulla natura instabile delle immagini. Pittura, disegno, collage, stampa, scultura e cinema diventano strumenti attraverso i quali Lichtenstein mette in discussione l’idea stessa di originalità. Accanto ad alcune delle sue opere più celebri, da «Look Mickey» a «Drowning Girl», da «Masterpiece» a «Little Big Painting», la mostra presenta anche la ricostruzione di tre murales, tra cui una versione lunga quasi 96 piedi del «Greene Street Mural» del 1983. Per la prima volta vengono riunite anche tutte le opere presentate nella prima esposizione in stile Pop di Lichtenstein, organizzata alla Leo Castelli Gallery nel 1962, restituendo l’importanza di un momento destinato a segnare una nuova stagione dell’arte americana. La mostra amplia lo sguardo oltre Lichtenstein, includendo opere di artisti come Louise Lawler, Richard Pettibone e Sturtevant, la cui ricerca affronta temi quali copia, appropriazione, influenza e trasformazione.

Remember me. Capolavori di Fotografia dalla Pinault Collection
Parigi, Bourse de Commerce
dal 14 ottobre 2026

A cura di Matthieu Humery, consulente fotografico della Collezione Pinault, in collaborazione con Lola Regard, responsabile dei progetti, la grande mostra commemora il bicentenario dell’invenzione della fotografia. Ispirata al volume 100 Masterpieces of Photography. Pinault Collection, pubblicato nel 2024, l’esposizione riunisce opere che attraversano epoche, linguaggi e generi differenti, dalle prime sperimentazioni fino alle ricerche più contemporanee. L’obiettivo non è costruire una storia lineare della fotografia, ma creare una costellazione di immagini capace di mettere in relazione opere apparentemente distanti, favorendo associazioni, contrasti e dialoghi inattesi. Il titolo della mostra prende spunto dall’opera di Barbara Kruger, la cui installazione occuperà la Rotonda e le vetrine della Bourse de Commerce. Il messaggio «Remember Me» (Non dimenticarmi) diventa la chiave di lettura dell’intero progetto: la fotografia nasce infatti come traccia, impronta, testimonianza e strumento di sopravvivenza della memoria. Ogni immagine chiede di essere guardata per continuare a esistere. Il percorso espositivo coinvolge alcuni dei grandi protagonisti della fotografia internazionale, da Gustave Le Gray a Wolfgang Tillmans, da Man Ray a Richard Avedon, da Berenice Abbott a Francesca Woodman, da Cecil Beaton a Cindy Sherman, tra gli altri. A ciascuna sezione è affidata una diversa forma di memoria. Nella Galleria 2, per esempio, sarà presentata per la prima volta insieme l’intera raccolta di opere di Irving Penn appartenenti alla Pinault Collection: fotografie in cui lo studio diventa uno spazio sospeso, capace di conservare presenze e identità. La Galleria 3 sarà invece dedicata al lavoro di Raymond Depardon in Francia, un viaggio nel Paese osservato attraverso immagini che raccontano con pazienza, e talvolta con ironia, ciò che cambia e ciò che resta.

Siena: The Art of Bronze 1450-1500
New York, Frick Collection
15 ottobre 2026-18 gennaio 2027

Curata da Giulio Dalvit, curatore associato della Frick, la mostra nasce con l’obiettivo di riportare l’attenzione su una tradizione artistica spesso oscurata dalla fama della pittura senese, tema della mostra di grande successo «Siena: the Rise of Painting, 1300-1350» presentata al Metropolitan di New York e alla National Gallery di Londra. Siena, infatti, è generalmente associata ai grandi maestri della pittura medievale e rinascimentale, mentre il suo contributo alla scultura in bronzo è rimasto in secondo piano. La mostra riunisce quasi 40 opere realizzate tra il 1450 e il 1500, restituendo alla città toscana un ruolo di primo piano come centro di eccellenza artistica e innovazione tecnica nella scultura in bronzo durante il Rinascimento: statue, rilievi, medaglie, candelabri e altri manufatti raccontano la straordinaria versatilità raggiunta dagli artisti senesi nell’utilizzo del bronzo. Tra i protagonisti figurano Donatello, Vecchietta e Francesco di Giorgio. Molte delle opere in mostra, per le loro dimensioni e il loro valore storico e artistico, non sono mai uscite dalla Toscana. La posizione di Siena ebbe un ruolo importante nello sviluppo di questa vivace cultura artistica, situata com’era lungo la Via Francigena, una delle principali vie di pellegrinaggio che collegavano l’Europa occidentale a Roma, In questo ambiente gli artisti poterono confrontarsi con tradizioni diverse e sviluppare soluzioni tecniche e formali originali, che il percorso espositivo mette in grande evidenza: dalle piccole opere preziose, quasi gioielli, ai rilievi di intensa forza visionaria, fino alle monumentali statue a grandezza naturale. Accanto alla bellezza degli oggetti esposti, la mostra racconta anche le difficoltà tecniche e politiche legate alla produzione dei bronzi, un processo complesso che richiedeva competenze specialistiche, risorse economiche e importanti committenze. Le opere provengono da importanti istituzioni italiane e internazionali, tra cui il Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, la Galleria Nazionale dell’Umbria, il Museo Civico di Siena, la National Gallery of Art di Washington e il British Museum e il Victoria and Albert Museum di Londra.

Cammeo di Shapur I, vincitore dell’imperatore romano Valeriano, Iran, Bibliothèque nationale de France, Parigi. Courtesy Bibliothèque nationale de France

De Chirico e la Metafisica
GNAMC-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
20 ottobre 2026-21 marzo 2027

Curata da Renata Cristina Mazzantini e organizzata da Electa, la mostra è nata con l’obiettivo di rileggere la stagione metafisica attraverso le opere della collezione della GNAMC e una selezione di importanti prestiti. Il progetto si sviluppa nel solco di «Metafisica/Metafisiche», la grande esposizione presentata a Milano nei primi mesi del 2026, alla quale la Galleria Nazionale ha partecipato fin dalle sue origini. La tappa romana propone però una prospettiva specifica: al centro del percorso ci sono Giorgio de Chirico, la nascita della Metafisica e il rapporto con Roma, città capace di alimentare quell’immaginario fatto di piazze, architetture monumentali, prospettive enigmatiche e atmosfere fuori dal tempo. La mostra parte dal riallestimento del nucleo metafisico della collezione permanente della GNAMC, arricchito da capolavori provenienti dal Museo del Novecento e da Casa Boschi Di Stefano di Milano, oltre che dalla Grande Brera. Il confronto tra opere appartenenti a istituzioni diverse permetterà di ricostruire l’evoluzione del linguaggio metafisico e di evidenziare le relazioni tra artisti, opere e contesti culturali. Un’attenzione particolare è dedicata all’architettura metafisica, con modelli, disegni e prospettive che mettono in dialogo pittura e progettazione. L’obiettivo è mostrare come la Metafisica non abbia rappresentato soltanto una nuova forma di pittura, ma abbia elaborato anche una diversa idea dello spazio: edifici, monumenti e geometrie urbane cessano di essere semplici elementi della realtà per diventare presenze simboliche, capaci di evocare mistero e straniamento.

Marisa Merz. La danza delle ore
Torino, Fondazione Merz, GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea
29 ottobre 2026-4 aprile 2027

Torino celebra i cento anni dalla nascita di Marisa Merz (Torino, 1926-2019) con una grande mostra diffusa tra tre delle principali istituzioni d’arte contemporanea della città, con il sostegno della Fondazione CRT. La retrospettiva articolata in tre capitoli è pensata per raccontare l’opera e l’eredità di una delle figure più originali dell’arte italiana del Novecento in un percorso che riunisce opere storiche, lavori inediti e materiali capaci di mettere in luce il rapporto dell’artista con il tempo, lo spazio, la materia e la dimensione quotidiana. Al Castello di Rivoli, Francesco Manacorda e Marianna Vecellio ricostruiscono «E il naufragar m’è dolce in questo mare», l’installazione presentata da Marisa Merz nel 1980 alla galleria Tucci Russo e successivamente alla Biennale di Venezia. Attorno a questo nucleo si sviluppa una riflessione sulla dimensione ambientale e metafisica della sua opera. Il progetto dialoga inoltre con i lavori di dieci artiste contemporanee, tra le quali Leonor Antunes, Tacita Dean, Lara Favaretto e Solange Pessoa, in una sorta di «retrospettiva aumentata». Alla Fondazione Merz, Beatrice Merz e Sébastien Delot concentrano l’attenzione sul processo creativo e sulla trasformazione della materia. Le opere raccontano il metodo creativo dell’artista, capace di combinare materiali e oggetti apparentemente fragili o marginali fino a raggiungere un equilibrio inatteso. Una selezione che punta anche su opere inedite e sulla dimensione più sperimentale e intima della ricerca. La GAM, con Chiara Bertola e Chiara Parisi, propone il capitolo più domestico e personale. Il concetto di casa-studio-laboratorio diventa la chiave per leggere una pratica in cui arte e vita quotidiana coincidono. Al centro del percorso torna anche «Living Sculpture» del 1966, opera della collezione GAM recentemente restaurata. La rassegna sarà accompagnata da un unico catalogo e da un convegno dedicato a Marisa Merz.

Alberto Savinio. Souvenir
Torino, Pinacoteca Agnelli
30 ottobre 2026-4 aprile 2027

A cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato scientifico internazionale, la mostra dedicata all’opera di Alberto Savinio (Atene, 1891-Roma, 1952), intellettuale tra i protagonisti della cultura europea del Novecento, riunisce circa 75 opere tra dipinti e disegni e propone una rilettura della ricerca pittorica dell’artista dagli anni Venti ai primi anni Cinquanta. Figura difficilmente riconducibile a una sola disciplina, Savinio attraversò musica, letteratura, teatro e arti visive, costruendo un immaginario personale in cui convivono mito classico, memoria, ironia e invenzione. Nato ad Atene da genitori italiani, studiò pianoforte e composizione al Conservatorio della città, proseguendo poi la formazione musicale a Monaco di Baviera. Gli incontri con la filosofia tedesca, la musica di Wagner e l’arte di Böcklin furono fondamentali per la sua formazione. Nel 1910, durante il primo soggiorno a Parigi, entrò in contatto con Guillaume Apollinaire e con l’ambiente delle avanguardie, stringendo rapporti con Picasso e Picabia. Nel 1914 pubblicò Les Chants de la Mi-Mort, firmandosi per la prima volta Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico). Tornato in Italia durante la Prima guerra mondiale insieme al fratello Giorgio de Chirico, a Ferrara incontrò Filippo de Pisis e Carlo Carrà, contribuendo allo sviluppo teorico della pittura metafisica. Pur avendo sperimentato la pittura fin da giovane, Savinio vi si dedicò soprattutto dal 1926, durante il secondo soggiorno parigino. Trasferitosi definitivamente in Italia nel 1932, visse a Torino, Milano e infine Roma, dove morì nel 1952. Il percorso della mostra segue alcuni dei nuclei più significativi della sua produzione: la Grecia dell’infanzia, la memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride tra uomo e animale, i celebri «giocattoli», i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica. Più che una ricostruzione cronologica, «Souvenir» riflette sulla capacità di Savinio di anticipare temi ancora attuali, dal rapporto tra identità e rappresentazione al dialogo tra culture, fino al ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza. 

Global Antiquity
Milano, Fondazione Prada, 
5 novembre 2026-1 marzo 2027

Curata da Salvatore Settis, Anna Anguissola e Chiara Ballestrazzi, con un allestimento concepito da Rem Koolhaas e AMO/OMA, la mostra propone una lettura inedita dei rapporti tra le culture del Mediterraneo e quelle dell’Asia, lungo un arco cronologico che va dal 700 a.C. al 1000 d.C. Il punto di partenza è una domanda di grande attualità: quanto è davvero moderno il nostro mondo globalizzato? Attraverso oltre 150 opere e oggetti, la rassegna invita a guardare all’antichità non come a un patrimonio immobile, separato dal presente, ma come a un sistema dinamico di scambi, migrazioni, influenze e contaminazioni. A differenza della globalizzazione contemporanea, legata a processi economici e politici su scala mondiale, la globalità antica emerge come una rete policentrica, fatta di percorsi molteplici e reciproci. Gli oggetti diventano la prova concreta di questi collegamenti: un manufatto ritrovato lontano dal luogo di produzione racconta non solo una circolazione commerciale, ma anche l’incontro tra tradizioni artistiche e culturali differenti. Anche un piccolo oggetto può diventare una «mappa»: è il caso del cofanetto rinvenuto a Belmonte Piceno, nelle Marche, realizzato nel VI secolo a.C. e decorato con materiali provenienti da aree lontane. L’esposizione mette in luce anche fenomeni di simmetria e ibridazione, includendo esempi come quello della trasformazione della figura del Buddha in quella di un santo cristiano. Tre opere provenienti da contesti diversi illustrano, ad esempio, un lungo processo di trasmissione, assimilazione e reinterpretazione: il «Buddha stante in scisto» (I-III secolo d.C) di area gandharica (dal Museo delle Civiltà di Roma), una lastra in marmo scolpita che rappresenta un «Apologo dalla vita dei santi Barlaam e Ioasafat) del 1225-1230 ca (Museo della Cattedrale di Ferrara) e l’«Icona dei santi Barlaam e Iosafat dall’Asia Minore» del 1799 (Museo Bizantino e Cristiano di Atene). Completano il percorso mappe geografiche che ricostruiscono alcune grandi rotte commerciali, come le vie della ceramica e del vetro. 

Van Eyck: I ritratti
Londra, National Gallery
21 novembre 2026-11 aprile 2027

«Once-in-a-lifetime-exhibition»: ossia, una mostra irripetibile. Così è stata giustamente definita dalla curatrice Emma Capron la prima mostra dedicata al contributo pionieristico del pittore fiammingo Jan van Eyck (attivo dal 1422 al 1441) all’ascesa della ritrattistica. Per la prima volta, da tutta Europa, saranno riuniti 10 ritratti dell’artista, ossia la metà dei circa venti ritratti autografi giunti fino a noi realizzati da una delle figure di spicco del Rinascimento nordico. Ai nove ritratti dipinti si aggiungerà l’eccezionale prestito, concesso dal Kupferstich-Kabinett, Staatliche Kunstsammlungen Dresdra, dell’unico disegno sopravvissuto di Van Eyck, il «Ritratto di un uomo anziano» (1438 ca, punta d’argento e punta d’oro su carta preparata). Essendo l’unico studio preparatorio certo per un dipinto fiammingo di quel periodo, il foglio offre una visione unica del processo creativo di Van Eyck ed è anche la più antica testimonianza materiale di una seduta formale giunta fino a noi, che apre un nuovo capitolo nella storia della ritrattistica. Il foglio sarà riunito per la seconda volta in assoluto al dipinto a cui ha dato ispirazione: il «Ritratto di un uomo anziano (uno studioso?)» (1438 ?), proveniente dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il percorso includerà altri tre disegni, compreso «Il ritratto di una giovane donna» (1435-40 ca, British Museum) di Rogier van der Weyden, che fu probabilmente realizzato in risposta all’opera di Van Eyck. Il più famoso dipinto di Jan van Eyck, l’enigmatico «Ritratto dei coniugi Arnolfini» (1434) della National Gallery, sarà esposto per la prima volta accanto a una tavola raffigurante lo stesso soggetto, il «Ritratto di un uomo (Giovanni Arnolfini?)» (1435-38 ca, Gemäldegalerie, Staatliche Museen zu Berlin), a sostegno di un’ipotesi che suggerisce un legame particolare tra l’artista e il soggetto. Della National Gallery è anche il «Ritratto di un uomo (Autoritratto?)» (1433) di Van Eyck che, recentemente restaurato, sarà esposto accanto al ritratto della moglie del pittore, Margaret (1439, Musea Brugge/Musea Bruges). 

Grazia Mazzarri, 17 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Grazia Mazzarri

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