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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliHa occupato le case di grandi architetti, da Tomie Othake a Oscar Niemeyer; si è spostato a Parigi nel 2025, nella residenza di Le Corbusier e per il futuro promette nuove edizioni in Brasile (non solo nella città di San Paolo) e di nuovo in Europa, magari a Venezia in occasione della Biennale Arte 2028. Stiamo parlando del progetto «Aberto», curata da Filipe Assis con Kiki Mazzucchelli e Cláudia Moreira Salles che, dopo aver occupato la Casa Bola di Eduardo Longo lo scorso aprile, si rilancia in un nuovo progetto «SOLO»: un grande intervento site-specific nell'iconico Teatro Cultura Artística di Rino Levi (1901-1965), inaugurato nel 1950 nel centro della città e che vanta, in facciata, del più grande mosaico di Di Cavalcanti, 48 metri di larghezza per 8 di altezza. Rovinato da un incendio e disattivato nel 2008, il teatro è tornato a vivere dopo anni di restauri e Luísa Matsushita (1984) è stata selezionata per riportare l'arte nel foyer, con una grande installazione composta di fregi pittorici e un grande arazzo occupante l'intera parete di accesso alla sala, larga 15 metri.
«Quando il teatro fu progettato da Rino Levi, era pensato per un essere un vero e proprio centro culturale, per ospitare esposizioni d'arte al primo piano, nello spazio che stiamo occupando oggi, tant'è che questo ambiente si chiama proprio Galleria di Arte. La verità, però, è che l'arte non entrò mai nei programmi, perché l'inaugurazione del teatro coincise con l'apertura del MASP, lasciando il teatro dedicato esclusivamente alla musica e agli spettacoli...Quindi, in una certa forma, stiamo riattivando il sogno di Rino Levi», ci racconta Filipe Assis, in occasione di una visita all'atelier di Luísa Matsushita, svelandoci l'anteprima del progetto.
Alle pareti della sala, in zona Vila Romana, le pitture che entreranno nel progetto, con la loro atmosfera vellutata: è una caratteristica della ricerca dell'artista, il cui processo pittorico trasforma il colore in nuances accoglienti, forme astratte e sempre corrisposte di un movimento mai esagerato, rimettendo formalmente allo stesso grande pannello di Di Cavalcanti affacciato sulla rua Nestor Pestana.
«Tudo que eu sei, eu aprendi à noite», Luísa Matsushita, ABERTO Solo. Photo: Ruy Teixeira
«Tudo que eu sei, eu aprendi à noite», Luísa Matsushita, ABERTO Solo. Photo: Ruy Teixeira
«Con l'installazione ho cercato di scaldare l'ambiente, sia attraverso il velluto verde e bianco, sia con un messaggio subliminale nascosto nel disegno: se guardata al contrario la scritta riporta «você veio» [sei venuto, Ndr] perché spero davvero che le persone entrino e approfittino dello spazio, si rilassino», ci racconta Luísa, un percorso multidisciplinare e autodidatta che l'ha vista fondatrice della band femminista Cansei de Ser Sexy, icona della scena indie pop brasiliana all'inizio degli anni 2000, e che investiga una pratica pittorica che tende alla riduzione e all'astrazione dal 2013.
«Tudo que eu sei eu aprendi à noite» [Tutto quello che so l'ho imparato di notte, ndr] è il titolo di questa commissione (fino al 27 settembre) ispirata, come spiega l'artista, negli incontri inaspettati che cambiano un poco la direzione della nostra vita, spesso arrivando in momenti di passaggio, in quel tempo che non rientra nell'idea di utile, proprio come accade con le attese per entrare nei locali, così come potrebbe succedere nel foyer di un teatro dove si aspetta per assistere a uno show. I titoli delle tele, non a caso, rimettono a un immaginario fatto di baladas e spazi della movida paulistana: «Rua Augusta», «Frevinho», «Antes da Noite», «Fila do Baile», una pittura, quest'ultima, di più di 3 metri – omaggio a quel tempo fuori dagli schemi che apre possibilità. Non è un caso che uno dei versi favoriti dell'artista sia preso dal poema Book of Longing di Leonard Cohen, che dice: «The day wouldn't write/ What the night pencilled in» [Il giorno non avrebbe scritto quel che la notte aveva tracciato, Ndr].
E la possibilità di collaborare con questo luogo iconico per la cultura di San Paolo, a sua volta, è nata dall'osservazione: «Attraverso «Aberto» ogni volta finiamo per mostrare 50, 60, 70 artisti – in alcune edizioni abbiamo superato i 100 – ma sentivo che mancava la possibilità di approfondire il lavoro di un singolo. E volevo farlo in un luogo inusuale, perché questo è il DNA della manifestazione. Mentre ci pensavo il team del Teatro, che ci aveva seguito nelle varie edizioni, ci ha contattato con il desiderio di attivare con l'arte l'antico spazio che le sarebbe stato dedicato, anche per raggiungere nuovi pubblici. Abbiamo accettato subito e abbiamo pensato a Luísa», ci racconta il curatore.
Per l'occasione, anche una novità, anzi due, in fatto di design: la designer Cláudia Moreira Salles ha sviluppato un nuovo prototipo di barracuda [il supporto per fissare le luci, nei set fotografici, Ndr] chiamato proprio «Barracuda Aberta», una struttura pensata come nuova possibilità espositiva, seguendo il «Cavalletto Aberto» lanciato in occasione dell'occupazione di Casa Bola, lo scorso aprile, che sarà presentata in occasione del progetto di Luísa, che nella sua «SOLO», svelerà la collaborazione con le ceramiche portoghesi Bordalo Pinheiro, che in diverse occasioni hanno invitato nella fabbrica di Caldas da Rainha, a nord di Lisbona, vari artisti contemporanei per mettersi alla prova con le ispirazioni della ceramica e degli elementi floreali e faunisti che hanno reso celebre l'azienda. «La residenza è stata nel 2024, ma solo oggi il pezzo vede la luce: lavorare da Bordalo Pinheiro è stato un viaggio nel tempo, lentissimo, dove i dettagli richiedono giorni di lavorazione. Seguendo la tradizione della Casa, ho pensato a una Natura Morta che avesse la propria memoria di pianta: un cavolo del supermercato avvolto da un elastico. È un vegetale, ma è anche un prodotto; un prodotto che conserva la memoria della pianta che è stata pianta, come una natura morta con i bollini».
Una memoria che, stavolta, anche l'architettura ritrova con un nuovo sigillo.
Matteo Bergamini
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