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Performance artistica davanti alla storica facciata della Cattedrale di San Ildefonso a Mérida, in occasione della Biennale dello Yucatán

Copyright © 2026 Bienal de Yucatán. Foto di Fritzia Irízar

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Performance artistica davanti alla storica facciata della Cattedrale di San Ildefonso a Mérida, in occasione della Biennale dello Yucatán

Copyright © 2026 Bienal de Yucatán. Foto di Fritzia Irízar

L’arte ha almeno venticinque «voci»: al via la prima Biennale dello Yucatán

La città messicana di Mérida ospita un’ampia manifestazione diffusa che riunisce 75 artisti internazionali e locali per valorizzare l’eredità indigena

Matteo Bergamini

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Destinazione turistica, maggiore città dello stato messicano dello Yucatán, Mérida fu fondata nel 1542 sulle rovine dell’antica città Maya di T’Hó. Dell’eredità indigena Mérida non solo ha conservato la sua profonda musicalità, ma anche la lingua originaria: il «maaya’ t’aan» è il secondo idioma originario più parlato nel Paese latinoamericano, da oltre 800mila cittadini.

«Dopo la mia prima visita a Mérida nel 2013, sono rimasta stupita dal patrimonio, dagli artisti e dalla sua scuola d’arte, oggi diventata università. Ho notato però la mancanza di programmi espositivi locali. Da allora, ho iniziato a sognare una biennale che potesse rafforzare e dare visibilità all’arte contemporanea nella regione»: così racconta la collezionista e mecenate franco-britannica Catherine Petitgas, ideatrice della prima Biennale dello Yucatán (dal prossimo 26 novembre, in quindici diverse sedi sparse nel centro storico di Mérida), che ha invitato l’artista Abraham Cruzvillegas (Città del Messico, 1968) a occuparsi della direzione artistica, in una manifestazione che esplorerà proprio il tema del linguaggio sotto il titolo di «Vocal»: «Indagando i linguaggi, le lingue, lo scritto, il parlato, ciò che abbiamo da dire», anticipa Cruzvillegas, rappresentato dalla galleria Kurimanzutto e la cui carriera internazionale si è sviluppata in dialogo serrato con il proprio ambiente di origine, la città di Colonia Ajusco, e i suoi abitanti.

Attraverso il concetto di «autoconstrucción», Cruzvillegas ha infatti realizzato progetti innestati sui saperi di una pratica comunitaria e condivisa fatta di ingegnose, precarie e collaborative tattiche di costruzione messe in atto dalla popolazione locale: un processo che riecheggerà anche nella prima Biennale dello Yucatán, con 75 artisti invitati, tra cui figurano Yoko Ono, Rirkrit Tiravanija, Jimmie Durham, Teresa Margolles e Minerva Cuevas, uniti alle voci locali, tra cui José Chi Dzul, Karen Kantún e Mauro Pech.

È ancora Cruzvillegas a spiegare quanto «Vocal» sia radicato nella stessa storia della penisola, che oltre al «maaya’ t’aan» conta almeno altre 25 lingue native e vive: «Il nome Yucatán, ha ricordato l’artista, nascerebbe da un equivoco linguistico tra i colonizzatori spagnoli e i Maya, che ripetevano una frase incomprensibile per i nuovi arrivati: Yucatán, di fatto, apparentemente significa qualcosa come “ascolta come parla”. Per questo il punto di partenza della Biennale sarà il pensiero intorno alle contraddizioni, le traduzioni e i fraintendimenti del linguaggio».

Ma come sostenere, oggi, un progetto filantropico di carattere culturale-artistico, in una regione, il Messico, che attualmente non consta di iniziative di questo tipo? Per Petitgas, l’idea fondamentale è proprio trasformare la vita culturale di Mérida nel lungo periodo, con edizioni già programmate per il 2028 e il 2030 su temi come identità, ecosistemi e acqua, prevedendo per questa prima edizione un’affluenza di oltre 30mila visitatori. «La Bienal de Yucatán è un progetto senza scopo di lucro reso possibile grazie al sostegno di alleati e istituzioni strategiche, private e pubbliche, che rafforzano la visione a lungo termine. In sostanza, la Bienal de Yucatán è collaborativa e nata come un progetto realizzato con fondi privati, senza fini commerciali», spiegano gli organizzatori.

Infine: un’occasione, anche, per riportare Mérida all’attenzione del contemporaneo, come successe mezzo secolo fa: negli anni ’70, infatti, la città fu teatro della nascita di un’estetica unica, dove le radici preispaniche e l’arte contemporanea si erano fuse all’insegna di espressionismo e astrazione, dando l’impulso anche per la creazione del MACAY, che fu per lungo tempo l’unico museo dedicato alla diffusione dell’arte di oggi in una delle aree più sorprendenti del mondo latino.

Matteo Bergamini, 23 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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