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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliElezioni brasiliane al cardiopalma, con un ribaltone storico nel risultato finale. Vince Luiz Inácio Lula da Silva, che diventerà Presidente per la quarta volta nella storia del Paese.
Flavio Bolsonaro, all’opposizione, in un brevissimo discorso intorno alle 22.45 del 25 ottobre (ora di Brasília), non riconosce la vittoria: i milioni di differenza sono 5 circa, il 51,8% dei voti va al PT (Partido dos Trabalhadores), ma c’è una situazione anomala. Dopo varie segnalazioni di blocchi nel trasporto pubblico, operante in forma decisamente rallentata rispetto alle regole di una domenica elettorale quando autobus e metropolitane sono gratis in gran parte delle metropoli del Paese, il Ministro del STF (Supremo Tribunal Federal) e ex avvocato di Lula, Cristiano Zanin, decide di estendere le votazioni fino alle 19. Un annuncio pubblicato sul Diario Ufficiale Brasiliano mezz’ora dopo (alle 17.34) di quella che doveva essere l’ora di chiusura delle urne, le 17.
Un golpe, come gli alleati di Bolsonaro hanno subito tuonato o, come aveva dichiarato ironico il deputato Nikolas Ferreira nel pomeriggio, «un sotterfugio che, in qualsiasi modo, aiuterà il partito perdente». Dice il proverbio: non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.
E infatti il vecchio Lula (che tra pochi giorni compirà 80 anni) salvo future appurazioni si porta a casa il risultato e l'amore di una maggioranza forse non così infinita (Bolsonaro, in fin dei conti, termina con il 48,2%), ma che nelle tre settimane che hanno separato l’appuntamento di domenica 4 ottobre (primo turno delle presidenziali) e quello di ieri (secondo turno), ha fatto decisamente rumore, scendendo in piazza, urlando al valore della democrazia, «adesivando» tutto quello che poteva essere pubblico, dai corrimani del metrò ai muri delle case, infiltrandosi probabilmente anche tra gli indecisi e riuscendo a togliere al PL (Partido Liberal) di Bolsonaro anche lo stato di Minas Gerais, che con gli stati di San Paolo, Rio de Janeiro e quelli della Regione Sud del Brasile, da sempre conservatori, rappresentano una vera e propria roccaforte della destra.
Dall’Avenina Paulista (iconica arteria del centro di San Paolo che ha fatto da sfondo al cambiamento) alla spiaggia di Copacabana, a Rio, fino ai presidi in città come Recife, Goiânia e São Luís do Maranhão, dove Lula e Bolsonaro si sono quasi incontrati la scorsa settimana per le rispettive campagne, la mobilitazione rossa è stata formidabile e fondamentale per la «virada» (il rovesciamento) del risultato, già che Bolsonaro aveva condotto il primo turno, con un risultato esattamente invertito rispetto all’attuale e 2 milioni di voti di differenza rispetto al Presidente ex-metallurgico che, dal 5 gennaio, assumerà il suo nuovo mandato.
Ma chi l’ha fatta la parte del leone nella battaglia pro-Lula? L’ha fatta il mondo dell’arte, senza ombra di dubbio: infiniti e compatti gli artisti che hanno fatto il gesto della L (di Lula) in segno di appoggio al Presidente; moltissime le gallerie che si sono dichiarate a favore del PT (e si sa quanto possa essere complicato, specialmente verso una classe di collezionisti che, chiaramente, propende verso altri interessi politici). E poi i fotografi, i professori, gli universitari, le riviste d’arte, il cinema e in generale tutte le industrie creative (addirittura i content creator per adulti di Twitter) hanno sostenuto il Presidente, da lui stesso ricordato nel discorso post-vittoria proprio nella serata di ieri: «Le creatività e i media sono la quintessenza di un Paese che non vuole più porsi in via di sviluppo, ma entrare a far parte di chi lo sviluppo lo produce».
Tra le azioni anche quella di Mapa das Artes, una delle pagine Instagram dedicata agli appuntamenti del contemporaneo brasiliano e tra le più politicamente schierate, che ha addirittura stilato un elenco delle gallerie di San Paolo e Rio de Janeiro che avevano preso posizione a favore del PT o meno. Un’attenzione (definiamola così) che in altre parti del mondo sarebbe risultata quantomeno inappropriata, già che il voto sarebbe segreto, ma il Brasile ha ancora vivi nella memoria i suoi 24 anni di dittatura, chiusasi con la Costituzione del 1988 e, più vicino ai nostri giorni, i quattro anni di governo di Jair Bolsonaro, conosciuti per il negazionismo e gli incentivi, tra gli altri, alla deforestazione.
Così a suon di «esercito di Lula», hashtag, meme, chiamate virtuali, manifesti, fact-checking, inviti a conversazioni sul senso della democrazia e altrettanti appelli al buon senso, per unire destra e sinistra contro le politiche estremiste, qualcosa si è mosso davvero. Una battaglia estenuante, un vero e proprio campo d’azione; un’attitudine forsennata, «a tutti i costi» che ha costruito una performance in tempo reale, in tre settimane, al grido: «Artes Visuais com Lula 13». Un sogno grande come un Continente.
Matteo Bergamini
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