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Daria Berro
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Il 15 novembre il neurologo olandese Bas Bloem, del Centro medico dell’Università Radboud di Nimega, nei Paesi Bassi, ha ricevuto a New York il Premio Robert A. Pritzker per la sua ricerca sul morbo di Parkinson e sugli interventi non farmacologici, come l’esercizio fisico, la mindfulness e le terapie creative, che contribuiscono alla salute del cervello e potenzialmente rallentano la progressione della malattia. Il riconoscimento internazionale, conferito dalla Michael J. Fox Foundation (Mjff), la fondazione creata dall’attore statunitense colpito precocemente dal morbo, ammonta a 200mila dollari e servirà anche a finanziare uno studio pilota, appena avviato, che per 18 mesi coinvolgerà il Rijksmuseum di Amsterdam con l’obiettivo di indagare i potenziali benefici della creazione e della fruizione dell’arte nelle persone affette da questa malattia degenerativa del sistema nervoso. Il «Rijks» offrirà ai partecipanti una visita digitale del museo, un pass annuale gratuito e l’accesso a serate «a bassa sensorialità» per attutire lo stress causato dalla folla o dal rumore, allo scopo di studiarne gli effetti.
I benefici apportati alla salute dalla visione o dalla pratica dell’arte sono da tempo, e sempre più, al centro di studi scientifici. Appena poche settimane fa a New York, la Healing Arts Week, la settimana delle arti che curano, organizzata in concomitanza con l’Assemblea Generale dell’Onu, è stata l’occasione per presentare un reportage della rivista medica britannica «The Lancet» (il primo della storica pubblicazione) incentrato proprio sul rapporto tra arte e salute. Bloem, che alla Radboud è professore di neurologia dei disturbi del movimento e direttore del Centro di competenza per il Parkinson e i disturbi del movimento, in una conversazione pubblicata sul sito dell’ateneo, spiega che negli ultimi tempi i suoi studi si sono concentrati sui benefici «sia delle arti ricettive (ad esempio, visitare un museo) sia delle arti creative (produrre opere d’arte da sé) per generare benefici per la salute delle persone affette dal morbo di Parkinson. Tutto questo è stato ispirato dai pazienti che ho visto nella mia clinica e che hanno trovato conforto nella produzione artistica. Hanno scoperto, prosegue Bloem, che essere artisti li identificava come persone piuttosto che come pazienti. Era diventato il loro modo di esprimersi. Attualmente stiamo conducendo studi di ricerca molto interessanti per studiare l’arte come se fosse un farmaco, effettuando studi clinici accuratamente controllati per studiare il rapporto costo-efficacia, il dosaggio e gli effetti collaterali dell’arte. Questo ha anche portato a una vasta gamma di nuove collaborazioni davvero interessanti con, tra gli altri, musei come il Valkhof Museum qui a Nimega e il Rijksmuseum di Amsterdam. Lo studio dell’arte è quindi diventato parte integrante della mia ambizione generale di sviluppare un approccio olistico per supportare in modo ottimale le persone affette dal morbo di Parkinson e le loro famiglie».
In un’intervista a «The Art Newspaper» Bloem dà anche una spiegazione più tecnica: la sua teoria è che l’attività artistica e l’esposizione all’arte possano aumentare la dopamina, con effetti positivi per le persone affette dal morbo. «La dopamina, spiega, è necessaria per essere creativi, ma allo stesso tempo la sua carenza causa il morbo di Parkinson. E se si reintegra la dopamina per combattere i sintomi del Parkinson, a volte quella terapia dopaminergica infonde nuova creatività. Quindi l'arte è interessante per la sanità in generale, ma è particolarmente interessante per il Parkinson». Caratterizzato da disfunzioni motorie quali tremori, bradicinesia e rigidità, il morbo di Parkinson è la malattia neurodegenerativa con il più rapido tasso di crescita al mondo, e colpisce milioni di persone. Oltre ai sintomi motori, la malattia comporta anche una vasta gamma di caratteristiche non motorie, in particolare l’ansia e la depressione che influenzano profondamente la qualità della vita degli individui che ne sono affetti.
All’inizio dell’anno Bloem ha pubblicato con un gruppo di ricercatori olandesi uno studio in cui riporta i risultati di un progetto pilota in cui gli studiosi hanno messo in contatto i pazienti con un gruppo di artisti. Quanto è emerso dimostra che dieci settimane di terapia creativa artistica hanno ridotto significativamente l’ansia e aumentato il benessere in otto persone affette dal Parkinson, facendo registrare anche lievi miglioramenti delle funzioni cognitive. «I risultati che abbiamo pubblicato, sintetizza Bloem, mostrano che l'ansia era minore, lo stress era minore, le persone raggiungevano uno stato di fluidità... i tremori scomparivano, le discinesie, i movimenti involontari, scomparivano e si sentivano meglio non solo mentre facevano arte, ma anche dopo. E ciò che trovo più sorprendente è che il numero di visite ospedaliere è diminuito, quindi le persone sono andate dall'artista anziché dal medico, il che sarà di enorme aiuto per mantenere l'assistenza sanitaria accessibile e sostenibile per le generazioni future».
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