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Una scena dell’«Odissea» di Christopher Nolan, 2026

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Una scena dell’«Odissea» di Christopher Nolan, 2026

L’eleganza di non avere opinioni: dobbiamo possedere una teoria geopolitica possibilmente entro l’aperitivo

Professarsi tuttologi non è più un difetto, il dubbio è un lusso, non è ammesso dichiararsi incapaci di dire la nostra su qualsiasi questione senza avere il tempo di riflettere: ecco come nel mondo dell’arte è nata la recensione preventiva

Germano D’Acquisto

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La frase più scandalosa del 2026 non contiene una parolaccia, non offende una minoranza e non mette in discussione la democrazia. È molto più semplice: «Non so cosa pensarne». Provate a pronunciarla a cena. Cala un silenzio preoccupato. Qualcuno vi guarda come se aveste confessato di non avere Netflix. Perché oggi non sapere che cosa pensare non è considerato prudenza: è un difetto di connessione.

Dobbiamo sapere tutto subito. Se Trump parla, dobbiamo avere un’opinione prima che finisca la frase. Se cambiano gli equilibri a Gaza, dobbiamo possedere una teoria geopolitica possibilmente entro l’aperitivo. Se arriva un nuovo modello di intelligenza artificiale, bisogna stabilire immediatamente se salverà l’umanità o la renderà disoccupata. Non esiste più «vediamo». Figuriamoci «devo approfondire».

L’opinione è diventata una specie di dress code sociale. Un tempo serviva a raccontare ciò che pensavi. Oggi serve soprattutto a dichiarare chi sei. Dimmi cosa pensi di Trump, dell’IA, di Israele e Palestina, dell’ultimo direttore creativo di una maison e possibilmente di The White Lotus e ti dirò a quale tribù appartieni. Il risultato è curioso: abbiamo accesso a più informazioni di qualsiasi generazione precedente e contemporaneamente sempre meno tempo per metabolizzarle

Sono cresciuto in un mondo nel quale cambiare idea poteva ancora essere considerato un segno d’intelligenza. Adesso devi pubblicare una rettifica. Montaigne aveva fatto del «Que sais-je?» (Che cosa so?) praticamente un programma intellettuale. Keats parlava di «negative capability», la capacità di restare nell’incertezza senza precipitarsi alla ricerca di una spiegazione. Bob Dylan ha trascorso sessant’anni a contraddire ciò che il pubblico pensava fosse Bob Dylan. David Bowie cambiava identità prima che gli altri riuscissero a capire quella precedente. Il primo Woody Allen aveva addirittura costruito un’intera poetica sull’incapacità di sapere che cosa pensare, che cosa desiderare e soprattutto che cosa ordinare al ristorante. Andy Warhol rispondeva spesso alle domande con un meraviglioso «I don’t know». Non perché non avesse nulla da dire, ma perché aveva capito che non dire era infinitamente più interessante che spiegarsi. E ancora: John Cage costruì un pezzo musicale intorno al silenzio. Socrate, con parecchi secoli d’anticipo sull’opinionismo social, aveva basato una carriera sul sapere di non sapere. Oggi probabilmente gli consiglierebbero un media training.

Naturalmente succede anche con cose infinitamente meno serie. È il campo in cui personalmente mi sento più preparato. Esco da una mostra e qualcuno mi domanda: «Bella?». Sono passati quattro minuti. Ho ancora il guardaroba alle spalle. «Non lo so». Delusione. Come sarebbe non lo sai? Sei appena stato lì. Come se essere stati da qualche parte significasse automaticamente averla capita.

Durante le settimane dell’arte la situazione raggiunge livelli meravigliosi. Alle undici del mattino un artista è «straordinario». Alle quattro del pomeriggio è «molto mercato». Alle otto nessuno ricorda più il nome, ma su Instagram è rimasta una story con scritto Amazing. La cultura contemporanea ha inventato la recensione preventiva. Guardiamo il rendering di un edificio e decidiamo se l’architetto sia un genio. Vediamo tre fotografie di una mostra e la troviamo imperdibile. Un ristorante inaugura martedì e mercoledì qualcuno lo considera già «un po’ passato». Non abbiamo abolito il tempo: lo abbiamo semplicemente considerato poco efficiente. La moda è ancora più spietata. Un nuovo direttore creativo presenta sessanta look e, prima che l’ultimo modello abbia raggiunto il backstage, il mondo ha già stabilito se abbia salvato oppure distrutto una maison fondata cent’anni prima. 

La sfumatura è diventata il grande lusso che non possiamo più permetterci. Lo stesso accade ogni estate con il turismo. Basta una fotografia di una spiaggia affollata per decretare la morte del viaggio. Il giorno dopo leggiamo dello spopolamento di un borgo e scopriamo improvvisamente che il problema è l’opposto. Non cerchiamo più di capire la complessità: cerchiamo un titolo che ci permetta di schierarci. L’opinione è diventata personal branding.

Perfino il design, disciplina che dovrebbe insegnarci la pazienza dello sguardo, è finito dentro questa centrifuga. Una sedia viene giudicata attraverso un rendering prima ancora che qualcuno ci si sia seduto. Un museo diventa virale grazie a un reel girato nell’atrio. Un edificio viene promosso o demolito prima ancora di avere attraversato un inverno. L’architettura, poveretta, non ha avuto il tempo di invecchiare di una stagione e noi le abbiamo già assegnato un posto nella storia.

Forse è anche per questo che continuo a diffidare delle recensioni pubblicate il giorno stesso dell’inaugurazione. Non per snobismo. Per fisiologia. Alcune mostre hanno bisogno di sedimentare come certi vini. Altre, molto semplicemente, hanno bisogno di essere dimenticate per capire se meritavano davvero di essere ricordate. È una bio invisibile che aggiorniamo continuamente: questo mi piace, questo mi indigna, questo lo boicotto, questo lo considero problematico. Persino il gusto, che un tempo aveva il diritto meraviglioso di essere irrazionale, deve essere giustificato. Naturalmente la politica rende tutto più drammatico. Guerre, elezioni, migrazioni, crisi climatiche richiederebbero informazioni, contesto, conoscenza storica. Noi le affrontiamo spesso con gli stessi strumenti con cui recensiamo una serie tv o assistiamo a una partita di calcio: pollice alzato, pollice abbassato, indignazione. La complessità ha un grave difetto contemporaneo: non sta bene in una caption. Forse per questo il dubbio sta diventando una forma di lusso. Può permetterselo chi non sente l’obbligo di dimostrare continuamente di esistere. Chi riesce a leggere un articolo senza condividerlo. Vedere un film senza recensirlo. Visitare una mostra senza fotografarne il wall text. Ascoltare una persona senza preparare mentalmente la risposta mentre sta ancora parlando. 

Paradossalmente l’intelligenza artificiale sta rendendo questa lentezza più preziosa. Una macchina può riassumere in pochi secondi le ragioni a favore e contro quasi qualsiasi cosa. Può produrre un commento, una recensione, perfino una indignazione perfettamente impaginata. A quel punto che cosa resterà di veramente umano? Forse proprio l’esitazione. Quel piccolo intervallo tra ciò che accade e ciò che decidiamo di pensarne. Lo spazio nel quale possiamo ancora sorprenderci, contraddirci, cambiare idea. La prossima volta che qualcuno vi chiede cosa pensate dell’ultima mostra, dell’ultimo film di Christopher Nolan, dell’IA, di Trump o del destino dell’Occidente, provate quindi a rispondere: «Non lo so ancora». Probabilmente penseranno che non siete informati. Lasciateli fare. In un mondo con otto miliardi di editorialisti, essere quello che deve ancora pensarci potrebbe diventare una forma piuttosto sofisticata di eleganza.

Germano D’Acquisto, 25 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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