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Quando Luciano Fabro espose per la prima volta l’opera «La Dialettica» (1985) alla Biennale di Parigi di quell’anno, ideò un allestimento sorprendente, con le catenelle di ottone inerpicate fino al culmine della Grande Halle de la Villette, a circa 20 metri dal suolo. L’opera, conservata al MoMA di New York (dov’è esposta in forma diversa, per l’altezza inferiore dei soffitti), a Parigi accoglieva i visitatori e oggi lo stesso accade al Pirelli HangarBicocca dove, grazie all’altezza dell’edificio, quel lavoro è esposto esattamente come allora, impressionante incipit della prima retrospettiva museale italiana di Luciano Fabro (Torino, 1936-Milano, 2007) dopo la sua scomparsa.
Curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí (direttore artistico di Pirelli HangarBicocca) con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), la mostra affronta la vasta, poliedrica e spesso spiazzante progettualità di questo artista che è stato in gioventù uno dei maestri dell’Arte Povera, focalizzandosi sulla sua pervasiva ricerca sullo «spazio abitato» inteso come campo dinamico di forze: un approccio mai esplorato in un’esposizione. «Anche quando affrontiamo artisti storici, di cui moltissimo si è già detto, spiega Roberta Tenconi a “Il Giornale dell’Arte”, cerchiamo sempre di aprire dei varchi, di trovare qualcosa che non sia stato ancora fatto. Tenevamo inoltre a riportare il lavoro di Fabro a Milano, città cui ha dato così tanto, dove ha lavorato, ha insegnato, ha fondato (con Hidetoshi Nagasawa e Jole De Sanna, Ndr) la Casa degli Artisti e ha dato un contributo tanto significativo alla teoria dell’arte. E dove non si era più avuta una sua mostra museale dopo quella del 1980 al PAC. Inoltre, grazie agli spazi del Pirelli HangarBicocca, volevamo presentare una serie di lavori che, proprio per ragioni spaziali, è difficile vedere in altri musei».
Luciano Fabro, «Allestimento teatrale (Cubo di specchi)», 1967-75. Veduta dell’installazione, «Habitat», Centre Pompidou, Parigi, 1997. Courtesy RMN-Grand Palais / Adam Rzepka / Dist. Foto Scala, Firenze
«Luciano Fabro. Abitare lo spazio», al Pirelli HangarBicocca di Milano dall’8 ottobre al 21 febbraio 2027, mantiene le promesse, e non solo nell’incipit, con quell’opera che gli fu «suggerita» dall’omonimo dipinto di Veronese («Dialettica (o Industria)», 1575-77) nel Palazzo Ducale di Venezia, in cui la figura allegorica tende una ragnatela sullo sfondo del cielo e che Fabro ha saputo rigenerare servendosi della pratica, a lui cara, della contrapposizione tra un blocco di pesantissimo marmo, su cui figurano solo un occhio e una bocca di dimensioni iperboliche, e l’aerea leggerezza delle catenelle di ottone: «Fabro aveva una capacità prodigiosa di attingere alle più diverse tradizioni della storia dell’arte, commenta Fiammetta Griccioli, pur interrogandosi costantemente sulla propria epoca. Il suo sguardo resta sempre radicato nella tradizione italiana, tanto nella tecnica quanto nelle materie, ma al tempo stesso è ben consapevole dei linguaggi internazionali. E la sua forza consiste proprio nella capacità di mantenere tale tensione». In mostra figurano circa 50 suoi lavori, singoli o organizzati in quelli che, dagli anni Ottanta, Fabro prese a definire «Habitat», con un titolo che poi arretrò anche a lavori precedenti poiché conteneva esattamente in sé il suo concetto di spazio come luogo del benessere, attivato da chi lo abita. Esemplare il caso di «In cubo» (1966), un cubo formato da cinque facce di tela in cui il visitatore entra tendendo le braccia fino a sfiorare le pareti e dove vive l’esperienza di uno spazio isolato ma anche connesso con l’esterno attraverso il sottile diaframma di tela. In mostra ce ne sono cinque, pensati per cinque diverse corporature, nei quali i visitatori sono invitati a entrare.
Non poteva mancare la scultura «Lo Spirato» (1968): «Era un’opera tra le più amate dall’artista, continua Tenconi, che la tenne sempre con sé nello studio: un’opera enigmatica, cui lavorò per cinque anni dal 1968 al 1973, il cui soggetto è il vuoto. Rappresenta un’assenza, quella del corpo che non c’è più sotto al lenzuolo, ma è come se ne restasse una traccia. L’aspetto immateriale in Fabro gioca un ruolo importantissimo, non a caso il sottotitolo della scultura è “Dal pieno al vuoto senza soluzione di continuità”». L’opera è del 1968, anno chiave non solo per la grande storia ma anche per la storia personale di Fabro, che concepì allora anche i celebri «Piedi», una riflessione su che cosa sia la scultura, con quegli artigli di materiali duri e pregiati e le «colonne» («in realtà dei “calzoni” di seta, capolavori d’alta moda», commenta Tenconi) che, diceva l’artista, gli costarono parecchie amicizie. In mostra ne figurano alcuni, esposti nel grandioso «Habitat di Rotterdam» (1981), che rievoca l’installazione da lui creata per la retrospettiva al Museum Boijmans Van Beuningen. «È la sua opera più grande, riflette Griccioli, pensata per quella che era la sua prima retrospettiva in un museo europeo. Si trattava di un unico grande ambiente, nel quale Fabro pensò di creare cinque corridoi con un sistema di pareti effimere fatte di carta, sormontate da tettucci dello stesso materiale, in cui espose i suoi lavori. Spazi accoglienti dove più sensi coesistono, quasi dei nidi, delle corolle... Noi, che nelle Navate potevamo disporre di uno spazio largo quanto quello di Rotterdam, abbiamo ricreato quello scenario restando il più aderenti possibile all’impianto originale, ma rispettando al tempo stesso la sua attitudine a cambiare di volta in volta le opere esposte. Anche qui c’è, come là, una galleria in cui è esposta una serie delle sue celebri “Italie” (ideate anch’esse a partire dal 1968), un’altra con una sequenza di “Piedi” e poi i gioielli e altri lavori ancora». Superate le singolari sculture cosmologiche «Il Sole» e «La Luna» (1995-97), accostate alla sua ultima opera, «Eclissi di cielo» (2006, mai esposta), si giunge al Cubo, il grande ambiente finale dove trova posto «È la vita, è la storia, è la morale» (1995), una gigantesca struttura sospesa a tre livelli, presentata alla Biennale di Venezia del 1997. Spiega Roberta Tenconi: «In alto c’è la Morale, che nel cielo stellato evoca Kant, in basso c’è la Vita, un lenzuolo teso in orizzontale dai margini frastagliati, spezzati, come spezzato e irregolare è il percorso della vita, ritagliati secondo un diagramma tratto dal romanzo The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1759) di Laurence Sterne. E, fra i due strati, la Storia, fatta dal negativo del taglio del lenzuolo». Come chiosa Fiammetta Griccioli, «una sorta di contrappunto dell’opera iniziale. Là c’era il marmo con la sua grevità, qui c’è la leggerezza del tessuto: un congedo per il pubblico, cui si offre la possibilità di riflettere sulle grandi questioni affrontate da Fabro nel suo lavoro».
Luciano Fabro, «Coreografia», 1975. Veduta dell’installazione, «Letture parallele III. Coreografie», Galleria Christian Stein, Torino, 1975. Courtesy Galleria Christian Stein, Torino. Foto Mario Sarotto