Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliIl corpo c’è, ma non si consegna mai del tutto allo sguardo. È trattenuto, spostato, reso ambiguo. E quando il testo compare, non chiarisce, incrina. Fin dall’inizio, la ricerca di Lorna Simpson nasce per sottrarre le immagini alla loro funzione più rassicurante, quella di rendere visibile ciò che si crede di conoscere. È all’interno di questa tensione, che attraversa oltre quattro decenni di lavoro, che Punta della Dogana presenta dal 29 marzo al 22 novembre 2026 la grande mostra dedicata all’artista nordamericana, realizzata dalla Pinault Collection in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York e curata da Emma Lavigne, in stretta collaborazione con Simpson. Un progetto che porta per la prima volta in Europa, con questa ampiezza, una panoramica del suo lavoro pittorico degli ultimi dieci anni, affiancato da collage, video, sculture e installazioni.
Alla fine degli anni Ottanta, Lorna Simpson emerge sulla scena artistica americana con fotografie di figure nere non identificate, spesso accompagnate da brevi testi. Immagini che non raccontano storie individuali, ma mettono in tensione ciò che lo sguardo presume di sapere. Il testo, di natura poetica e frammentaria, non serve a spiegare l’immagine: ne incrina la stabilità, introducendo uno scarto che costringe il pubblico a interrogare i propri automatismi percettivi.
Nata a Brooklyn nel 1960, formata tra pittura e fotografia, Simpson sviluppa fin dagli esordi un linguaggio rigoroso, fondato sulla sottrazione e sul controllo formale. Durante i viaggi in Italia negli anni della formazione individua l’abito bianco che diventerà un elemento ricorrente nei primi lavori. Un indumento semplice, privo di connotazioni decorative, capace di uniformare i corpi e di suggerire una femminilità astratta, sottratta alle codificazioni della moda. Al tempo stesso, quel cotone grezzo attiva una memoria storica più ampia, rimandando agli abiti prodotti e indossati dagli schiavi neri nel Sud degli Stati Uniti e al sistema economico che li rese possibili. In queste opere iniziali, l’abbigliamento opera come un segno silenzioso, che lega le figure a una lunga storia di controllo, sorveglianza e oppressione. Non c’è denuncia diretta, né narrazione. C’è una tensione costante tra visibilità e cancellazione, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta inaccessibile.
Il riconoscimento istituzionale arriva rapidamente. Dopo la prima mostra personale alla Just Above Midtown Gallery nel 1986, nel 1990 il MoMA presenta «Projects 23», la prima mostra personale del museo dedicata a un’artista nera. In questo contesto, i capelli diventano un elemento centrale della sua ricerca. Treccine, corone intrecciate, raccolti brevi compaiono come superfici dense di significato culturale e politico. In opere come «1978–88», quattro fotografie di capelli intrecciati sono accompagnate da pannelli testuali con parole che descrivono gesti ripetitivi -«tessere», «tirare», «ripartire»- mentre le date introducono una dimensione temporale che rimanda alla durata, alla memoria, alla sedimentazione dell’esperienza.
Il linguaggio, per Simpson, è sempre materia instabile. Non chiarisce, ma oscura; non definisce, ma apre possibilità. «Quando scatto una foto ho un’idea in testa», ha affermato, «poi gioco con il linguaggio per ottenere ciò che voglio». È in questo spazio di attrito tra parola e immagine che il suo lavoro mette in discussione i sistemi di classificazione e di visibilità forzata che hanno contribuito a strutturare la rappresentazione delle donne nere nella cultura occidentale.
Lorna Simpson, «Stereo Styles», 1988. Foto: Rémi Villaggi | Mudam Luxembourg.
Negli anni Duemila, questa riflessione si amplia e si complica. Nella serie «1957–2009»(2009), Simpson lavora su fotografie d’archivio trovate online, immagini anonime di una donna nera disposte in griglia, che richiamano pose tipiche della cultura visiva popolare. Accanto a queste, l’artista inserisce fotografie di sé, mettendo in scena un processo dichiaratamente artificiale di imitazione e scarto. Non un autoritratto, ma un esercizio di distanza, che approfondisce il tema della costruzione del corpo femminile nei media.
A partire dal 2016, il lavoro sugli archivi della rivista «Ebony» segna un’ulteriore fase della sua ricerca. I collage nati da questo confronto intrecciano immagini storiche e fotografie contemporanee, aprendo nuove riflessioni sulla soggettività, sulla memoria collettiva e sui vuoti lasciati dalla rappresentazione.È su questo sfondo che la pittura, dalla metà degli anni 2010, si afferma come uno dei territori più fecondi del lavoro di Simpson. Le opere presentate a Punta della Dogana attraversano oltre vent’anni di ricerca, includendo tele realizzate per la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2015, curata da Okwui Enwezor, e una serie di lavori inediti concepiti appositamente per la mostra veneziana.
Resistenti a ogni lettura univoca, i dipinti conducono lo sguardo in zone di instabilità. Paesaggi artici, ricostruiti a partire da archivi di esplorazione, si distendono in gamme di blu notturni e grigi gelidi, sospesi tra documento e immaginazione. Figure femminili monumentali emergono dalla materia pittorica senza mai fissarsi in identità definitive, confrontando lo spettatore con l’ambiguità stessa dell’atto di rappresentare.
Lorna Simpson, «Walk with me» (dettaglio), 2020. Credits James Wang. Courtesy l'artista e di Hauser & Wirth, © Lorna Simpson.
Altri articoli dell'autore
A Milano MuseoCity la Fondazione MAIRE – ETS apre al pubblico l’Archivio storico MAIRE per raccontare il rapporto tra ingegneria, sport e trasformazione del territorio
Alcova Milano 2026 dal 20 al 26 aprile 2026 trasforma Villa Pestarini e l’Ospedale Militare di Baggio in un laboratorio di design contemporaneo, con oltre 120 espositori tra designer internazionali, scuole e brand iconici come Patricia Urquiola, Cassina, Haworth e VOCLA.
La mostra «Fragilità. Visioni di una forza formativa» alla galleria A arte Invernizzi, curata da Davide Mogetta, riunisce Dadamaino, François Morellet, Arcangelo Sassolino, Günter Umberg e Grazia Varisco, esplorando come la fragilità diventi principio creativo e strutturale nell’arte contemporanea
Direttore commerciale di Volvo Car Italia e responsabile delle attività del Volvo Studio Milano, Chiara Angeli racconta come Volvo Studio Milano e Viasaterna costruiscono una collaborazione culturale basata su libertà creativa, fiducia e continuità, trasformando gli spazi del brand in laboratori d’arte e sperimentazione



