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Rebecca Donaldson
Leggi i suoi articoliL'ultima impresa di Angela Nikolau non è passata inosservata. Insieme al compagno Ivan Beerkus ha raggiunto la sommità dell'Empire State Building, dove è stata anche protagonista di una proposta di matrimonio. L'azione, documentata sui social e conclusasi con accuse di violazione di domicilio da parte delle autorità statunitensi, ha rapidamente fatto il giro del mondo. Dietro la cronaca, però, emerge una figura che da anni cerca di collocare queste imprese all'interno del linguaggio dell'arte contemporanea. Sul proprio sito Angela Nikolau si presenta infatti come una "neo-artista" che lavora attraverso performance estreme, arte visiva e progetti di grande scala. Una definizione che sintetizza una pratica costruita sull'occupazione temporanea di architetture simboliche, sulla produzione di immagini e sulla loro diffusione globale attraverso i media digitali.
La sua ricerca si sviluppa da oltre un decennio lungo le superfici verticali delle metropoli. Grattacieli, ponti, torri e infrastrutture urbane diventano il supporto di azioni che trasformano il corpo dell'artista in elemento centrale dell'opera. L'obiettivo non è semplicemente raggiungere una vetta, ma costruire un'immagine destinata a circolare come evento culturale. L'Empire State Building rappresenta così l'ultimo capitolo di una pratica già raccontata dal documentario Skywalkers: A Love Story, distribuito da Netflix, che segue Nikolau e Beerkus nelle loro ascensioni clandestine in diverse città del mondo.
L'operazione di Nikolau si inserisce in una lunga tradizione della performance contemporanea. Dagli interventi radicali degli anni Settanta fino alle pratiche della body art, il corpo dell'artista diventa il principale strumento espressivo. Cambia però il contesto. Se le performance storiche trovavano spazio nei musei, nelle gallerie o in ambienti controllati, Nikolau trasferisce questa ricerca nello spazio urbano globale, utilizzando l'architettura come scenografia e i social network come dispositivo di diffusione. L'opera non coincide esclusivamente con l'azione fisica. Comprende la fotografia, il video, la documentazione digitale e la loro circolazione virale. La performance vive contemporaneamente nello spazio reale e nell'ecosistema mediatico.
Il confronto più immediato è con Philippe Petit, che nel 1974 attraversò su un cavo sospeso le Torri Gemelle del World Trade Center, trasformando un gesto illegale in una delle performance più celebri del Novecento. Anche Petit ha sempre rivendicato la natura artistica della propria azione, successivamente raccontata nel documentario premio Oscar Man on Wire. Nikolau appartiene però a un'altra epoca. Se Petit costruiva un evento irripetibile destinato a entrare nella memoria collettiva attraverso i media tradizionali, Nikolau progetta immagini pensate fin dall'origine per la distribuzione digitale, dove fotografia, video breve e piattaforme social diventano parte integrante dell'opera.
Le immagini prodotte da Nikolau condividono un'estetica ormai riconoscibile. L'inquadratura privilegia il vuoto, l'altezza, la sproporzione tra il corpo umano e la scala dell'architettura. Lo spettatore sperimenta una vertigine quasi fisica, resa ancora più intensa dall'assenza apparente di dispositivi di sicurezza. Il rischio diventa parte della costruzione visiva. Ed è proprio questo elemento a generare le maggiori controversie. Molti critici leggono queste azioni come una forma estrema di spettacolarizzazione alimentata dagli algoritmi dei social media. Altri vi riconoscono invece una riflessione contemporanea sul rapporto tra individuo, città e infrastrutture monumentali.
I grattacieli vengono trattati come grandi sculture pubbliche sulle quali intervenire temporaneamente. L'architettura perde la propria funzione originaria e diventa dispositivo percettivo. Da questo punto di vista la sua ricerca dialoga con la land art, con la performance e con alcune esperienze dell'arte pubblica, pur mantenendo una forte componente spettacolare. Anche la produzione di NFT e di fotografie in edizione limitata dimostra come l'artista abbia progressivamente costruito un sistema nel quale performance, immagine e mercato convivono.
Ma queste performance spettacolari e spettacolarizzate sono arte o puro spettacolo? Questa è probabilmente questa la domanda destinata a rimanere aperta e a fare discutere. L'azione sull'Empire State Building possiede tutti gli elementi che caratterizzano la comunicazione contemporanea: evento, rischio, viralità, documentazione, costruzione dell'identità pubblica. Ma possiede anche alcuni tratti tipici della performance artistica: l'uso del corpo, l'intervento nello spazio reale, la centralità dell'esperienza e la trasformazione dell'azione in immagine. Alcuni tratti. Non di più.
Rebecca Donaldson
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