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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliLa scultura, per Luciano Fabro, non coincideva con un oggetto collocato nello spazio. Era un modo per renderlo percepibile, modificarne gli equilibri e coinvolgere il corpo di chi lo attraversa. Da questa concezione nasce Abitare lo spazio, la grande retrospettiva che Pirelli HangarBicocca dedica all’artista dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027, la prima mostra museale organizzata in Italia dopo la sua scomparsa nel 2007. Curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, con la collaborazione di Silvia Fabro e dell’Archivio Luciano e Carla Fabro, l’esposizione riunisce circa cinquanta sculture e installazioni realizzate lungo quasi mezzo secolo di attività. Il progetto mette al centro uno dei nuclei più persistenti della sua ricerca: l’idea dello spazio come campo dinamico, costruito dall’incontro tra opera, ambiente e spettatore.
Figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, Fabro è stato associato fin dagli anni Sessanta all’Arte Povera, pur mantenendo una posizione autonoma rispetto alle definizioni di gruppo. Il suo lavoro condivide con quella stagione l’attenzione per le qualità fisiche dei materiali e la volontà di superare l’autonomia tradizionale dell’opera, ma si sviluppa lungo una traiettoria personale, nutrita dalla storia della scultura, dall’architettura, dalla sensibilità barocca e da una riflessione teorica particolarmente rigorosa. Trasferitosi a Milano nel 1959, Fabro entra in contatto con un contesto segnato dalle esperienze spaziali di Lucio Fontana e dalla radicalità concettuale di Piero Manzoni. Da Fontana eredita la consapevolezza che l’opera possa intervenire direttamente sull’ambiente; da Manzoni l’interesse per la ridefinizione linguistica dell’oggetto artistico. Fabro trasforma questi riferimenti in un’indagine specifica sulla scultura, intesa come strumento per rivelare le relazioni che organizzano il visibile.
La retrospettiva parte dalle sperimentazioni avviate negli anni Sessanta con vetri, superfici riflettenti e specchi. Sono materiali che non si limitano a occupare lo spazio, ma lo frammentano, lo duplicano e lo restituiscono allo spettatore sotto forma di esperienza instabile. L’opera non presenta un’immagine conclusa: incorpora ciò che la circonda, modifica la posizione di chi guarda e rende evidente che ogni visione dipende da un punto di osservazione. Questa attenzione alla percezione attraversa l’intera produzione di Fabro e trova esiti differenti nell’uso di materiali tradizionali, come marmo, bronzo e vetro, e di elementi meno consueti, tra cui seta, piombo, carta e tessuti. La scelta non risponde a una gerarchia tra materia nobile e materia povera. Ogni materiale viene impiegato per la propria capacità di produrre peso, trasparenza, tensione, leggerezza o movimento.
Fabro definiva la pittura come «visione» e la scultura come «rivelazione». La distinzione chiarisce la natura operativa del suo lavoro: la scultura non riproduce qualcosa, ma rende manifesta una condizione spaziale. Le forme, spesso ridotte a strutture apparentemente semplici, attivano relazioni complesse tra presenza e assenza, equilibrio e instabilità, autonomia dell’opera e contesto. Il percorso nelle Navate alterna lavori singoli a grandi nuclei ambientali e agli habitat, strutture attraverso cui l’artista ha progressivamente esteso il campo della scultura fino a comprendere l’architettura. Pur essendo presente nella sua ricerca fin dagli anni Sessanta, il termine habitat viene adottato da Fabro soprattutto dagli anni Ottanta per indicare ambienti autonomi o integrati in spazi preesistenti, concepiti per accogliere altre opere e orientarne l’esperienza.
L’etimologia suggerita dall’artista unisce habito, abitare un luogo, e habitus, forma del corpo, aspetto esteriore, abbigliamento. L’habitat non è dunque una semplice scenografia, ma un sistema di relazioni che implica la presenza fisica dello spettatore. Attraversarlo significa entrare in una struttura che determina prospettive, movimenti, distanze e possibilità di incontro. Fabro ricorre spesso a materiali fragili ed effimeri, come carta e luce, per costruire questi ambienti. Una scelta che mette in crisi la presunta neutralità del white cube e introduce una dimensione temporanea, vicina sia alle sperimentazioni dell’urbanistica radicale degli anni Sessanta e Settanta sia alla teatralità accogliente delle piazze barocche. Lo spazio espositivo non viene annullato, ma reinterpretato come luogo di orientamento e relazione. Alcuni habitat saranno ricostruiti nelle Navate sulla base delle indicazioni progettuali lasciate dall’artista. È un passaggio delicato, che pone il tema della riattivazione postuma di opere ambientali pensate per contesti specifici. La collaborazione con l’Archivio assume qui un ruolo decisivo, consentendo di restituire non una forma immobile, ma il sistema di rapporti previsto da Fabro tra elementi, spazio e pubblico.
Nel suo pensiero l’habitat coincideva anche con un topos, un luogo costruito capace di produrre logos: senso, linguaggio e comunità. L’opera acquista significato quando entra in relazione con il mondo reale e con chi la incontra. Questa apertura non dissolve però la sua autonomia formale. Uno dei nodi centrali della ricerca di Fabro risiede proprio nella tensione tra l’opera come forma compiuta e l’esperienza sensibile che continuamente la riattiva. La mostra permette inoltre di rileggere il legame profondo tra l’artista e Milano. Oltre a esservi vissuto per quasi cinquant’anni, Fabro partecipò alla costruzione di alcuni dei più significativi luoghi di formazione e confronto della città. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta fondò, insieme a Hidetoshi Nagasawa e Jole De Sanna, la Casa degli Artisti, pensata come laboratorio aperto e spazio di condivisione. Dal 1983 al 2002 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Brera, esercitando un’influenza profonda su più generazioni.
L’ultima grande retrospettiva internazionale dedicata a Fabro risale al 2014, al Museo Reina Sofía di Madrid. Il progetto di HangarBicocca interviene quindi in un momento in cui appare necessario sottrarre l’artista a una lettura esclusivamente legata all’Arte Povera e restituirne la complessità teorica, formale e pedagogica. Abitare lo spazio mostra come Fabro abbia ampliato il campo della scultura senza dissolverlo. Le sue opere non rinunciano alla forma, al mestiere o alla qualità sensibile dei materiali; li impiegano per costruire condizioni di esperienza. Dentro le Navate di HangarBicocca, la scultura torna così a essere ciò che l’artista aveva immaginato: una rivelazione del luogo e del nostro modo di abitarlo.
Ginevra Borromeo
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