Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliPer alcuni giorni Louise Vo Tan è stata probabilmente l’ultima artista ad avere osservato da vicino, filmato e registrato la presenza materiale di alcuni dei gioielli della Corona francese custoditi nella Galerie d’Apollon del Louvre. Era il settembre del 2025. Poche settimane più tardi, la mattina del 19 ottobre, quattro uomini raggiunsero la galleria attraverso una scala meccanica, forzarono una finestra e in pochi minuti sottrassero otto oggetti di valore patrimoniale inestimabile. Tra questi figuravano diademi, collane, orecchini e spille appartenuti alla regina Marie-Amélie, alla regina Hortense, all’imperatrice Marie-Louise e all’imperatrice Eugénie. Soltanto la corona di quest’ultima, abbandonata durante la fuga e gravemente danneggiata, venne recuperata. Gli altri gioielli risultano ancora dispersi.
Da quella coincidenza, tanto improbabile da sembrare costruita, nasce «Keep It Close», il progetto con cui Vo Tan porta le immagini dei gioielli a La Sirène di Belle-Île-en-Mer, piccolo edificio ottocentesco collocato sulla punta di Port-Coton, di fronte all’Atlantico. L’installazione, visibile dal 4 luglio al 23 agosto 2026, non ricostruisce gli oggetti né pretende di sostituirli. Li fa riapparire come presenze luminose, sospese nell’oscurità, attraverso un dispositivo vicino al «Pepper’s Ghost», l’antica tecnica teatrale basata sulla riflessione di immagini su superfici trasparenti. Il diadema e la corona dell’imperatrice Eugénie e il diadema di zaffiri delle regine Marie-Amélie e Hortense emergono così come apparizioni prive di peso, visibili soltanto attraverso una piccola apertura dell’edificio.
Non è una mostra sui gioielli, almeno non nel senso tradizionale. È una mostra sulla loro assenza. Il furto ha eliminato la materia dal luogo istituzionale che aveva il compito di custodirla, ma ha simultaneamente moltiplicato le immagini, i racconti e il desiderio che la circondano. Dal momento della scomparsa, quegli oggetti sono diventati più visibili di quanto fossero quando si trovavano protetti nelle vetrine del museo. Fotografie, inventari di polizia, ricostruzioni, filmati di sorveglianza e articoli di giornale hanno sostituito l’esperienza diretta. Il gioiello reale è scomparso; la sua immagine ha cominciato a circolare senza limiti.
Vo Tan lavora precisamente su questo paradosso. Il suo filmato era stato realizzato prima del furto, quando gli oggetti possedevano ancora un luogo, un peso e una condizione museale. Dopo la sottrazione, quelle riprese hanno mutato statuto. Non sono più soltanto documentazione artistica: costituiscono una delle ultime testimonianze visive ravvicinate della loro presenza nel Louvre. L’immagine, normalmente percepita come riproduzione secondaria e infinitamente replicabile, acquisisce il carattere di una reliquia. Non contiene la materia degli oggetti, ma conserva il riflesso della loro esistenza prima della perdita. L’artista aveva potuto filmare i gioielli da sola nella Galerie d’Apollon, soffermandosi su tre pezzi: il diadema e la corona dell’imperatrice Eugénie e il diadema di zaffiri appartenuto a Marie-Amélie e Hortense. Tre settimane dopo, gli oggetti furono coinvolti nel furto. La corona venne recuperata danneggiata, mentre i due diademi risultano tra i pezzi non ancora ritrovati. È proprio la prossimità temporale tra la registrazione e la scomparsa a conferire alle immagini una qualità quasi premonitrice. Esse mostrano oggetti che esistono ancora, ma che lo spettatore sa essere già destinati a sparire.
La scelta di Belle-Île-en-Mer allontana il progetto dalla dimensione urbana, giudiziaria e mediatica del furto per collocarlo in una geografia più ampia della perdita. La Sirène venne costruita nel 1892 sulla punta di Port-Coton, non lontano dal faro di Goulphar. Fino alla dismissione, avvenuta nel 1987, segnalava attraverso il suono la presenza delle rocce durante le tempeste e la nebbia. Era dunque un dispositivo di orientamento, un’architettura minima incaricata di rendere percepibile un pericolo invisibile. Oggi, privata della funzione originaria dalle moderne tecnologie di navigazione, è stata trasformata in uno spazio dedicato a opere sonore e visive concepite in rapporto diretto con il luogo.
L’edificio si trova a poca distanza dalle Aiguilles de Port Coton, le formazioni rocciose dipinte ripetutamente da Claude Monet nel 1886. Monet cercava di registrare le variazioni della luce, l’instabilità atmosferica e la trasformazione continua del paesaggio. Vo Tan introduce nello stesso contesto un’immagine di natura opposta: non la mutevolezza di un oggetto presente, ma la persistenza di un oggetto assente. In entrambi i casi, tuttavia, la visione si confronta con qualcosa che non può essere fissato definitivamente. Per Monet la luce; per Vo Tan la materia perduta. Anche il mare che circonda Belle-Île partecipa al significato dell’opera. È un paesaggio segnato da naufragi, relitti e tesori sommersi. L’artista ha messo in relazione il furto del Louvre con la storia del «Prince de Conty», nave della Compagnia francese delle Indie Orientali affondata nel 1746 al largo dell’isola mentre trasportava lingotti d’oro. Il tesoro, imprigionato tra le rocce e il fondo marino, appartiene da allora a una dimensione sospesa tra storia, leggenda e desiderio di recupero. I gioielli scomparsi dal Louvre entrano ora nella stessa costellazione simbolica: beni perduti dei quali conosciamo le immagini, le descrizioni e il valore, ma non più la posizione.
«Keep It Close» non tenta però di annullare quella distanza. L’apparizione olografica non simula una restituzione completa. Al contrario, insiste sulla fragilità del ritorno. I gioielli si rendono visibili soltanto nella penombra, senza corpo, volume o consistenza. Sembrano a portata di mano, ma non possono essere toccati. La tecnologia produce una presenza che coincide con la propria irraggiungibilità. Il dispositivo del «Pepper’s Ghost» è particolarmente adatto a questa ambivalenza. Nato nel XIX secolo per il teatro e per gli spettacoli illusionistici, utilizza una superficie trasparente e un’immagine riflessa per far comparire sulla scena figure apparentemente incorporee. Non si tratta propriamente di un ologramma, benché il termine venga comunemente impiegato per descrivere effetti simili, ma di un trucco ottico fondato sulla posizione dello spettatore, sul buio e sulla riflessione. La presenza non è contenuta nello spazio: viene costruita dall’occhio.
Vo Tan ricorre così a una tecnologia antica, quasi contemporanea alla Sirène, per affrontare una condizione profondamente attuale: la sopravvivenza digitale degli oggetti. Viviamo in un sistema nel quale ogni opera, monumento o reperto possiede una seconda esistenza fatta di file, scansioni, fotografie e modelli tridimensionali. Questa duplicazione viene spesso presentata come una garanzia contro la perdita. Digitalizzare significherebbe conservare, rendere accessibile e sottrarre il patrimonio alla fragilità della materia. «Keep It Close» mostra invece quanto la copia sia incapace di risolvere il lutto dell’originale. L’impronta digitale permette ai gioielli di riapparire, ma ne certifica anche la scomparsa. Più l’immagine è precisa e seducente, più diventa evidente che ciò che mostra non è presente. La riproduzione non colma il vuoto: gli dà una forma. In questo senso il progetto si allontana dall’idea ottimistica di una conservazione digitale capace di sostituire il patrimonio perduto. Il fantasma non è l’equivalente dell’oggetto. È la figura attraverso cui l’assenza diventa visibile.
La natura stessa dei gioielli rende questa riflessione particolarmente complessa. A differenza di molte opere d’arte, essi sono oggetti pensati per aderire a un corpo, accompagnarlo e rappresentarne il rango. Diademi, collane e spille appartengono a una relazione tra materia, potere e apparizione pubblica. Nel museo, separati dai corpi per cui erano stati concepiti, erano già diventati reliquie politiche: resti di monarchie e imperi esposti all’interno della narrazione nazionale francese.
Il furto ha spezzato anche questo secondo legame. Gli oggetti non appartengono più né al corpo della sovrana né alla vetrina museale. Sono entrati in una condizione clandestina e potenzialmente irreversibile. Potrebbero essere nascosti, smontati, privati delle pietre o trasformati in materia anonima. Il loro valore economico, per quanto enorme, è inferiore al loro valore storico proprio perché ciò che li rende unici non è soltanto la quantità di diamanti, smeraldi e zaffiri, ma l’integrità della forma e della provenienza. Interpol ha inserito gli otto pezzi mancanti nella propria banca dati internazionale delle opere rubate, riconoscendoli come oggetti culturali e non semplicemente come beni preziosi. La proiezione di Vo Tan li mantiene invece integri. Nell’immagine, ogni pietra resta al proprio posto, ogni struttura conserva la configurazione storica e l’oggetto continua a essere riconoscibile. L’opera non restituisce la materia, ma protegge la forma. È una restituzione inevitabilmente parziale e allo stesso tempo politicamente significativa, perché contrasta la possibile dissoluzione dei gioielli in componenti commerciabili.
Il titolo «Keep It Close» introduce un’ulteriore ambiguità. Può essere letto come un invito a tenere qualcosa vicino, a custodirlo e impedirne la perdita. Ma può anche evocare il segreto, il possesso, la sottrazione allo sguardo pubblico. Chi tiene oggi vicini i gioielli? Il museo che ne conserva le immagini e la documentazione? L’artista che ne possiede una rara registrazione? I ladri, o coloro che eventualmente li hanno ricevuti? Lo spettatore che ne trattiene la memoria?
Il museo fonda parte della propria autorità sulla capacità di rendere pubblicamente accessibili oggetti sottratti al tempo, alla dispersione e al possesso privato. Il furto del Louvre ha mostrato quanto questa promessa rimanga vulnerabile. Ha inoltre trasformato la Galerie d’Apollon in una sorta di scena del crimine permanente. Quando la galleria ha riaperto al pubblico il 22 luglio 2026, nove mesi dopo il colpo, le vetrine dei gioielli erano state rimosse e gli oggetti superstiti trasferiti altrove per ragioni di sicurezza. Lo spazio, un tempo definito anche dalla presenza delle gemme della Corona, si offre ora come architettura svuotata.
La Sirène compie il movimento opposto. Un edificio reso vuoto dall’obsolescenza tecnologica torna a essere abitato da immagini. La Galerie d’Apollon perde i propri oggetti; l’antica sirena da nebbia riceve i loro fantasmi. Il trasferimento non è soltanto geografico, ma istituzionale. Il patrimonio passa dal grande museo nazionale a una struttura minima affacciata sul mare, da un luogo progettato per la conservazione a un dispositivo che un tempo annunciava il rischio della perdita.
Questa inversione costituisce forse il nucleo più riuscito del progetto. La Sirène non è un contenitore neutro, ma un organo rivolto verso l’oceano. Un tempo emetteva un segnale acustico per impedire ai naviganti di schiantarsi contro le rocce; oggi emette immagini di oggetti che nessun sistema di sicurezza è riuscito a proteggere. La tecnologia di allarme non impediva il naufragio, ma rendeva il pericolo percepibile. Allo stesso modo, l’opera non recupera i gioielli, ma rende sensibile la loro perdita. Louise Vo Tan, nata a Parigi nel 1996, ha presentato il proprio lavoro al Salon de Montrouge, al Palais des Beaux-Arts di Parigi e alla Galerie Bremond Capela, che sostiene il progetto. Le sue opere sono state inoltre mostrate alla Bourse de Commerce-Pinault Collection e al Palais de Tokyo. «Keep It Close» sembra tuttavia segnare un punto particolare della sua ricerca, perché deriva da un evento che l’artista non poteva prevedere e che ha modificato retroattivamente il significato del materiale da lei prodotto.
Prima del furto, il filmato apparteneva al campo della rappresentazione. Dopo il furto, è diventato testimonianza. Questa trasformazione non dipende da una scelta formale, ma dall’irruzione della storia. L’opera nasce dunque da una condizione rara: il documento precede l’evento che gli conferirà valore. Come una fotografia scattata poco prima di una catastrofe, le immagini contengono qualcosa che al momento della registrazione non era ancora visibile: la futura assenza del loro soggetto. Per questo i gioielli di Vo Tan non tornano davvero. Fluttuano. Appaiono e scompaiono. Sono contemporaneamente prove, ricordi, simulacri e promesse di un ritrovamento che potrebbe non avvenire mai. La loro bellezza non risiede più soltanto nelle pietre e nella manifattura, ma nella tensione tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo di non poter raggiungere.
Il furto li ha sottratti al museo, ma li ha anche liberati dalla relativa immobilità della vetrina, facendoli entrare nel territorio della leggenda. Come i tesori dei naufragi, esistono ora attraverso racconti, ipotesi e desideri di recupero. Vo Tan non cerca di arrestare questa trasformazione. La porta alle estreme conseguenze, restituendo gli oggetti nella forma più adatta alla loro nuova condizione: non più opere saldamente presenti, ma apparizioni. Davanti al mare di Belle-Île, tra le rocce dipinte da Monet e le rotte segnate dai naufragi, i gioielli perduti del Louvre acquistano così una seconda vita. Non è la vita della materia né quella della storia ufficiale. È una vita instabile, luminosa e intermittente, affidata alla memoria tecnologica di un’immagine. Dopo il furto, resta il fantasma. E il fantasma, proprio perché non può essere posseduto, continua a chiedere di essere guardato.
Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Dal 10 agosto il Castello dei Clavesana di Andora inaugura la sua nuova stagione come polo museale con "Figure di donna. Tesori d'arte dalla Fondazione Cavallini Sgarbi", mostra curata da Vittorio Sgarbi e Pietro di Natale. L'esposizione riunisce oltre trentacinque dipinti e sculture della Collezione Cavallini Sgarbi, offrendo un percorso attraverso quattro secoli di arte italiana e le molteplici rappresentazioni della figura femminile, dal Rinascimento agli inizi del Novecento.
Dopo quasi trent'anni dall'eredità lasciata da Federico Zeri all'Università di Bologna, la villa di Mentana progettata da Andrea Busiri Vici sarà valorizzata grazie a un accordo tra Ministero della Cultura e Alma Mater. Il complesso entrerà nella rete museale nazionale e diventerà un centro permanente dedicato alla ricerca, all'esposizione e alla formazione, restituendo al pubblico uno dei luoghi più significativi della cultura storico-artistica italiana del Novecento.
Il 24 luglio inaugura il Parco sommerso e costiero di Porto Cesareo, un nuovo percorso di archeologia pubblica che rende accessibili, dalla riva e in acqua, i resti di un insediamento dell'Età del Bronzo, una necropoli romana e testimonianze di oltre tremila anni di navigazione nel Mediterraneo. Un progetto che trasforma il paesaggio costiero in un museo diffuso e restituisce alla collettività un patrimonio finora invisibile.
Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dedica la prima mostra personale in un'istituzione italiana a Lorenza Longhi. Con Villa Delizia, curata da Michele Bertolino, l'artista trasforma gli spazi del museo in un ambiente immersivo dove arredi, tessuti e dispositivi espositivi diventano strumenti per riflettere sui meccanismi che governano il desiderio, il consumo e la costruzione del gusto contemporaneo.



