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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliEsistono artisti che la storia dell'arte ha consacrato senza esitazioni e altri che, pur avendo inciso profondamente sul linguaggio della loro epoca, sono rimasti in una posizione più sfumata, sospesi tra il riconoscimento degli specialisti e una fortuna pubblica intermittente. Armando Spadini appartiene a questa seconda categoria. Pittore ammirato dai contemporanei, collezionato dai maggiori protagonisti del collezionismo italiano del primo Novecento e considerato da Roberto Longhi uno dei talenti più originali della sua generazione, Spadini è stato a lungo confinato nell'immagine rassicurante del pittore degli interni domestici, delle madri e dei bambini, quasi che la scelta di un repertorio familiare coincidesse con una rinuncia alla modernità.
La mostra dossier che la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza dedica all'artista, dal 21 novembre 2026 al 28 febbraio 2027, curata da Barbara Cinelli, sceglie di ribaltare questa lettura. Più che una retrospettiva, l'esposizione propone una tesi critica: la piena modernità di Spadini si manifesta negli ultimi anni della sua attività, tra il 1917 e il 1922, quando la pittura di figura diventa il laboratorio attraverso cui l'artista porta alle estreme conseguenze la propria ricerca sul colore, sulla luce e sulla costruzione dell'immagine. L'idea della mostra nasce dalla presenza nella collezione permanente della Ricci Oddi di due capolavori dell'artista, Ritratto della signora De Carolis con le figlie del 1908 e Lillo in culla del 1921. Due opere lontane cronologicamente ma complementari, che permettono di osservare il percorso compiuto da Spadini nell'arco di oltre un decennio. Se il grande ritratto della famiglia De Carolis conserva ancora una struttura compositiva legata alla tradizione, pur lasciando emergere l'importanza della pennellata come elemento costruttivo dell'immagine, Lillo in culla appartiene ormai a una pittura completamente emancipata, nella quale la materia cromatica diventa protagonista assoluta.
La scelta di limitare il percorso a quindici opere concentrate negli anni della maturità risponde a una precisa impostazione storiografica. Dopo il convegno organizzato nel 2025 in occasione del centenario della morte e a distanza di oltre trent'anni dalle grandi esposizioni dedicate all'artista, la mostra piacentina non intende ricostruire l'intera parabola biografica di Spadini. Preferisce concentrarsi sul momento in cui la sua ricerca raggiunge la massima consapevolezza, proponendo un corpus di dipinti selezionati per il ruolo che ebbero nelle esposizioni dell'epoca, nella critica contemporanea e nella storia del collezionismo. È una scelta che riflette un orientamento sempre più diffuso nella pratica curatoriale. Le mostre dossier rinunciano all'ambizione enciclopedica per approfondire un nodo interpretativo preciso. Nel caso di Spadini, il nodo riguarda la sua collocazione all'interno del modernismo italiano. Per molto tempo l'artista è stato raccontato soprattutto attraverso il carattere lirico della sua pittura e l'intimità dei soggetti rappresentati. Barbara Cinelli propone invece di osservare quelle stesse immagini come il luogo nel quale Spadini sperimenta una libertà linguistica radicale.
L'idea è tanto semplice quanto efficace. Le scene domestiche non sono il fine della sua pittura, ma il mezzo. Ripetendo ossessivamente gli stessi soggetti Spadini elimina ogni necessità narrativa e può concentrarsi esclusivamente sui problemi della pittura: il rapporto tra luce e colore, la vibrazione della superficie, il ritmo della pennellata, la costruzione dello spazio attraverso la materia. In questa prospettiva, le madri con bambini che per decenni sono state interpretate come immagini sentimentali rivelano una natura completamente diversa. Diventano esercizi di libertà pittorica, occasioni per spingere la pennellata verso una crescente autonomia rispetto al disegno e alla descrizione analitica. La figura rimane riconoscibile, ma tende progressivamente a dissolversi nella materia cromatica, anticipando alcune delle tensioni che attraverseranno la pittura italiana degli anni successivi.
L'apertura della mostra è affidata a due opere che precedono il periodo preso in esame ma ne anticipano gli sviluppi: il già citato Ritratto della signora De Carolis con le figlie e il monumentale Mosè salvato dalle acque, proveniente dai Musei Vaticani. Quest'ultimo occupa una posizione particolarmente significativa nella vicenda dell'artista. Realizzato nel 1912 durante un momento di difficoltà economica, il dipinto rivela l'ambizione di confrontarsi con la grande tradizione veneziana del Cinquecento, reinterpretandola attraverso una sensibilità contemporanea. Non è un esercizio accademico, ma il tentativo di costruire una pittura moderna senza recidere il legame con la storia. Il cuore dell'esposizione è costituito da tredici opere realizzate tra il 1917 e il 1922, provenienti da importanti musei italiani e da raccolte che hanno segnato la fortuna collezionistica di Spadini, dalle raccolte di Emanuele Fiano e Olindo Malagodi fino alla celebre collezione di Riccardo Gualino. Tra queste figurano Nudi della Galleria d'Arte Moderna di Torino, Mattino della GAM di Mantova, Anna in bianco della GAM di Milano e Confidenze di Palazzo Pitti.
Ginevra Borromeo
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