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Vincenzo Agnetti, Principia, 1967. Courtesy Osart Gallery, ph. Bruno Bani

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Vincenzo Agnetti, Principia, 1967. Courtesy Osart Gallery, ph. Bruno Bani

Il principio dell'ambiguità: Milano dedica una mostra «storica» a Vincenzo Agnetti

Nel centenario della nascita, Osart Gallery dedica una mostra agli anni fondativi della ricerca di Vincenzo Agnetti. Attraverso Principia, la Macchina drogata, i Permutabili e altri lavori tra il 1967 e il 1968, l'esposizione ricostruisce il momento in cui l'artista trasforma parola, scrittura e logica nei materiali di una delle esperienze più radicali dell'arte concettuale italiana. Dal 17 settembre al 13 novembre

Ginevra Borromeo

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Ci sono artisti che utilizzano il linguaggio per parlare dell'arte e altri che trasformano il linguaggio nell'oggetto stesso dell'opera. Vincenzo Agnetti appartiene a questa seconda categoria. La sua ricerca nasce dalla necessità di mettere in discussione gli strumenti attraverso cui il mondo viene nominato, descritto e pensato. Per questo la sua opera continua a occupare una posizione unica nella storia dell'arte italiana del secondo Novecento. Più che una declinazione dell'arte concettuale, una riflessione radicale sulla possibilità stessa del significato.

Nel centenario della nascita dell'artista, Osart Gallery dedica la mostra Principia agli anni decisivi della sua formazione, concentrandosi sul biennio 1967-1968, quando prende forma quella grammatica concettuale destinata a caratterizzare tutta la sua produzione successiva. Organizzata in collaborazione con l'Archivio Vincenzo Agnetti, l'esposizione non assume il carattere della retrospettiva, ma quello di un'indagine sulle origini di un pensiero artistico che ha profondamente influenzato la neoavanguardia italiana. La scelta del titolo è già una dichiarazione di metodo. Principia, realizzato nel 1967, rappresenta infatti il momento nel quale Agnetti individua il punto di partenza della propria ricerca. Dopo gli anni trascorsi accanto all'esperienza di Azimuth, la collaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, il soggiorno in Argentina e il lungo periodo dedicato alla scrittura e a quella che definiva provocatoriamente "arte no", il ritorno in Italia coincide con un nuovo inizio. L'opera segna il passaggio dalla riflessione teorica alla costruzione di un sistema artistico nel quale parola, logica e dispositivo coincidono.

A prima vista Principia si presenta come un semplice pannello ligneo attraversato da una rotaia mobile. In realtà costituisce una macchina concettuale. Lo spostamento di un cursore modifica continuamente le combinazioni tra parole stampigliate sulle due superfici, generando significati sempre diversi. Nessuna frase possiede un valore definitivo; ogni costruzione linguistica può essere sostituita da un'altra. Come scrive Agnetti nel Rammentatore, «una parola vale l'altra, ma tutte tendono all'ambiguità». Non è una provocazione linguistica, ma una riflessione filosofica sul carattere instabile del significato. In questa prospettiva il linguaggio smette di essere un mezzo neutrale di comunicazione e diventa esso stesso materia artistica. È un passaggio decisivo. Se il modernismo aveva progressivamente portato la pittura a riflettere sui propri strumenti, Agnetti compie un'operazione analoga nei confronti della parola. L'opera non produce immagini, ma mette in scena i meccanismi attraverso cui il pensiero costruisce la realtà.

La mostra segue questo processo attraverso alcune delle opere fondamentali del periodo. Al fianco di Principia trovano posto il Protopermutabile e i Permutabili, nei quali la progressiva scomparsa delle parole porta il sistema fino al proprio paradosso. I listelli scorrono ormai privi di qualsiasi testo. Se tutte le combinazioni risultano equivalenti, il linguaggio perde progressivamente la propria funzione distintiva. Rimane soltanto la struttura, privata del suo contenuto. È difficile non leggere questi lavori alla luce della riflessione filosofica e linguistica che attraversa gli anni Sessanta. Pur senza aderire direttamente alle correnti strutturaliste, Agnetti condivide la convinzione che il significato non risieda nelle parole in sé, ma nelle relazioni che esse instaurano. L'opera diventa così un dispositivo aperto, nel quale il senso non è mai dato una volta per tutte ma si produce continuamente attraverso la possibilità della variazione. Questo interesse per la costruzione del linguaggio attraversa anche la sua produzione letteraria. Nelle pagine finali di Obsoleto, pubblicato nel 1968 nella collana "Denarratori" di Vanni Scheiwiller con copertina di Enrico Castellani, Agnetti interviene manualmente sui caratteri tipografici fino a renderli illeggibili. La scrittura si autodistrugge, mostrando il momento in cui la parola perde definitivamente la propria trasparenza.

Il cuore della mostra è tuttavia rappresentato dalla Macchina drogata, probabilmente una delle opere più emblematiche dell'arte concettuale italiana. Agnetti modifica una calcolatrice Olivetti Divisumma 14 sostituendo i numeri con lettere dell'alfabeto. Lo strumento, progettato per produrre risultati matematicamente esatti, viene trasformato in una macchina imprevedibile che genera combinazioni linguistiche prive di apparente senso. La portata dell'opera va oltre la semplice manipolazione dell'oggetto industriale. La calcolatrice, simbolo della razionalità e dell'efficienza tecnologica, viene privata della propria funzione originaria e diventa produttrice di possibilità linguistiche. Non calcola più: scrive. Ma la scrittura che produce non comunica un messaggio. Genera piuttosto ciò che Agnetti definisce "supporti d'intonazione", frammenti che chiedono allo spettatore di completarne il significato. L'aspetto più innovativo emerge però nella modalità di fruizione. Durante le prime presentazioni pubbliche il pubblico è invitato a utilizzare direttamente la macchina. L'opera esiste soltanto attraverso l'azione dello spettatore, che diventa parte integrante del processo creativo. In anni nei quali la partecipazione e il comportamento entrano stabilmente nel lessico dell'arte contemporanea, Agnetti costruisce una delle riflessioni più sofisticate sul rapporto tra autore, dispositivo e pubblico.

Da questa esperienza nascono lavori come Il deserto, Apocalisse, Oltre il linguaggio ed Entropie, nei quali gli scontrini prodotti dalla macchina assumono lo statuto di opere autonome. È una pratica che anticipa molte delle riflessioni successive sull'autorialità e sull'autonomia del dispositivo artistico. La mostra mette inoltre in evidenza un altro elemento fondamentale della ricerca di Agnetti: il superamento della distinzione tra critica e opera. Le quattro tele della serie Continua riproducono testi critici pubblicati sulla rivista Domus, trasformando la scrittura teorica in immagine artistica. L'atto della critica non commenta più l'opera, ma coincide con essa. È un cortocircuito destinato a diventare una delle caratteristiche più originali della sua produzione. Collocare oggi questi lavori significa anche restituire ad Agnetti il ruolo che gli spetta nella storia internazionale dell'arte concettuale. Spesso letto esclusivamente nel contesto italiano accanto a Manzoni, Castellani o Colombo, il suo lavoro dialoga invece con alcune delle ricerche più avanzate sviluppate negli stessi anni da artisti come Joseph Kosuth, Art & Language, Marcel Broodthaers o On Kawara. Se questi ultimi interrogano il rapporto tra linguaggio e rappresentazione, Agnetti introduce una dimensione ulteriore: quella dell'ambiguità come condizione inevitabile del pensiero. È significativo che questa mostra si concentri sugli anni iniziali della sua ricerca. In un momento nel quale l'arte concettuale viene sempre più spesso riletta attraverso le sue genealogie internazionali, tornare a Principia significa osservare il momento in cui uno dei suoi protagonisti italiani costruisce gli strumenti teorici destinati a orientare tutta la propria opera successiva.

Ginevra Borromeo, 31 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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