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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUna scheda elettorale è design. Lo è un'aula parlamentare. Lo sono le modalità attraverso le quali accediamo a un seggio, vengono rappresentati i partiti o milioni di preferenze individuali si trasformano in una decisione collettiva. Se si accetta questa premessa, ne consegue una seconda, meno scontata: se anche la democrazia è stata progettata, può essere riprogettata.
È da questa idea che il Design Museum Gent riparte il 3 ottobre, dopo quattro anni di chiusura, restauri e ampliamenti. E non è casuale che la mostra scelta per inaugurare il nuovo corso non celebri i grandi maestri del design e neppure l'ultima generazione di progettisti. Public Matter(s): Design e Democrazia, curata da Amelie Klein e Vera Sacchetti e aperta fino all'11 aprile 2027, porta il design fuori dal perimetro tradizionale degli oggetti per applicarlo ai sistemi attraverso i quali una società organizza sé stessa. È in fondo il manifesto dell'intero museo. Il design viene sottratto alla sola storia delle cose e portato dentro la storia dei comportamenti, delle relazioni e delle istituzioni. E il museo, di conseguenza, prova a spostarsi dalla conservazione di ciò che è stato progettato alla discussione di ciò che potrebbe essere progettato diversamente.
La trasformazione è tanto più significativa se si guarda alle origini dell'istituzione. Nato nel 1903 come «museo di modelli», il Design Museum Gent aveva una funzione essenzialmente pedagogica: raccogliere buoni esempi di mobili e manufatti perché artigiani, produttori e progettisti potessero imparare osservandoli. Più di un secolo dopo quel principio educativo rimane, ma cambia radicalmente scala. Il museo conserva oggi circa 24mila oggetti, la più grande collezione di design del Belgio, e nel nuovo allestimento ne presenta circa 500, il 40% dei quali mai esposti prima. Il punto, tuttavia, non è più soltanto mostrare come progettare meglio un oggetto, ma domandarsi come siano progettate le condizioni nelle quali quell'oggetto viene prodotto, utilizzato e condiviso.
È qui che Public Matter(s) diventa particolarmente interessante. Come può votare una persona senza fissa dimora? Come accede al processo elettorale chi ha una disabilità visiva? In quale modo l'organizzazione di un sistema determina chi può essere ascoltato e chi rimane ai margini? La mostra attraversa suffragio femminile, diritti civili, meccanismi di inclusione ed esclusione, architetture istituzionali, protesta e attivismo, fino a ipotizzare modelli ancora sperimentali come l'«ecocrazia», nella quale anche alla natura vengono riconosciuti diritti giuridici e costituzionali. Non si sostiene, naturalmente, che il designer debba sostituirsi alla politica. La questione è un'altra: nessun sistema è completamente neutrale, perché ogni sistema incorpora scelte su chi possa utilizzarlo e in quale maniera. Il design diventa allora uno strumento attraverso il quale quelle scelte possono essere rese visibili e, eventualmente, rimesse in discussione.
Il museo ha applicato lo stesso principio a sé stesso. Nel 2025 ha convocato DE40, un panel di quaranta cittadini rappresentativi della popolazione di Gand, chiedendo loro come un museo del design potesse diventare accessibile e rilevante per un pubblico ampio, indipendentemente dalla provenienza e dalle conoscenze pregresse. Le indicazioni emerse non sono rimaste un esercizio consultivo, ma sono confluite nel nuovo progetto museale e nella stessa mostra inaugurale. Da questa esperienza nasce anche The Democracy Workout, percorso interattivo nel quale al visitatore viene chiesto di «allenare» alcune competenze democratiche: ascoltare attivamente, negoziare compromessi, accettare il conflitto costruttivo. Il pubblico non viene quindi invitato soltanto a osservare la democrazia come fenomeno storico o politico, ma a misurarsi con alcuni dei comportamenti necessari al suo funzionamento.
È un passaggio delicato, perché riguarda uno dei cambiamenti più profondi attraversati oggi dalle istituzioni culturali: la trasformazione del visitatore da spettatore a partecipante. Il rischio, naturalmente, è che la partecipazione diventi semplificazione o che il museo perda quella funzione di selezione, conservazione e produzione di conoscenza che ne determina l'autorevolezza. Gand sembra cercare un equilibrio differente: non rinunciare alla funzione curatoriale, ma affiancarle luoghi nei quali il pubblico possa utilizzare, sperimentare e perfino modificare ciò che incontra. Lo si comprende dagli altri progetti con cui il museo riapre. CONNECT, curato da Siegrid Demyttenaere, rovescia esplicitamente uno dei comandamenti del museo tradizionale, «guardare, non toccare»: qui l'interazione è richiesta e gli oggetti diventano dispositivi da utilizzare e condividere. CO-LAB, allestito nelle otto sale storiche dell'Hotel De Coninck, mette invece in relazione designer belgi e internazionali, ricercatori e comunità su temi che vanno dall'energia sostenibile agli archivi queer, dalla progettazione con la natura agli strumenti open source. Il design non viene presentato come risultato concluso, ma come processo collettivo di costruzione della conoscenza.
Poi c'è la tecnologia. Studio Digitaal introduce nel museo Searcher, progetto di Jon Stam, Valentin Vogelman e Boris Smeenk che utilizza l'intelligenza artificiale per attraversare digitalmente una collezione troppo vasta per poter essere interamente esposta. Invece di procedere esclusivamente attraverso autore, periodo o materiale, il sistema permette di stabilire relazioni fra gli oggetti sulla base di somiglianze di forma, colore e testo. È un esperimento che tocca un punto centrale della funzione museale. Classificare significa già interpretare: costruire genealogie, stabilire prossimità e distanze, decidere quali storie raccontare. L'algoritmo non sostituisce il sapere curatoriale, ma introduce un'altra modalità di attraversamento dell'archivio e può far emergere associazioni che le categorie tradizionali non avrebbero necessariamente prodotto. Tutto questo avviene dentro un museo che, contemporaneamente, è diventato molto più grande. Il complesso raggiunge ora circa 6.500 metri quadrati, dei quali 3.700 dedicati alle esposizioni. La nuova ala di Carmody Groarke e ATAMA, con RE-ST impegnato nel restauro degli edifici storici, ricuce parti precedentemente frammentate e introduce una serie di nuovi ambienti. Il più significativo è forse la Stadskamer, una «stanza cittadina» liberamente accessibile: si può entrare senza necessariamente visitare una mostra o acquistare un biglietto, fermarsi, incontrare qualcuno, partecipare a un'attività.
Anche l'architettura diventa una dichiarazione programmatica. La facciata della nuova ala è realizzata con oltre 82mila Ghent Waste Brick, prodotti localmente da BC Materials utilizzando scarti da costruzione e induriti con calce invece di essere cotti in forno. All'interno una serie di commissioni porta il progetto nei mobili, nelle tende acustiche, nel giardino e nel portale d'ingresso in alluminio stampato in 3D di Unfold. Il museo prova così a incorporare nelle proprie strutture le idee che racconta nelle sale.
Ma il confine dell'istituzione viene spinto ancora più lontano. In coincidenza con la riapertura, Design Fest Gent dissemina oltre 120 attività dentro la città. Windows of Design trasforma le vetrine di negozi e hotel in esposizioni temporanee; BROEI presenta i lavori di una nuova generazione di designer; nel sito Fluvius progettisti e studenti lavorano insieme al quartiere; alla Dada Chapel le sculture di Sharon Van Overmeiren occupano gli spazi di un antico complesso religioso trasformato in distilleria. Non è semplicemente un programma collaterale. È la traduzione urbana della stessa tesi sulla quale è stato costruito il nuovo museo: se il design struttura la vita quotidiana, un museo del design non può occuparsene rimanendo completamente separato dalla città nella quale quella vita accade.
Rimane però una questione, forse la più interessante. Più il concetto di design si allarga (dagli oggetti ai servizi, dai sistemi politici all'intelligenza artificiale, dalla sostenibilità alla partecipazione) più diventa difficile stabilire dove cominci e dove finisca il suo territorio. Ed è precisamente questa tensione a rendere il caso di Gand significativo. Un museo nato per mostrare modelli di buon design agli artigiani del primo Novecento si ritrova, centoventitré anni dopo, a chiedere ai cittadini come dovrebbe funzionare, a utilizzare l'intelligenza artificiale per attraversare il proprio patrimonio e a interrogare attraverso il progetto persino le forme della democrazia. Nel frattempo continua a conservare 24mila oggetti e a costruire attraverso di essi una storia della cultura materiale.
La direttrice uscente Katrien Laporte, alla guida dell'istituzione dal 2013 e prossima a lasciare l'incarico il 31 ottobre, definisce il risultato un «community sense making museum»: un museo che prova a diventare il luogo nel quale una comunità attribuisce collettivamente significato alle trasformazioni che la attraversano. È una definizione ambiziosa e contiene anche il rischio dell'operazione. Ma pone una domanda che riguarda ormai molti musei contemporanei: quanto può allargarsi un'istituzione senza perdere la propria specificità? A Gand la risposta sembra essere quella di tenere insieme due funzioni apparentemente lontane: archivio della cultura materiale e laboratorio dei sistemi contemporanei. Perché se nel Novecento il museo del design raccontava soprattutto come abbiamo progettato gli oggetti, quello che riapre oggi a Gand prova a porre una domanda assai più grande: chi sta progettando il mondo nel quale quegli oggetti esistono?
Il Design Museum di Gand appena riaperto
Ginevra Borromeo
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