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Palazzo Barbaro

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Palazzo Barbaro

La Venezia dei Curtis va all’asta

La collezione della famiglia americana, tra Tintoretto, Mancini, arredi veneziani e oggetti d’arte, è protagonista della vendita del 29 settembre di Wannenes

Margherita Panaciciu

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Tra le stanze di Palazzo Barbaro, affacciato sul Canal Grande, nella Venezia cosmopolita della fine dell’Ottocento, il collezionismo smise di essere una pratica privata per diventare una forma di vita e un modo per mettere in relazione epoche, culture e sensibilità. È questa storia, insieme veneziana e internazionale, che torna oggi alla luce attraverso la prestigiosa selezione della Collezione Curtis proposta da Wannenes nell’asta di Dipinti, Arredi, Sculture e Oggetti d’Arte del 29 settembre. La vicenda comincia nel 1881, quando Daniel Sargent Curtis, banchiere di Boston, e la moglie Ariana Wormeley Curtis prendono in affitto Palazzo Barbaro, già appartenuto a una delle famiglie più illustri della storia veneziana, e pochi anni più tardi, a partire dal 1885, ne acquistano i piani superiori. Dopo la morte dell’ultimo discendente della famiglia Barbaro, Marcantonio, l’edificio aveva cambiato proprietari, ma conservava ancora intatta la memoria della grande tradizione veneziana. I Curtis ne fecero un luogo capace di accogliere il passato e la modernità, restaurando gli ambienti e recuperando gli stucchi e le decorazioni pittoriche dei soffitti. Nel grande salone, ancora oggi, sono conservate le tele di Giambattista Piazzetta, Sebastiano Ricci e Antonio Balestra, testimonianze della straordinaria stagione della pittura veneziana tra Sei e Settecento.

Intorno a questo nucleo storico i Curtis costruirono una collezione che riflette il gusto, colto e cosmopolita, delle grandi dimore veneziane di fine secolo. Dipinti antichi di scuola veneta ed emiliana dialogavano con arredi veneziani tra Sette e Ottocento, tappeti, porcellane e oggetti d’arte asiatica, secondo quella particolare idea di collezionismo internazionale che vedeva Venezia non soltanto come una città da visitare, ma come un luogo nel quale costruire una propria identità culturale. Tra gli acquisti più memorabili della famiglia vi fu il «Ritratto del cavalier Giovanni Grimani» di Bernardo Strozzi, oggi conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia: un'opera che basta da sola a restituire l’ambizione e la qualità delle scelte compiute dai Curtis.

La selezione che Wannenes presenta oggi conserva dunque il carattere di quella raccolta e, soprattutto, permette di ricostruire la straordinaria atmosfera di Palazzo Barbaro attraverso opere che non furono semplicemente acquistate, ma vissute all’interno di una casa diventata uno dei luoghi più vivaci della cultura internazionale nella Venezia fin de siècle. Il fulcro della vendita è la celebre «Madonna Curtis», lotto 41, stimata 50mila–80mila euro, una «Madonna con il Bambino» databile intorno al 1538 e riferita alla fase giovanile ed esordiente di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (Venezia, 1518/1519–1594).

La tela apparteneva alla raccolta di Palazzo Barbaro già negli ultimi anni dell’Ottocento ed è stata ampiamente studiata dalla critica a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Il suo interesse va ben oltre la provenienza prestigiosa. L’opera si colloca infatti in un momento cruciale della formazione di Tintoretto, quando il giovane pittore veneziano sta ancora elaborando il proprio linguaggio attraverso il confronto con la tradizione lagunare e con le grandi novità che percorrono la cultura figurativa del Cinquecento. Da una parte emerge la spazialità prospettica riconducibile a Bonifacio Veronese, dall’altra una monumentalità delle figure che sembra guardare ai modelli di Jacopo Sansovino. È in questo delicato equilibrio tra eredità e invenzione.

Antonio Mancini, «Ofelia» (studio). Stima: 20mila - 26mila euro. Courtesy of Wannenes

Tintoretto, «Madonna con il Bambino» (La Madonna Curtis), 1538. Stima: 50mila – 80mila euro. Courtesy of Wannenes

Alla «Madonna Curtis» si affianca un’opera che conduce direttamente nel cuore della vita artistica della famiglia: «Ofelia» (studio) di Antonio Mancini (Albano Laziale, 1852–Roma, 1930), dipinta nel 1892, lotto 30, con una stima di 20mila–26mila euro. Se il Tintoretto testimonia il rapporto dei Curtis con la grande tradizione pittorica italiana, Mancini documenta invece il loro rapporto con la contemporaneità e con gli artisti che animavano la scena culturale del loro tempo. Il dipinto apparteneva alla Raccolta Curtis fin dalla sua origine ed ebbe anche una importante consacrazione pubblica, essendo stato esposto alla Prima Biennale di Venezia del 1895. Ma ancora più significativo è ciò che sappiamo del rapporto tra il pittore romano e la famiglia americana. I Curtis sostennero con entusiasmo la carriera di Mancini e lo accolsero come ospite a Palazzo Barbaro, instaurando con lui una sintonia culturale che va ben oltre il semplice rapporto tra artista e committente. Lo studio diventa così una sorta di documento della vita del palazzo, un’opera nata dentro quella fitta rete di relazioni che rendeva Palazzo Barbaro uno dei luoghi più vivaci della Venezia internazionale.

La casa, del resto, era frequentata da personalità destinate a lasciare un segno profondo nella cultura tra XIX e XX secolo. Tra gli ospiti e i frequentatori figuravano John Singer Sargent, Henry James, Robert Browning, Bernard Berenson e Isabella Stewart Gardner. La Gardner, una delle più importanti collezioniste americane della sua generazione, trovò infatti nell’ambiente cosmopolita di Palazzo Barbaro una fonte di ispirazione per il futuro palazzo che avrebbe costruito a Boston e che sarebbe poi diventato il celebre museo che porta il suo nome. Palazzo Barbaro dimostrava come una dimora potesse essere al tempo stesso casa, luogo di rappresentanza, spazio di socialità e contenitore di opere d’arte. Non era il museo pubblico organizzato secondo categorie e cronologie ma qualcosa di più personale e immersivo: un ambiente nel quale l’arte entrava nella vita quotidiana e nel quale mobili, dipinti, sculture, tessuti, porcellane e oggetti provenienti da culture diverse costruivano un universo visivo coerente. 

A completare il racconto della collezione è un nucleo di dipinti di Ralph Randolph Latimer, nipote di Ariana Curtis, che ebbe il particolare merito di immortalare gli interni di Palazzo Barbaro. Le sue opere raffigurano gli ambienti della dimora, dalla biblioteca al salone degli stucchi, e assumono oggi un valore documentario eccezionale. Attraverso queste immagini possiamo infatti osservare gli spazi nei quali la collezione Curtis visse per oltre un secolo e ricostruire, almeno idealmente, la disposizione e la relazione tra le opere e gli arredi. Latimer ci consegna così non soltanto il ritratto di un edificio, ma la memoria visiva di una casa abitata dall’arte.

Margherita Panaciciu, 08 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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