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Allestimento Galleria Antico Egitto, Milano, Castello Sforzesco

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Allestimento Galleria Antico Egitto, Milano, Castello Sforzesco

L’Antico Egitto nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco

Chiusa per nove anni, riapre oggi con un nuovo e raffinato allestimento la Galleria dedicata alla civiltà egizia delle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Una nuova perla, piccola e preziosa, si aggiunge ai tesori del Castello Sforzesco di Milano: nella Sala Viscontea, ipogea, si apre oggi al pubblico, dopo nove anni di chiusura, la Galleria Antico Egitto completamente ridisegnata dall’architetto Markus Scherer e trasformata da quell’ambiente senz’anima (e, diciamolo, vagamente iettatorio) che era, in uno spazio bellissimo e accogliente, nobilitato da materiali raffinati (la pietra di Brera, color sabbia con rare venature, e l’acciaio nero, trattato con una finitura che ne addolcisce l’epidermide, cui si aggiunge il cristallo extrachiaro delle teche, queste opera di Gruppofallani), il tutto valorizzato  dalla luce sapiente di Ferrara Palladino-Lightscape.

Brillante, ed esteticamente vincente, la soluzione adottata da Scherer per ridisegnare lo spazio bislungo della Sala Viscontea, da lui trasformata in un’evocazione, tutt’altro che citazionista, della sala ipostila di un tempio egizio, i cui pilastri centrali sono in realtà vetrine a sezione quadrata che si alzano fino al controsoffitto nero, in grado di mostrare al meglio, e verticalmente, i sarcofagi.

Alle pareti, vetrine di misure minori, cui si aggiunge la teca che espone lo splendido «Papiro Busca», lungo oltre sei metri, appena restaurato, depositato qui dalla Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico cui è giunto dopo vari passaggi perché, morto il collezionista, il conte Carlo Ignazio Busca Visconti Arconati, il figlio non volle avere in casa né il papiro (un «Libro dei morti», sorta di Baedeker per l’aldilà a uso del defunto) né tanto meno la mummia e il sarcofago portati nel 1826 a Milano dal padre, il quale aveva creduto, acquistandoli, che appartenessero a un unico corredo, mentre erano il frutto di un astuto assemblaggio di reperti di diversa provenienza compiuto dal mercante per sfruttare l’egittomania scoppiata in Europa dopo la Campagna napoleonica d’Egitto e la decifrazione, nel 1822, della Stele di Rosetta. Il che tuttavia non li rende meno interessanti.

I reperti esposti sono 330 (80 «nuovi» rispetto al passato), articolati in sei sezioni in cui si dipana una narrazione curata dalla conservatrice responsabile dell’Unità Musei Archeologici, Anna Provenzali, e dall’egittologa Sabrina Ceruti. Dopo l’introduzione, che presenta alcuni materiali dell’Antico Regno, si aprono le aree tematiche che illustrano tremila anni di vita materiale e spirituale degli Egizi.

Nella prima si narra la quotidianità attraverso le figure principali della società egizia (faraone, famiglia reale, funzionari, e scribi, potenti perché padroni dei diversi sistemi di scrittura); la seconda (la più vasta) guarda all’aldilà e lo fa con sei importanti sarcofagi finemente decorati, con altri reperti e con i due papiri, il «Busca» appunto, e quello, più lacunoso, del sacerdote e scriba reale di Hornefer, entrambi con estratti dal «Libro dei Morti». Tocca poi alle divinità dell’affollatissimo pantheon egizio (secondo Erodoto gli antichi Egizi erano «il popolo più religioso di tutti»), mentre la sezione successiva esplora il ruolo avuto negli anni ’30 del Novecento da Achille Vogliano (professore di papirologia all’Università degli Studi di Milano) negli scavi di Medinet Madi, nell’oasi del Fayum, da cui giungono alcuni dei pezzi più importanti della collezione. Il percorso si conclude con l’Egitto tolemaico, greco-romano, e con l’Egitto copto, cioè cristiano.

Fra i pezzi più importanti, la statua di Amenemhat III (ca 1859-1813 a.C.), da un tempio di Medinet Madi; la mummia e i due sarcofagi riccamente decorati di tale Peftjauauiaset (detto familiarmente «Peft» dagli studiosi del museo); la statuetta funeraria, o ushabti (ca 1279-1213 a.C.), di Imenmes, medico-sacerdote specializzato nella cura dei morsi dei serpenti e degli scorpioni, fino alla preziosa statuetta in bronzo dorato di Osiride, da collocarsi tra il 712 e il 525 a.C., giunta in dono nel 2013 con la collezione Ruffini, e ai due modelli per scultori, in calcare, del IV-III secolo a.C.

Con l’apertura di questa nuova Galleria, commenta l’assessore Tommaso Sacchi, si compie un altro passo del percorso avviato dieci anni fa da Claudio Salsi, allora soprintendente del Castello, con Donatella Caporusso, allora conservatrice delle Raccolte Archeologiche, e portato avanti, sempre con il supporto di Fondazione Cariplo, da Francesca Tasso, direttrice dei Musei del Castello e dei Musei Archeologici e Storici del Comune di Milano, con Domenico Piraina, direttore centrale Cultura dei Musei di Milano. Per l’occasione è stata sviluppata con il Politecnico di Milano la app Pervival, per guidare i visitatori attraverso un’esperienza interattiva. A tutto si aggiunge un potenziamento dell’offerta educativa. Resta però una domanda: come si gestiranno, in questi spazi ridotti, le scolaresche che auspicabilmente li affolleranno? 

Ada Masoero, 05 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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