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Marco Magnifico

Foto Barbara Verduci. © Fai

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Marco Magnifico

Foto Barbara Verduci. © Fai

Il primo museo del Fai a Milano e 10 milioni per Olivetti a Ivrea: i prossimi cinque anni del presidente Marco Magnifico

All’interno del Fai dal 1985, è stato riconfermato al vertice e per il nuovo mandato ha in serbo importanti progetti di restauro e valorizzazione oltre alla nascita di una Fai Academy per la formazione del personale

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Nel Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano, Marco Magnifico è entrato 41 anni fa, nel 1985 sotto la presidenza di Giulia Maria Crespi (cofondatrice nel 1975 del Fai con Renato Bazzoni e con Alberto Predieri e Franco Russoli), quand’era un giovane storico dell’arte innamorato dei suoi studi e forse nemmeno troppo certo di restarci. Invece, non solo dal Fai non è più uscito, ma nel Fai è cresciuto, anno dopo anno, diventandone dal gennaio 2010 all’ottobre 2021 vicepresidente esecutivo e subito dopo presidente, succedendo ad Andrea Carandini. Il quinquennio di presidenza scadeva quest’anno e alla fine dello scorso giugno il Consiglio d’amministrazione della fondazione lo ha riconfermato all’unanimità per altri cinque anni.

Che gli fosse proposto di replicare il suo mandato era più che prevedibile, visti i risultati conseguiti in questi anni. Con lui il Fai ha infatti festeggiato nel 2025 i 50 anni di vita con una crescita impressionante: 320mila iscritti, una rete territoriale formata da oltre 18mila volontari e 1,2 milioni di visitatori nei suoi 75 beni diffusi nell’intera Italia, dall’alpeggio di Fontana Secca sul Massiccio del Monte Grappa al giardino pantesco di Pantelleria, passando per castelli, magnifiche ville, monasteri e abbazie millenarie, giardini spettacolari, una barca lacustre progettata dai Bbpr (la Velarca), una baia (cara alle Sirene, sosteneva Plinio) e molto altro ancora. E, sempre nel cinquantenario, il Fai (che è stato ricevuto al Quirinale dal presidente Mattarella ed è stato premiato con la Grande Medaglia d’Oro degli Ambrogini dal Comune di Milano) ha inaugurato, con lui alla guida, ben cinque nuovi beni in un solo anno: il Podere Lovara a Punta Mesco, il giardino di Villa Rezzola a Lerici, il Casino Mollo presso i Giganti della Sila, la malga del già citato Monte Fontana Secca sul Massiccio del Grappa e le Case Montana al Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi ad Agrigento. Insomma, una serie di traguardi che potevano essere considerati un punto d’arrivo, dopo oltre 40 anni di lavoro. E invece...

Presidente, era ampiamente prevedibile che, con tali risultati, le fosse proposto di replicare; meno prevedibile che lei accettasse di nuovo questo impegno gravoso.
A tutto premetto che sono profondamente grato per questo secondo mandato ma devo confessare che prima di accettare ho riflettuto seriamente: dopo 41 anni qui, mi sono domandato come sia il mondo fuori dal Fai. Inoltre mi dispiace di avere smesso di fare lo storico dell’arte; vorrei ancora poter approfondire. Poi però ho sentito l’orgoglio di ciò che tutti noi (Giulia Maria Crespi, Ilaria Borletti Buitoni, Andrea Carandini, io stesso) abbiamo fatto: ho capito che ormai sono «consustanziale» al Fai e ho accettato. Ma l’ho fatto anche per una ragione meno nobile, quasi per una forma di gelosia: tengo infatti a inaugurare i progetti a breve e medio termine che ho ideato io come, a Milano, Casa Crespi che sarà pronta nel 2027 e Casa Grandi, dove al primo piano, con l’architetto Luca Cipelletti, stiamo allestendo (per il 2028) il primo museo del Fai: sarà un museo all’avanguardia di disegni e stampe, quelli della collezione dei donatori, giunta a noi con la casa. Così come spero di essere io a inaugurare la casina di Lipari donata dalla signora Urania Albergo (figlia di Afrodite, nipote di Eros), che conserva gli arredi di una casa di persone di cultura del primo Novecento e che sarà l’occasione per raccontare la fierezza degli eoliani e per rievocare la storia di un territorio solo apparentemente marginale. Da qui, prima dell’Età del Ferro, partiva l’ossidiana per fabbricare strumenti da taglio per l’intero Mediterraneo. Senza dimenticare, poi, le nuove acquisizioni che stiamo studiando. Per fortuna posso contare su un gruppo formidabile di collaboratori, da Daniela Bruno, direttrice culturale, con il suo sguardo sapiente da archeologa, al direttore generale Davide Usai, che ha un controllo eccellente della «macchina», dal Cda alle delegazioni, ai volontari. Che sanno spesso stupirmi. 

Case Montana, Valle dei Templi di Agrigento. Foto Giuseppe Bennica, 2025. © Fai

Ci anticipa qualcuna delle prossime acquisizioni?
A Napoli stiamo approfondendo una proposta di restauro e gestione di Villa Ebe, di proprietà del Comune, quel folle «castellotto» che Lamont Young (Napoli, 1851-1929) si costruì sul monte Echia, accanto alla Nunziatella. Lui, figlio d’inglesi, architetto eccentrico e visionario che costruì a Napoli «castelli» e ville neoromaniche, neogotiche, neoarabe, che propose (allora!) di costruire una metropolitana e che pensò a uno sviluppo turistico per il quartiere di Bagnoli, si costruì questa bizzarra dimora di gusto romantico, inglese e coloniale, con una vista magnifica: una casa stravagante e affascinante, poi occupata da abusivi e sopravvissuta, seppure solo in parte, a un incendio. Abbandonata da decenni, vorremmo recuperarla. Ma non solo, un grande progetto è già in corso in Piemonte: gli eredi di Camillo Olivetti ci hanno donato la chiesa di San Bernardino a Ivrea, che conserva un magnifico ciclo di affreschi di Martino Spanzotti (1455-1528) e che fa parte del convento del XV secolo donato anch’esso alla nostra Fondazione da Tim. È un complesso che si trova sulla collina del Monte Navale, nel cuore dell’area degli stabilimenti Olivetti, accanto agli edifici di Figini e Pollini e di Ignazio Gardella e ai campi da tennis in terra rossa (che recupereremo anch’essi) voluti da Adriano Olivetti. Non solo, restaureremo anche la passeggiata di Monte Navale, un mondo impensabile, dove fra i lastroni di pietra lisciati dai ghiacciai crescono i fichi d’India.

Un grosso investimento anche sul piano finanziario, immagino.
Sì, è un progetto del valore di 10 milioni di euro, ma abbiamo al nostro fianco il MiC (che contribuisce con sei milioni), la Compagnia di San Paolo e la Regione Piemonte. Come per ogni intervento, procediamo senza fretta, poiché resto convinto che i progetti debbano crescere con la conoscenza del luogo, oltre che con un grande rispetto per chi ci ha lasciato il bene: Adriano Olivetti trasformò la chiesa, sconsacrata da tempo, in sala riunioni e fece posare un (brutto, va detto) pavimento di quarzite. Certo, il cotto sarebbe più confacente agli affreschi di Spanzotti, ma quella è stata la decisione di chi ci ha lasciato il bene e noi la rispettiamo. Gli eventuali «abusi» si possono compiere solo se sono rispettosi dell’identità del luogo e dei proprietari: nel Castello di Masino, per esempio, le rose piantate trent’anni fa da Paolo Pejrone ora soffrono per il cambiamento climatico e le abbiamo sostituite con gli oleandri, frequenti nei vecchi giardini piemontesi. Così abbiamo fatto con i bossi di Villa Rezzola a Lerici, divorati da un parassita e sostituiti con l’ilex, arbusto non identico ma simile e non attaccabile da questi insetti.

Una veduta della Chiesa di San Bernardini a Ivrea (To) con l’affresco di Giovanni Martino Spanzotti. © Morelli-Peverelli

Questo forte rispetto per l’identità del luogo è uno dei vostri caratteri identitari. Come preservarlo?
Questo rispetto è frutto dell’impronta «familiare» nella gestione dei nostri beni lasciata da Giulia Maria (Crespi, Ndr). E il mio impegno sarà quello di consolidare questa nostra impronta, fatta di attenzione ai dettagli, di ricorso alla fantasia quando serve e della volontà di porsi con umiltà di fronte ai beni, rimanendo però sempre noi stessi: il rischio che non vogliamo correre è quello di snaturarci. Non si tratta di snobismo ma della volontà di preservare il racconto fedele di una cultura che sta sparendo: nel recuperare le Case Montana, vecchie abitazioni rurali alla Kolymbethra presso Agrigento, abbiamo ascoltato i pareri degli operai locali, che ricordavano le case dei loro nonni e che ci hanno dato suggerimenti preziosi. Quando sai ascoltare e ti dai tempo, le risposte arrivano. Il Fai deve porsi come custode di un mondo che si è perduto, con tutta l’attenzione possibile anche ai più minuti dettagli, dalle tovaglie da stendere su un tavolo alla polvere annidata negli angoli.

Si tratta però, come dice lei stesso, di una cultura perduta. E con essa sono spariti i mestieri di un tempo, indispensabili per i restauri e la manutenzione perfetta («ai limiti del maniacale», come ammette lei) che sono la vostra cifra.  
Mi sono molto speso per questo ma mi sono reso conto che non si trovano più sul mercato persone pronte a fare ciò che ci serve e come ci serve: artigiani, giardinieri, persone per le pulizie. Noi non possiamo permetterci un lavoro «in serie» perché possediamo solo «fuoriserie», perciò dobbiamo assumerci il compito di formare noi stessi queste persone. Per questo, per poter trasmettere lo stile Fai, ho in mente una Fai Academy, per stabilizzare l’impegno didattico messo in atto sinora. 

Prossimi progetti o inaugurazioni?
Con Michele De Lucchi abbiamo ridisegnato una brutta villetta accanto al Memoriale Brion di Carlo Scarpa a San Vito d’Altivole (Treviso), che diventerà il centro d’accoglienza per i visitatori di quel capolavoro del Novecento. Nella casetta non c’era nulla da conservare e devo dire che ci siamo molto divertiti. Lo inaugureremo il 26 novembre. E poi stiamo per acquisire uno dei più bei cimiteri italiani. Non dico ancora quale; lo comunicheremo in autunno. Come scegliamo i nuovi beni, mi chiede? Al Fai nulla accade per nostra scelta. Noi ci poniamo al servizio di queste storie che ci capitano e che vogliamo raccontare a tutti.

Monte Fontana Secca (Bl). Foto Pezzarossa-Topa, 2025. © Fai

Ada Masoero, 20 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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