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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliPer quasi trent’anni Jessica Lange ha fotografato mentre attraversava il mondo. Strade, corpi, paesaggi abbandonati, città, feste popolari, figure marginali e gesti minimi compongono un archivio visivo parallelo alla carriera cinematografica dell’attrice americana. Dal 7 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027 oltre 200 di queste immagini arrivano nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino con «Still Image. Fotografie di Jessica Lange», mostra curata da Anne Morin e prodotta da Ares in collaborazione con i Musei Reali. Molte delle opere vengono presentate per la prima volta in Italia.
Il percorso attraversa quasi tre decenni di attività fotografica, concentrandosi soprattutto sulla produzione sviluppata dalla fine degli anni Novanta. È una fotografia prevalentemente in bianco e nero, costruita attraverso composizione, attesa e prossimità ai soggetti, nella quale la dimensione documentaria rimane costantemente attraversata da una componente psicologica. Lange osserva senza cercare una narrazione conclusa: frammenti, apparizioni e situazioni isolate diventano parti di un racconto volutamente discontinuo. Come osserva Morin, le fotografie cercano di rendere percepibili «il movimento della vita, la sua materia, il suo ritmo e la sua musicalità».
Il nucleo centrale è dedicato alla Highway 61, la strada che attraversa gli Stati Uniti dal Minnesota, dove Lange è nata nel 1949, fino a New Orleans. Più che una ricognizione geografica, la serie costruisce una particolare iconografia dell’America rurale. La grana evidente, i contrasti marcati, le architetture, i margini della strada e le presenze umane restituiscono un Paese lontano dalle sue rappresentazioni più spettacolari. La strada diventa una struttura narrativa attraverso cui leggere luoghi sospesi, periferie e tracce di vite ordinarie.
La geografia si allarga con il Messico, fotografato in particolare durante la Festa dei Morti a San Miguel de Allende. Lange lavora qui attraverso una pratica vicina alla deriva: cammina, osserva, attende. Corpi, ombre, danze e incontri emergono soprattutto nel crepuscolo e nella notte. La macchina fotografica registra una dimensione sensuale e intermittente della realtà senza trasformarla in reportage sistematico.
Un'altra America appare in «Deriva», serie realizzata a New York durante la pandemia, tra il 2020 e il 2021. Il vuoto urbano e l'alterazione delle consuete relazioni tra individui e spazio pubblico entrano in una ricerca che già da tempo aveva fatto della solitudine e dell'attesa alcuni dei propri elementi ricorrenti. «Freak Show», nata invece durante le riprese di «American Horror Story», porta Lange verso l'universo del circo e delle sue figure eccentriche e marginali, facendo affiorare uno dei punti di contatto più evidenti tra la sua esperienza cinematografica e il lavoro fotografico.
Tre sezioni sono completamente inedite. In «Gesti» Lange costruisce una sorta di inventario della comunicazione corporea: movimenti apparentemente secondari, posture ed espressioni diventano sufficienti per suggerire una storia. Una particolare attenzione è riservata alle mani. Qui la lunga esperienza dell'attrice sembra entrare direttamente nel processo fotografico: conoscere il peso narrativo di un gesto permette di riconoscerlo prima ancora che diventi racconto. «Paesaggi» sposta invece l'attenzione sugli scenari abbandonati del Sud degli Stati Uniti, restituiti attraverso immagini realizzate mediante fotocalcografia. La presenza umana arretra e il paesaggio assume una dimensione mentale, in rapporto con una tradizione americana che comprende Ansel Adams e Alfred Stieglitz. Non è però la monumentalità della natura a interessare Lange quanto ciò che rimane nei luoghi dopo il passaggio dell'uomo.
La memoria diventa ancora più esplicita in «Presenze del passato», dedicata a luoghi segnati da catastrofi umane e naturali. Rovine e spazi apparentemente vuoti vengono fotografati come superfici sulle quali il tempo continua a depositarsi. La tragedia non viene rappresentata direttamente: ne sopravvive la traccia. L'ultima sezione, «Mondo», raccoglie immagini realizzate dalla Russia alla California, dalla Scandinavia all'Italia. È forse il nucleo che chiarisce meglio il principio generale della sua fotografia: registrare ciò che appare davanti all'obiettivo mantenendo una distanza sufficiente perché la realtà conservi la propria ambiguità.
Sophie Seydoux
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