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Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», 2015

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Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», 2015

Israele torna alla Biennale Arte di Venezia con Belu-Simion Fainaru

L’annuncio dell’artista che parteciperà alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte, però, ha portato nuovamente sotto i riflettori la presenza del Paese, il cui Padiglione nel 2024 era rimasto chiuso al pubblico

Cecilia Paccagnella

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Mentre gli occhi sono puntati sul Sudafrica e sulla querelle che ha visto il ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura, Gayton McKenzie, ritirare il progetto dell’artista Gabrielle Goliath, Israele annuncia chi rappresenterà il Paese alla Biennale d’Arte di Venezia (9 maggio-22 novembre). 

Si tratta di Belu-Simion Făinaru, nato a Bucarest, in Romania, nel 1959 e scultore di professione, già presente in Laguna nel 2019 per rappresentare la propria nazione d’origine. Dal 1973 vive in Israele, acquisendone la cittadinanza, e lo scorso anno ha ricevuto l’Israel Prize dal ministro israeliano dell’Istruzione, Yoav Kisch.

A due anni di distanza dalla scorsa edizione, quando il Padiglione israeliano rimase chiuso, sembra dunque essere confermato che a maggio riaprirà le porte al pubblico…all’Arsenale. «Sarà un’esperienza davvero fantastica, perché ora avrò la possibilità di lavorare in un edificio antico, non moderno, come il padiglione israeliano», ha dichiarato l’artista ad «ARTnews», spiegando che l’edificio ai Giardini è in fase di ristrutturazione. Il progetto, «The Rose of Nothingness», già presentato nel 2015 alla Galeria Plan B di Berlino, si ispira al concetto di «latte nero dell’alba» del poeta di origine ebraica Paul Celan, tratto dalla poesia «Todesfuge» (1952; ovvero «fuga di morte») scritta dopo l’Olocausto. L’installazione sarà costituita da 16 tubi (il numero non è scelto a caso: nella Cabala ebraica simboleggia la trasformazione) dai quali cadranno gocce d’acqua nera che finiranno in una piscina. «L’installazione è simile all’incarnazione spaziale di una pagina talmudica vivente: un testo privo di lettere, in cui la conoscenza si cristallizza attraverso l’indugio, lo sguardo e l’attenzione, si legge in una descrizione del Padiglione inviata ad «ARTnews». Il significato dell’installazione emerge nella tensione tra una goccia e l’altra, tra presenza e assenza, invitando lo spettatore a diventare parte attiva di un’esperienza continua di tempo, memoria e coscienza».

La notizia ha fatto subito discutere, come si evince da un post su Instagram dell’account Art Not Genocide Alliance, in cui viene chiesto alla Biennale di Venezia di «escludere Israele dalla 61ma Mostra Internazionale d’Arte», specificando che la richiesta non mira a escludere alcun artista. E spiega che «non ha alcun obbligo di fornire spazi all’Arsenale a nessun Paese e avrebbe potuto richiedere a Israele di affittare una sede in città durante la chiusura del suo padiglione, come fanno molti altri Paesi». Anga sostiene infatti che «non ci può essere spazio per la riparazione, la guarigione o il dialogo culturale finché lo Stato di Israele non sarà chiamato a rispondere dei propri crimini davanti alla giustizia».

«Il dialogo è il modo migliore per esprimerci, ha dichiarato lo scultore Făinaru. Sono totalmente contrario ai boicottaggi, e non solo a Venezia».

Cecilia Paccagnella, 15 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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