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Silvia Conta
Leggi i suoi articoliL’acqua come soggetto e non oggetto, tra il suo essere essenziale e la sua naturale forza modellante, come entità giuridica e chiave della giustizia sociale, priorità per architettura, ingegneri e urbanisti, in una prospettiva che da locale si fa globale. Riflessioni che partendo dalle peculiarità del territorio, riportano l’acqua al centro di consapevolezza e progettualità, per ripensare equilibri sociali e geopolitici. Con il progetto Io sono acqua il Padiglione svizzero alla 20ma Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia che si terrà dall’8 maggio al 21 novembre 2027 verterà su questi temi e su di essi modellerà la storica architettura del Padiglione stesso. Il progetto è di Paola Viganò, che da anni conduce una riflessione su questi argomenti, insieme allo StudioPaolaViganò e al team di progetto. Nell’intervista qui sotto Viganò entra nel vivo delle tematiche del Padiglione, fino a regalarci qualche indizio su ciò che il pubblico potrà esperire.
Per lo Studio Paola Viganò la presenza alla Biennale Architettura 2027 per il Padiglione Svizzero segna un ritorno, dopo la partecipazione con "The Biopolitical Garden" nel 2021. Che cosa significa per voi questa nuova partecipazione?
È un ritorno in un'altra veste, sono due posizioni differenti. Mi piace l'idea di poter approfondirne quella curatoriale. La prima partecipazione era stato un invito a mostrare i lavori dello StudioPaolaViganò: abbiamo cercato di raccontarli con un'attenzione alla concretezza. Concretezza nel senso che pur alimentandosi di idee, scenari e visioni, nella pratica i progetti modificano concretamente lo spazio e questa materialità del progetto non è mai da dimenticare. In questa nuova occasione, invece, siamo curatori.
L’invito a curare il Padiglione è arrivato dopo una lunga selezione. A quali aspetti avete dato rilevanza, in particolare?
La scelta che è caduta sulla nostra proposta è nata da una selezione impegnativa. Abbiamo fissato la Svizzera come punto di partenza per arrivare a proporre Io sono acqua, tema chiaramente fondamentale alla scala planetaria: in futuro richiederà alleanze, unione di risorse, solidarietà ed energie a livello mondiale. Credo sia molto interessante che tutto parta dall’analisi specifica della situazione svizzera; quindi, da considerazioni contestualizzate e legate a una realtà molto precisa per poi espandersi alla dimensione globale.
Quali aspetti del territorio svizzero, in particolare, sono stati il vostro punto di partenza?
La Confederazione Elvetica è il luogo da cui nascono i grandi fiumi europei, ha la specificità di costituire il punto d'inizio di una rete fluviale che tocca quasi tutta Europa. Dalle sue montagne hanno origine i cinque grandi fiumi europei (Reno, Rodano, Inn, Ticino e Reuss, ndr) e questo la rende un luogo molto peculiare per affrontare il tema dell'acqua, dai ghiacciai fino – attraverso la rete di confluenze - ad alcuni dei principali mari che bagnano l’Europa, dal Mare del Nord al Mediterraneo, al Mar Nero e così via.
CH27 Viganò - I Am Water. Crediti Samuele Cherubini
Come curatrice ha dato una lettura in cui la biopolitica diventa una lente fondamentale. Lei lavora da tempo su questi aspetti.
La posizione di curatrice mi permette di affrontare con uno spettro ancora più ampio una serie di temi che, in parte, sono in continuità con quelli di The Biopolitical Garden, il nostro precedente progetto per la Biennale. Questo per me è molto rilevante: credo, infatti, che la dimensione biopolitica segni la trasformazione globale che stiamo attraversando e ciò la rende elemento cruciale nella riflessione sul progetto contemporaneo che, di fatto, orienta e può orientare molti degli atteggiamenti e delle posizioni che si assumono oggi. Quando si parla d'acqua si parla di vita, quando si parla di scarsità d'acqua si parla di preoccupazioni per la vita, quando c'è un eccesso di acqua si parla di rischi che riguardano, per esempio, le moltissime città, infrastrutture, coltivazioni vicine ai corsi d'acqua, o prossime alla costa che vedranno il rischio aumentare. Ma anche la qualità dell’acqua, l’accessibilità delle rive dei laghi, dei fiumi nei quali poter nuotare sono essenziali per la nostra vita, la salute, il nostro benessere. L'aspetto biopolitico, cioè quell’interfacciarsi, intersecarsi di questioni spaziali, che riguardano le condizioni di vita, le politiche e le forme di potere che la trattano, diventa chiarissimo quando si affronta il tema dell'acqua. L’acqua è un tema classico dell’ecologia politica, parliamo ormai di diritti dell'acqua, non solo degli esseri umani. Affrontare questioni di questo peso alla Biennale di Venezia è importante, perché è un luogo di incontro planetario, un momento, mi auguro, di dialogo straordinario.
Lavoro da molti anni su questi temi ed è anche grazie alle riflessioni di progetto che sono arrivata a scrivere, dopo l’istallazione della Biennale 2021, Il Giardino Biopolitico, un libro che affronta il nodo dal mio punto di vista essenziale della transizione socio-ecologica in corso come nuovo regime biopolitico. Mi interrogo sul ruolo del progetto della città in questo contesto.
Come sottolinea il titolo del progetto, Io sono acqua, nell’affrontare questi temi, lei riporta l’acqua al centro: come soggetto.
Essere acqua significa percepire il mondo attraverso le sue stesse logiche e razionalità — abitare una vicinanza quasi intima con qualcosa che risiede già dentro di noi, che costituisce il nostro stesso essere. L’acqua è soggetto quando riconosciamo il diritto dell'altro ad esistere, ad affermare la sua presenza e la sua capacità d'azione. Tutto questo mi sembra molto rilevante in una biennale di architettura che tratta inevitabilmente di spazio, vita e progetto. Naturalmente oggi non siamo gli unici a ridiscutere i fondamenti della nostra relazione a questo elemento essenziale alla vita. Sono moltissimi i movimenti, gli attivisti, i ricercatori che si battono per i suoi diritti e se ne occupano. Anche questo sta cambiando la nostra relazione all’acqua ed il progetto deve necessariamente tenerne conto, rivedere anche le sue basi etiche, mettere al centro questioni di giustizia ambientale e spaziale. La questione che si pone è: in che modo il disegno urbano, territoriale, del paesaggio… può aiutare a dare forma a una nuova azione sostanziale, coerente alla dimensione biopolitica della Transizione? Come fare in modo che tutto non ricada solo su alcuni gruppi sociali? Il progetto ha a che fare con tutto questo. Trasformare il territorio per la mitigazione e l’adattamento, per l’inclusività dei luoghi, dove umani e non umani devono avere il loro diritto di esistenza, cambia i fondamenti della progettualità moderna. Mi sembra giusto che la Biennale di Venezia offra delle occasioni di dibattito. Noi lo proponiamo a partire dal nostro tema.
Pavilion of Switzerland at the 20th International Architecture Exhibition – La Biennale di Venezia, collage sketches I am water: preliminary sketches. Photo credits: StudioPaolaViganò
Soffermiamoci sul titolo del progetto.
Il titolo del progetto nasce in francese: Je suis eau, perché qualche anno fa ho scritto un testo in questa lingua, l'ho pensato proprio come un testo molto personale, sulla relazione che costruiamo con l'acqua: siamo noi stessi acqua e lo siamo sempre meno quando ci avviamo verso l'età più avanzata. L'essere acqua e la vicinanza all'acqua è per me qualcosa di fortemente attrattivo, sono sempre stata molto appassionata di nuoto e di acqua in generale: se in una città c'è un corso d'acqua, un fiume, un lago, è lì che vado. È come una forza che mi attrae verso questi spazi, perché c'è un rapporto che si stabilisce tra i nostri corpi e l'acqua. La presenza dell'acqua è quella di un elemento vitale. Non si tratta solo di cambiamento climatico o di elementi funzionali all’interno delle città: c'è qualcosa di più profondo, di antropologico, che ci lega all'acqua. Oggi, le città hanno spesso rinunciato a questo aspetto, a valorizzarlo, a renderlo un riferimento della loro struttura. Possiamo ricordare che quasi ogni villaggio, cittadina, città del passato sorgeva sempre vicino ai corsi d'acqua, per ragioni ovvie e funzionali, ma questa relazione ne ha costruito lo spazio, la distanza o la prossimità, la protezione, le economie. L'acqua porta vita, la consente e contiene forme di vita. Quando noi la costringiamo per esempio in tubature non reagisce più con l'atmosfera, il suolo, la vegetazione, così l'acqua muore e con lei tutte le forme di vita che in essa vivono. L'acqua che abbiamo nascosto, deviato, coperto, violato, non la ricordiamo più, né la riconosciamo, non sappiamo dove sia. Oggi si sta molto riflettendo sulla costruzione di città diverse, cercando di ricostituire una relazione con l'acqua, non sempre facile da ritrovare: sono moltissimi i casi in cui non è più possibile tornare indietro ed è necessario reinventarla. Qui si passa un altro tema denso di ambiguità, ma anche inevitabile: quello della “reinvenzione della natura”, ad esempio nelle nostre città, che hanno un livello di infrastrutturazione complesso. L’infrastrutturazione attuale legata all’acqua è difficile da smantellare, modificare e uscirne richiederà sforzi immensi. Non sarà un ritorno al passato, questo non è mai possibile, sarà, invece, l'invenzione di un nuovo spazio che produrrà nuove ecologie, nuove condizioni di vita.
Che team ha creato per questo progetto?
L’équipe che ho scelto per questo progetto comprende diverse figure: alcuni architetti e urbanisti, oltre allo Studio (Maria Medushevskaya, Etienne Schiller, Alessio Tamiazzo), Loan Laurent (Lab-U, École polytechnique fédérale de Lausanne, ndr) che ha lavorato con me in una piccola mostra intitolata Water Designs, dedicata all’acqua realizzata proprio all'EPFL. La mostra trattava dell’acqua come soggetto attivo che disegna i nostri territori e, insieme, dei molti progetti che oggi riguardano il disegno dello spazio dell’acqua, aprendo una possibile lettura in entrambi i sensi. Con noi ci sono anche Paolo Benettini, professore di Idrologia, che lavora all’UNIL (Université de Lausanne, ndr) e un'artista ginevrina, Marie Velardi, che si occupata dell'acqua da molti punti di vista: l'ha rappresentata e ha realizzato stendardi dedicati ai bacini dei grandi fiumi europei che esporremo all’entrata del padiglione. Avremo alcuni partners legati ad istituzioni e centri di ricerca svizzeri e probabilmente anche alcune associazioni che si battono per i diritti dell'acqua.
Io sono acqua prevede anche un'installazione performativa che attraverserà molti livelli di analisi: politico, ecologico, tecnico, legale e molto altro. Può darci qualche anticipazione sull'aspetto?
“Io sono acqua” trasforma il padiglione attraverso la disconnessione parziale dell'edificio di Giacometti dalla rete di drenaggio delle acque meteoriche. L'acqua piovana sarà reindirizzata verso un nuovo giardino, forse due se otterremo le autorizzazioni necessarie. Il giardino, ideato da StudioPaolaViganò insieme all'idrologo Paolo Benettin, costituirà uno spazio sperimentale per tutta la durata della mostra, ne misureremo l’umidità, la resilienza e i codici estetici che ne deriveranno. Insieme al giardino, la grande aula lascerà parlare l’acqua, ci immergeremo nelle sue voci e storie, insieme ad alcuni dei progetti svizzeri significativi moderni e contemporanei. Non è tutto, ma siamo al lavoro!
Silvia Conta
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