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Catherine Goodman, Jokerman, 2026 © Catherine Goodman

Courtesy the artist and Hauser & Wirth. Photo: Damian Griffiths

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Catherine Goodman, Jokerman, 2026 © Catherine Goodman

Courtesy the artist and Hauser & Wirth. Photo: Damian Griffiths

«Dipingere per trovare la quiete»: incontro con Catherine Goodman, al suo debutto a Zurigo

A colloquio con l'artista inglese in occasione della sua mostra da Hauser & Wirth, tra astrazione e ricerca interiore

Silvia Conta

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La quiete e la tempesta sulla tela, in un potente equilibrio. Tra tragiche vicende personali, attimi di contentezza e l’inquietudine per l’incertezza della situazione internazionale: Catherine Goodman CBE affida alla pittura il processo con cui attraversa contrastanti stati d’animo, processa emozioni e dissemina il potere liberatorio dell’arte con la sua attività di insegnamento e fondatrice della Royal Drawing School di Londra. Per la sua prima mostra in Svizzera, The Colour of a Quiet Mind... (dal 24 settembre al 19 dicembre 2026), nella sede di Hauser & Wirth in Limmatstrasse a Zurigo, Goodman presenta nuovi dipinti astratti, saturi «di colori a olio dalla forte pigmentazione, pennellate, oil stick, colature e velature». Sono soglie aperte sul suo mondo tanto intimo e personale, quanto osmotico con quotidianità. musica, poesia e cinema, in una continua sperimentazione artistica che si dipana da oltre quattro decenni. Da essa fioriscono - ha spiegato la galleria - opere «capaci di riconoscere la fragilità del mondo pur rimanendo aperte alla gioia, alla gentilezza e al rinnovamento». Nell'intervista qui sotto l’artista ci ha raccontato la sua ricerca e, in anteprima, la nuova mostra. 

Le opere della mostra The Colour of a Quiet Mind... sono state realizzate durante un periodo personale per lei particolarmente intenso e complesso, che coincide con il particolare momento storico che stiamo vivendo. In che modo questi elementi hanno influenzato la sua pittura? 
Il titolo della mostra, The Colour of a Quiet Mind..., è più una domanda e un mistero che una spiegazione delle opere esposte. Gli ultimi due anni sono stati molto difficili, sia a livello globale sia sul piano personale. La ricerca di una mente quieta, tanto collettivamente quanto individualmente, mi sembra un punto di partenza evidente e importante da cui lavorare. Questi dipinti racchiudono quindi il dramma, la tragedia, la gioia e le difficoltà degli ultimi diciotto mesi, ma indicano anche una libertà e una quiete più profonde che la mia pratica della meditazione mi offre. 

Nel suo lavoro si confronta sia con elementi sia figurativi, sia astratti. Come convivono, oggi, questi due aspetti nella sua ricerca? 
Poiché disegno ogni giorno dal vero, le immagini inevitabili tratte da un film, dalle persone che fanno parte della mia vita o dal paesaggio in cui vivo, finiscono per intrecciarsi con il linguaggio astratto dei miei dipinti. In questo nuovo corpus di opere sono ancora più presenti e complesse. C’è un quartetto di opere legato a una bellissima frase del mistico del XIV secolo Meister Eckhart, sull’unità della nostra esperienza umana e sul modo in cui siamo tutti interconnessi. Queste opere sono una sorta di confluenza dei disegni, dei luoghi e delle persone a cui sono legata e con cui sono unita, che formano una sorta di struttura figurativa sottostante al linguaggio visivo astratto. 

Catherine Goodman

Nel comunicato stampa si legge: «Al centro della mostra si trova il nuovo grande dittico Jokerman (2026), che prende il nome dalla canzone preferita dell’artista, Jokerman di Bob Dylan, una presenza onnipresente e perturbante che emerge in contrasto con temi più tranquilli». Può raccontarci di quest’opera e sul suo rapporto con la musica e, più in generale, con le immagini visive, considerando anche che trae ispirazione dalla sua vasta conoscenza dei maestri antichi e dal cinema?
Jokerman è stato dipinto sopra un’immagine grafica raffigurante due carte da gioco: l’asso di cuori e l’asso di picche, due carte che considero entrambe benevole e positive. L’immagine del Joker rappresenta l’unione di questa positività, essenziale per esprimere le difficoltà e la sofferenza, ma in modo giocoso e significativo. Le canzoni di Dylan, e in particolare il primo Dylan, sono da tempo fonte di ispirazione per me, come lo sono state per moltissimi artisti. Credo che la poesia, la luce, l’oscurità, la giocosità e la verità presenti nelle sue canzoni abbiano sempre risuonato profondamente in me e questo dipinto in particolare sembra racchiudere il dolore e le difficoltà che hanno accompagnato l’ultimo anno. 

Il suo rapporto con la poesia emerge con particolare forza in due opere in mostra: Say to the Silent Earth: I Flow (2026) e To the Rushing Water, Speak: I Am (2026). Che rapporto ha con la poesia?
La poesia è una parte molto importante della mia vita e, soprattutto, della mia vita in studio. Prima di iniziare a lavorare ogni giorno leggo una poesia, che considero il portale attraverso cui si apre il mio mondo immaginativo. I due dipinti nascono da una poesia di Rainer Maria Rilke. Le poesie di Rilke sono sempre state molto importanti per me, nello specifico le traduzioni della maestra buddhista Joanna Macy. Le utilizzo spesso come punto di partenza per la pittura. Sono poesie incredibilmente visive, che parlano tanto del mondo temporale quanto di quello spirituale. In qualche modo la poesia di Rilke conosce pochissimi confini e mi riporta sempre all’essenza della creatività. Questi due dipinti esposti a Zurigo nascono proprio da questa visione di Rilke e sono due opere per me molto importanti. 

Un elemento importante della sua pratica è da sempre il suo impegno nell’educazione artistica, compreso il suo lungo lavoro come educatrice incentrato sulla giustizia sociale nell’ambito della formazione artistica, che ha portato alla fondazione della Royal Drawing School, a Londra. Che ruolo hanno avuto queste attività negli anni?
L’educazione artistica è sempre stata intrecciata alla mia vita di artista. Ho iniziato a insegnare quando ero molto giovane, alla scuola d’arte, e ho scoperto che era un modo importante per riflettere sulla mia stessa pratica, incoraggiando al tempo stesso i giovani artisti ad acquisire parte delle conoscenze e delle competenze tecniche che stavo imparando. Questo si è poi sviluppato nel tentativo di offrire l’educazione artistica, e in particolare l’insegnamento del disegno, come luogo di comunità, guarigione e ispirazione per persone che ne avevano realmente bisogno. È così che, ventisei anni fa, ho fondato la Royal Drawing School. Ho lavorato molto, per esempio, con persone senza dimora e giovani con problemi di salute mentale, oltre che con giovani artiste che avevano bisogno di essere ascoltate a un livello più profondo di quanto sentissi di esserlo stata io quando frequentavo la scuola d’arte. 
Come un musicista o un danzatore, sento che insegnare arricchisce la mia vita. Ed è anche molto importante trasmettere ad altre persone, in particolare alle generazioni più giovani, la passione e l’ispirazione che ricevo dalla mia pratica in studio. La pittura richiede molta abilità tecnica e gran parte di queste competenze può essere insegnata. Ho scoperto che molti giovani - e molti giovani artisti - desiderano davvero un insegnamento basato sulle competenze pratiche: vogliono sapere come disegnare qualcosa, come mescolare un colore, come preparare una tela, e via dicendo. Ho sempre cercato, quindi, di creare spazio per questo all’interno della mia vita dedicata alla pittura. Anche se oggi la mia carriera richiede sempre più tempo, insegnare continua a ispirarmi e continuerò a farlo. 

Catherine Goodman, One Seeing, 2026. Courtesy the artist and Hauser & Wirth. Photo: Damian Griffiths

Catherine Goodman, One Eye, 2026. Courtesy the artist and Hauser & Wirth. Photo: Damian Griffiths

Silvia Conta, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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