Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliLa 61ª Biennale di Venezia si aprirà in un contesto di frattura che supera la dimensione contingente della polemica. La crisi riguarda l’architettura stessa dell’istituzione. Il ritorno della Russia, le contestazioni sulla partecipazione di Israele, le dimissioni della giuria internazionale e la trasformazione del sistema dei premi compongono un quadro che mette in discussione il funzionamento della principale piattaforma globale dell’arte contemporanea. Il primo punto, cruciale, è la riammissione della Russia. Dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022, la decisione di accettare il progetto per il 2026 ha riattivato un conflitto politico e culturale che coinvolge governi, istituzioni europee e comunità artistica. Il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli ha annunciato il boicottaggio dell’inaugurazione e l’invio di ispettori, mentre la Commissione europea ha minacciato conseguenze finanziarie, indicando l’incompatibilità tra partecipazione russa e quadro sanzionatorio.
Il secondo fronte riguarda Israele. Due lettere aperte, firmate da centinaia di artisti e curatori, chiedono l’esclusione del Paese per le operazioni militari a Gaza. Una parte dei firmatari è direttamente coinvolta nella mostra centrale “In Minor Keys”, amplificando la tensione interna al progetto curatoriale concepito da Koyo Kouoh. La richiesta di esclusione introduce un precedente: la selezione dei partecipanti non più su base artistica o diplomatica, ma su criteri etico-giuridici. In questo contesto interviene la giuria internazionale. Il 22 aprile, i cinque membri dichiarano che non avrebbero considerato per i premi artisti provenienti da Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. La posizione colpisce direttamente Russia e Israele. Pochi giorni dopo, la giuria si dimette in blocco. Un passaggio che segnala una rottura tra organo curatoriale e governance istituzionale.
La risposta della Biennale è immediata e radicale. Il sistema dei premi viene riscritto. I tradizionali Leoni assegnati da una giuria vengono sostituiti da due riconoscimenti votati dal pubblico, con proclamazione finale il 22 novembre. Il trasferimento del giudizio dai curatori ai visitatori modifica la natura stessa del riconoscimento. Il premio smette di essere un dispositivo critico e diventa un indicatore di consenso. Questa scelta interviene su una struttura storica fondata sul rapporto tra Stati. Il sistema dei padiglioni nazionali, nato come dispositivo di rappresentanza diplomatica, continua a operare secondo logiche di sovranità. Ogni Paese mantiene il controllo sul proprio spazio, mentre l’istituzione centrale garantisce il quadro di legittimazione. In questo schema, introdurre criteri extra-statali, come quelli della giuria, produce attrito.
Il conflitto emerge proprio qui. La Biennale rivendica autonomia e inclusione. I governi invocano coerenza geopolitica. La comunità artistica introduce criteri etici. Il risultato è una sovrapposizione di livelli decisionali che non trovano sintesi. La responsabilità si distribuisce senza stabilizzarsi: istituzione, Stato, città, partecipanti. Il caso del nuovo padiglione del Qatar chiarisce la dimensione economica del sistema. L’accordo tra Comune di Venezia e Qatar Museums, sostenuto da una donazione significativa, ha reso possibile la costruzione di un nuovo spazio permanente nei Giardini, il primo dopo trent’anni. L’accesso al dispositivo espositivo si lega così a dinamiche di investimento e relazioni bilaterali. La partecipazione resta una funzione del riconoscimento tra Stati e della loro capacità di negoziazione.
Parallelamente, emergono contraddizioni operative. La Russia annuncia un padiglione accessibile solo nei giorni stampa, trasformando lo spazio in un luogo simbolico più che espositivo. Israele sposta la propria presenza in una sede alternativa, mentre continua a essere oggetto di contestazione. Il Sudafrica lascia vuoto il proprio padiglione dopo la cancellazione di un progetto giudicato politicamente sensibile dal governo nazionale. L’Australia reintegra un artista inizialmente escluso. Gli Stati Uniti arrivano con una selezione tardiva. La Biennale resta una piattaforma globale con 99 Paesi partecipanti. La scala non è in discussione. Lo è il suo funzionamento. L’edizione 2026 espone una tensione strutturale: l’arte come spazio di rappresentazione critica e l’arte come estensione delle relazioni internazionali.
Nel progetto curatoriale di Kouoh, “In Minor Keys” proponeva una riduzione del rumore, un’attenzione alle tonalità basse, alle pratiche capaci di sottrarsi allo spettacolo della crisi. L’attuale contesto produce l’effetto opposto. La dimensione geopolitica sovradetermina la lettura dell’evento. Le opere rischiano di diventare secondarie rispetto al dispositivo che le ospita. La trasformazione dei premi, la crisi della giuria e il conflitto tra Stati riportano al centro una questione aperta: quale spazio resta per il giudizio critico all’interno di un sistema fondato sulla rappresentanza nazionale. La Biennale continua a funzionare. Il suo modello, meno.
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Che cosa vorrebbero cambiare i giovani nel mondo in cui vivono? Da questa domanda nasce un progetto che negli anni ha coinvolto migliaia di ragazzi e alcuni tra i maggiori artisti contemporanei. A Milano, le loro parole diventano opere, immagini e azioni per il futuro
Dalí e la moda, Picabia, Matisse, Sheila Hicks e Shilpa Gupta aprono la stagione. Poi Giacometti, Doris Salcedo, Bruno Munari, Giovanni Anselmo, Soutine e un grande progetto sull’eredità europea di Leonardo. Milano rende noto con largo anticipo il calendario delle istituzioni culturali civiche: oltre quaranta progetti già programmati dall’autunno 2026 alla fine del 2027, con alcune mostre destinate a proseguire nel 2028. Una mappa che permette già di leggere strategie e ambizioni del sistema museale pubblico della città.
Dal 14 al 18 ottobre il romanzo di Cesare Pavese diventa teatro al Museo Bagatti Valsecchi con la regia di Mario Scandale e l’adattamento di Giulia Bartolini. Al centro dello spettacolo, prodotto nell’ambito di «Stasera al Museo», la domanda sulla responsabilità individuale davanti alla guerra
Dal 15 al 29 settembre Christie’s presenta la terza e ultima parte della straordinaria raccolta dell’imprenditore di Amburgo: cinque secoli di stampe e disegni, da Dürer a Jim Dine, attraversati da guerra, mistero, sensualità e inquietudine



