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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliNon è una novità: da sempre il monumento pubblico è il luogo dove il potere, la memoria e l'identità collettiva si contendono lo spazio. Ma il caso della statua che Sergio Furnari vuole dedicare a Charlie Kirk a Times Square riaccende i riflettori su una domanda che attraversa tutta l'arte contemporanea: chi decide oggi chi merita di essere ricordato nello spazio pubblico? La scultura non è stata ancora inaugurata e già produce ciò che ogni monumento contemporaneo sembra destinato a generare: campagne social, minacce di vandalismo, raccolte fondi, meme ecc... Sergio Furnari, scultore siciliano trapiantato a New York, insiste nel definirsi estraneo alle appartenenze politiche. Sostiene di non condividere molte delle idee di Charlie Kirk, fondatore dell’organizzazione conservatrice Turning Point USA e figura simbolo della destra americana, ma di averne apprezzato la disponibilità al confronto. Quando dichiara «Dio mi ha dato il permesso», rispondendo a chi gli chiede conto delle autorizzazioni necessarie per installare una scultura a Times Square, Furnari costruisce involontariamente il ritratto dell'artista come profeta. Una figura romantica, persino ottocentesca, che pretende di porsi al di sopra delle istituzioni civili in nome di una presunta investitura superiore (immagine seducente - certo - ma problematica).
© sergiofurnariart
© sergiofurnariart
Ogni monumento modifica uno spazio condiviso, entra in dialogo con una comunità, si confronta con norme amministrative, storiche e simboliche e rivendicare un'autorizzazione divina significa ignorare deliberatamente che la città appartiene ai cittadini prima che agli artisti. Paradossalmente, proprio Furnari afferma di voler celebrare il dialogo. Ma il dialogo presuppone ascolto reciproco.
Ma veniamo alla statua (in acciaio inossidabile): raffigura Kirk seduto, con un microfono in mano e la scritta "FREEDOM" sulla maglietta. Charlie Kirk rimane una figura profondamente divisiva. Per alcuni un difensore della libertà di parola; per altri uno dei principali propagatori di un linguaggio politico aggressivo, identitario e vicino all'estrema destra americana. Migliaia sono i commenti giunti all'artista via social, che promettono vandalismi, «urina» e attacchi vari. Insomma, pare che nessuno discuta della qualità plastica della scultura, della sua costruzione formale, della sua efficacia simbolica ma soltanto dell'identità politica del soggetto rappresentato.
Furnari ripete di non essere un attivista ma un artista. Eppure l'intera operazione - dal crowdfunding alla scelta della data inaugurale, dalla localizzazione a Times Square fino alle dichiarazioni sull'assenza di permessi - segue le logiche della comunicazione politica molto più di quelle della ricerca artistica.
Lavinia Trivulzio
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